<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Le didascalie: Vintage]]></title><description><![CDATA[Robe vecchie, pubblicate in rete e non]]></description><link>https://ledidascalie.substack.com/s/vintage</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!MZ05!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F860c00af-d86c-4506-b82a-1d3f45a51afb_1280x1280.png</url><title>Le didascalie: Vintage</title><link>https://ledidascalie.substack.com/s/vintage</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Mon, 27 Jul 2026 22:46:42 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://ledidascalie.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[«Le didascalie»]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[ledidascalie@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[ledidascalie@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[ledidascalie@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[ledidascalie@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Tentativi a perdere]]></title><description><![CDATA[Un post su Facebook del dicembre 2022, poco dopo esservi rientrato a distanza di pi&#249; di tre anni. Con citazioni da &#8220;Se hai bisogno, chiama&#8221;, racconto di Raymond Carver pubblicato postumo nel 1999 da &#171;Granta&#187;]]></description><link>https://ledidascalie.substack.com/p/tentativi-a-perdere</link><guid isPermaLink="false">https://ledidascalie.substack.com/p/tentativi-a-perdere</guid><dc:creator><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></dc:creator><pubDate>Fri, 24 Jul 2026 12:45:04 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!IU_X!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd911e025-d949-457a-9dae-cfb840a861b6_1126x1624.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>&#200; un fatto: puoi sempre tornare dove sei gi&#224; stato, magari proprio dove sei nato e cresciuto, e per qualche tempo potrai anche trovarti di nuovo a tuo agio, ma ficcati in testa che non sar&#224; mai com&#8217;era in origine, com&#8217;era prima di andartene. Arriver&#224; sempre il momento in cui inevitabilmente ti domanderai: &#8220;Che ci faccio di nuovo qui? Era proprio necessario tornare? Se ero andato via, un motivo ci sar&#224; stato, no?&#8221;.</p><p>Capita cos&#236; che tutti coloro che se ne vanno da un posto, sia esso reale o virtuale, non importa quale, e non importa per quanto tempo n&#233; per quale motivo (studio, lavoro, viaggi, affari di cuore ecc.), tornandovi scopriranno, presto o tardi, di non appartenere pi&#249; a quel posto con tutto s&#233; stessi, se mai ne erano veramente stati parte integrante. Se ne sentiranno allo stesso tempo attratti e respinti, come, del resto, per qualunque altro posto che nel frattempo gli sar&#224; capitato di abitare o frequentare, e come per qualunque altro luogo che in futuro andranno a visitare, nella loro inesauribile insoddisfazione e irrequietezza.</p><p>Un po&#8217; quello che succede quando due persone che sono state a lungo insieme, per poi lasciarsi o comunque allontanarsi, a un certo punto sentono il bisogno di riprovarci: l&#236; per l&#236; potr&#224; anche funzionare, ma &#232; raro che torni a essere com&#8217;era una volta; &#232; anzi facile che prima o poi riaffiorino divergenze insanabili e il rapporto vada, di nuovo, pi&#249; o meno a rotoli. A quel punto, meglio lasciarsi una volta per tutte, se possibile in buona armonia.</p><p>C&#8217;&#232;, al riguardo, un racconto di <strong><a href="https://www.minimumfax.com/autore/raymond-carver-1325">Raymond Carver</a></strong>, pubblicato postumo da &#171;<strong><a href="https://granta.com/products/granta-68-love-stories/">Granta</a></strong>&#187; nel dicembre del 1999: &#8220;<strong><a href="https://granta.com/call-if-you-need-me/">Call If You Need Me</a></strong>&#8221; (in italiano &#8220;Se hai bisogno, chiama&#8221;, contenuto nell&#8217;omonima raccolta, uscita originariamente da minimum fax, nel 2000, per la traduzione di Riccardo Duranti).<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-1" href="#footnote-1" target="_self">1</a> </p><div class="image-gallery-embed" data-attrs="{&quot;gallery&quot;:{&quot;images&quot;:[{&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/d911e025-d949-457a-9dae-cfb840a861b6_1126x1624.jpeg&quot;},{&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/49946b18-e7a7-4218-80f4-9937270473e1_1087x1467.jpeg&quot;}],&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;alt&quot;:&quot;&quot;,&quot;staticGalleryImage&quot;:{&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/665e1410-b39c-4486-a055-c95bd7c90a36_1456x720.png&quot;}},&quot;isEditorNode&quot;:true}"></div><p>Il narratore e la moglie, Nancy, che si conoscono dal liceo, da qualche tempo sono in crisi: in primavera hanno avuto entrambi un&#8217;altra relazione, ma quando arriva l&#8217;estate decidono di passare alcune settimane insieme, da soli, senza il figlio Richard appena diplomato, che andr&#224; dalla mamma di lei, dove per l&#8217;estate lavorer&#224; forse in una fattoria. Mentre lei &#232; a casa a finire di preparare le valigie, il padre accompagna dunque Richard alla stazione degli autobus, e nell&#8217;attesa il figlio gli domanda se lui e sua madre abbiano intenzione di divorziare. &#8220;No, se possiamo evitarlo&#8221;, risponde il padre. Per questo hanno affittato una casa per passare l&#8217;estate da soli, altrove, evitando cos&#236; di vedersi con altre persone. Partito il figlio, la coppia raggiunge la nuova destinazione. Trascorrono i primi giorni andando un po&#8217; in giro, nel tentativo di ambientarsi e soprattutto rifamiliarizzare tra di loro, ma presto capiscono che non potr&#224; funzionare.</p><blockquote><p>Ma quella sera, dopo che avevamo cenato e lavato i piatti e io avevo preparato il fuoco nel camminetto, Nancy scosse la testa e disse che non avrebbe funzionato.<br>&#8220;Perch&#233; dici cos&#236;?&#8221;, le chiesi. &#8220;Cos&#8217;&#232; che vuoi dire?&#8221;<br>&#8220;Voglio dire che non funzioner&#224;. Guardiamo in faccia la realt&#224;&#8221;. Scosse di nuovo la testa. &#8220;E non mi va neanche di andare a pescare domani mattina e non voglio nemmeno un cane. No, niente cani. Mi sa che che ho voglia di andare su a trovare mia madre e Richard. Da sola. Voglio star sola. E mi manca Richard&#8221;, disse, scoppiando a piangere. &#8220;Richard, mio figlio, il mio bambino&#8221;, aggiunse, &#8220;che ormai &#232; grande e se ne andr&#224; presto. Mi manca tanto&#8221;.<br>&#8220;E Del? Ti manca tanto anche Del Shraeder?&#8221;, dissi. &#8220;Il tuo amichetto. Ti manca, eh?&#8221;.<br>&#8220;Stasera mi mancano tutti &#8221;, disse. &#8220;Mi manchi perfino tu. &#200; un pezzo ormai che mi manchi. Mi sei mancato tanto che ormai &#232; come se ti fossi perso, non so come spiegarlo. Ti ho perso. Non sei pi&#249; mio&#8221;.<br>&#8220;Nancy&#8221;, dissi io.<br>&#8220;No, no&#8221;, disse. Scroll&#242; ancora una volta la testa. Sedeva sul divano davanti al fuoco e continuava a scuotere la testa. &#8220;Voglio prendere un aereo per andare a trovare mia madre e Richard, domani stesso. Quando me ne sar&#242; andata potrai chiamare la tua amichetta&#8221;.<br>&#8220;Neanche per sogno&#8221;, dissi. &#8220;Non ho alcuna intenzione di farlo&#8221;.<br>&#8220;La chiamerai&#8221;, disse lei.<br>&#8220;E tu chiamerai Del&#8221;, dissi io. Ma nel dirlo mi sentii un pezzo di merda.<br>&#8220;Puoi fare quello che ti pare&#8221;, disse lei, asciugandosi gli occhi con la manica. &#8220;Dico sul serio. Non voglio sembrarti isterica. Ma domani stesso vado su nello stato di Washington. E adesso me ne vado subito a letto. Sono esausta. Mi dispiace. Mi dispiace per tutti e due, Dan. Non ce la facciamo. Quel pescatore, oggi. Ci ha augurato buona fortuna&#8221;. Scosse la testa. &#8220;Anch&#8217;io ce l&#8217;auguro. Ne avremo bisogno, di fortuna&#8221;.<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-2" href="#footnote-2" target="_self">2</a></p></blockquote><p>Dopo questo scambio, c&#8217;&#232; per&#242; un episodio che sul momento contribuisce a instaurare di nuovo una buona intesa tra i due: nella notte dei cavalli sono usciti da un recinto e ora si aggirano intorno alla loro casa delle vacanze, nella nebbia. Dopo il recupero dei cavalli da parte del proprietario, con l&#8217;aiuto degli agenti giunti sul posto, la coppia trascorre alcune ore di ritrovata sintonia, andando a letto all&#8217;alba e facendo di nuovo l&#8217;amore. Ma questo non evita che il pomeriggio seguente i due si separino, con lei decisa a prendere due aerei per raggiungere madre e figlio. Al momento dei saluti, per&#242;, Nancy scoppia di nuovo a piangere, ripensando all&#8217;ultima notte insieme, ai cavalli e a tutto quello che si sono detti.</p><blockquote><p>&#8220;Scrivimi, eh?&#8221;, le dissi. &#8220;Non credevo che sarebbe successo questo&#8221;, dissi. &#8220;Dopo tutti questi anni. Non l&#8217;avrei mai pensato, neanche di sfuggita. Che sarebbe capitato proprio a noi&#8221;.<br>&#8220;Ti scriver&#242;&#8221;, disse lei. &#8220;Lettere lunghissime. Le pi&#249; lunghe che avrai mai visto da quando ti scrivevo ai tempi del liceo&#8221;.<br>&#8220;Le aspetter&#242;&#8221;, dissi.<br>Poi mi guard&#242; di nuovo e mi accarezz&#242; la guancia. Quindi si volt&#242; e si avvi&#242; sulla pista verso l&#8217;aereo.<br><em>Va&#8217; pure, cara, e che Dio ti accompagni</em>.<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-3" href="#footnote-3" target="_self">3</a></p></blockquote><p>Poi, lei sale sull&#8217;aereo, mentre lui, tornato a casa, la prima cosa che fa &#232; prendere il telefono e chiamare la donna con cui si vedeva prima dell&#8217;estate.</p><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-1" href="#footnote-anchor-1" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">1</a><div class="footnote-content"><p>Lessi questo racconto appena usc&#236; su &#171;Granta&#187;, cui ero da poco abbonato, e nel mio entusiasmo di traduttore ancora in erba, o se vogliamo nella mia presunzione, volli tradurlo, per giocarmelo come prova all&#8217;interno del corso &#8220;Tradurre la letteratura&#8221; di Misano Adriatico che seguivo in quel periodo. E non escludo che fu proprio grazie a questa prova volontaria che alla fine di detto corso scatt&#242; una collaborazione che mi permise di cominciare a tradurre dei libri, fino a quel momento sogno irrealizzato.</p></div></div><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-2" href="#footnote-anchor-2" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">2</a><div class="footnote-content"><p>Raymond Carver, &#8220;Se hai bisogno, chiama&#8221;, in <em>Se hai bisogno chiama. Racconti inediti</em>, trad. di Riccardo Duranti, minimum fax, Roma 2000, pp. 96-97.</p></div></div><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-3" href="#footnote-anchor-3" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">3</a><div class="footnote-content"><p>Ivi, pp. 100-101.</p></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L’estate in cui l’Italia non riposò]]></title><description><![CDATA[Durante e dopo i fatti di Genova del luglio 2001]]></description><link>https://ledidascalie.substack.com/p/lestate-in-cui-litalia-non-riposo</link><guid isPermaLink="false">https://ledidascalie.substack.com/p/lestate-in-cui-litalia-non-riposo</guid><dc:creator><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></dc:creator><pubDate>Wed, 22 Jul 2026 10:00:00 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!f2G-!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F42c1d200-1e11-4dcb-a82e-06f07b4bf295_980x752.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://www.ilpost.it/2021/07/19/g8-genova-venti-anni-dopo/g8-genova-8/" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!f2G-!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F42c1d200-1e11-4dcb-a82e-06f07b4bf295_980x752.jpeg 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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che cercavano di violare il perimetro della zona rossa dove erano riuniti capi di Stato e di governo; degli scontri di piazza Alimonda che portarono alla morte del ventitreenne Carlo Giuliani, ucciso da un colpo di pistola di un carabiniere; della grande manifestazione del giorno dopo guastata di nuovo da infiltrati violenti; delle cariche di polizia; dell&#8217;irruzione notturna nella scuola Diaz, usata come dormitorio da attivisti e giornalisti in gran parte stranieri, e delle violenze dei poliziotti intervenuti sul posto; degli atti di tortura nella caserma di Bolzaneto.</p><p>Vissi tutto questo da lontano, dalla sicurezza e comodit&#224; di casa, dalla mia stanza di traduttore nella paciosa campagna picena, incollato alla tv e al computer, coinvolto emotivamente &#8211; ma fino a un certo punto &#8211; e soprattutto professionalmente. </p><p>Lavorando per il settimanale &#171;Internazionale&#187;, da mesi seguivo le proteste no-global in giro per il mondo, in particolare traducendo gli articoli che ne scriveva Naomi Klein per il canadese &#171;The Globe and Mail&#187;; ma con i miei trentacinque anni, ero gi&#224; troppo vecchio, oltre che troppo poco ideologizzato, per aderire con foga all&#8217;ondata movimentista. Potevo simpatizzare e solidarizzare, ma finiva l&#236;.</p><p>In ogni caso, non fossi gi&#224; abbastanza oberato di lavoro (quell&#8217;estate dovevo completare anche la traduzione di un romanzo iniziata l&#8217;anno prima, ma, per cause non mie, andata incontro a una serie di difficolt&#224;), nei giorni di Genova e in quelli immediatamente successivi, come in seguito con l&#8217;11 Settembre, mi vidi schiacciato sotto una mole di testi da tradurre a spron battuto, per la necessit&#224; di smontare e rimontare a stretto giro le pagine di attualit&#224; e degli editoriali di un settimanale gi&#224; pronto per andare in stampa. Fatto sta, non mi riposai un attimo.</p><p>Un po&#8217; per tutti, in realt&#224;, quella fu una seconda parte di estate sfiancante. Ebbe modo di constatarlo la stessa<strong> <span class="mention-wrap" data-attrs="{&quot;name&quot;:&quot;Naomi Klein&quot;,&quot;id&quot;:691711,&quot;type&quot;:&quot;user&quot;,&quot;url&quot;:null,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/29971f71-d14e-4ef9-bc4f-a289101da625_1500x1500.jpeg&quot;,&quot;uuid&quot;:&quot;4b755dda-1b02-4671-a4e1-a1f7dd829ce7&quot;}" data-component-name="MentionToDOM"></span></strong>, giunta in Italia un mese dopo i fatti di Genova per partecipare ad alcuni incontri. In un pezzo uscito su &#171;The Globe and Mail&#187; il 5 settembre, con il titolo &#8220;Manufacturing Threats&#8221;, e su &#171;<strong><a href="https://www.internazionale.it/">Internazionale</a></strong>&#187; il 7 settembre, con il titolo &#8220;<strong><a href="https://www.internazionale.it/sommario/402">Un&#8217;estate italiana</a></strong>&#8221;, poi antologizzato nella raccolta <em>Fences and Windows</em> del 2002 (uscita in Italia a inizio 2003 da Baldini&amp;Castoldi, con il titolo <em><strong><a href="https://www.amazon.it/Recinti-finestre-Dispacci-dibattito-globalizzazione/dp/8884902983">Recinti e finestre</a></strong></em> e la mia traduzione), Klein scrisse:</p><div class="callout-block" data-callout="true"><p>Quest&#8217;anno in Italia agosto &#232; stato un po&#8217; diverso. Alcune cittadine di mare dove gli italiani vanno a nascondersi dai turisti stranieri erano mezze vuote, e le grandi citt&#224; non si sono fermate. Quando sono arrivata, due settimane fa, giornalisti, politici e attivisti dicevano che questa &#232; stata la prima estate della loro vita in cui non sono andati in vacanza.</p><p>Come avrebbero potuto? Prima c&#8217;&#232; stata Genova, poi il &#171;dopo Genova&#187;.</p><p>Le conseguenze delle proteste contro il G8, a luglio, stanno ridisegnando il panorama politico del paese, e tutti vogliono incidere sui risultati. I giornali battono i record di vendite. Qualsiasi incontro che abbia a che fare con la politica &#232; affollato. A Napoli ho partecipato a una riunione organizzata in vista dell&#8217;imminente vertice Nato: pi&#249; di settecento persone erano stipate in un&#8217;aula torrida per discutere della &#171;strategia del movimento dopo Genova&#187;. Due giorni dopo, a Reggio Emilia [per il Festival dell&#8217;Unit&#224;], un dibattito sulla politica &#171;dopo Genova&#187; ha richiamato duemila persone, rimaste ad ascoltare fino alle undici di sera.</p><p>La posta in gioco in questo periodo &#232; alta: le duecentomila persone (alcuni dicono trecentomila) scese in piazza a luglio sono una forza inarrestabile che alla fine far&#224; cadere Silvio Berlusconi? O Genova &#232; l&#8217;inizio di un lungo silenzio, di un periodo in cui per i cittadini le manifestazioni sono sinonimo di violenza?</p><p>Nelle prime settimane dopo il summit l&#8217;attenzione si &#232; ovviamente concentrata sulla brutalit&#224; delle forze dell&#8217;ordine italiane: l&#8217;uccisione di Carlo Giuliani, i racconti delle violenze nelle carceri, la cruenta irruzione notturna nella scuola dove dormivano gli attivisti.</p><p>Ma Berlusconi, forte della sua formazione di pubblicitario, non ha intenzione di lasciar perdere tanto facilmente: adesso cerca di presentarsi nelle vesti del &#171;buon padre&#187; deciso a salvare la famiglia dal pericolo. In mancanza di una minaccia concreta, ne ha creata una: un&#8217;oscura conferenza della Fao sulla fame, prevista a Roma dal 5 al 9 novembre. Con un grande colpo mediatico, Berlusconi ha annunciato che l&#8217;incontro dell&#8217;Organizzazione delle Nazioni Unite per l&#8217;alimentazione e l&#8217;agricoltura non si terr&#224; nella &#171;sacra Roma&#187; perch&#233; &#171;non voglio vedere le nostre citt&#224; devastate&#187;. Si svolger&#224; invece in una localit&#224; lontana dalle grandi citt&#224; (un po&#8217; come i piani del Canada di tenere il prossimo G8 nell&#8217;isolata Kananaskis, nell&#8217;Alberta).</p><p>[&#8230;] Si era parlato perfino di cancellare un concerto di Manu Chao a Napoli, il 31 agosto. Il musicista appoggia gli zapatisti, canta di &#171;clandestini&#187; e ha suonato per i manifestanti a Genova: questo, a quanto pare, era motivo sufficiente per la polizia per temere possibili disordini. In un Paese che ricorda la logica dell&#8217;autoritarismo, tutto questo &#232; tristemente familiare: prima si crea un clima di paura e tensione, poi si sospendono i diritti costituzionali per proteggere l&#8217;&#171;ordine pubblico&#187;.</p><p>Ma finora gli italiani non sembrano voler fare involontariamente il gioco di Berlusconi. Il concerto si &#232; svolto come programmato. Non c&#8217;&#232; stata alcuna violenza. I settantamila spettatori hanno solo ballato come forsennati sotto la pioggia: uno sfogo indispensabile dopo un&#8217;estate difficile.</p><p>Gli uomini delle forze dell&#8217;ordine che presidiavano il concerto sono stati a guardare. Sembravano stanchi: forse avrebbero potuto prendersi un giorno di riposo.</p></div><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://www.amazon.it/Recinti-finestre-Dispacci-dibattito-globalizzazione/dp/8884902983" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!UnXb!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!UnXb!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!UnXb!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!UnXb!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!UnXb!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg" width="776" height="1000" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1000,&quot;width&quot;:776,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:64277,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;href&quot;:&quot;https://www.amazon.it/Recinti-finestre-Dispacci-dibattito-globalizzazione/dp/8884902983&quot;,&quot;belowTheFold&quot;:false,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://ledidascalie.substack.com/i/207962162?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!UnXb!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!UnXb!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!UnXb!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!UnXb!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1d420a5c-f27e-48b9-b207-3d2ddd4194f3_776x1000.jpeg 1456w" sizes="100vw"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><div><hr></div><p><em>PS Questo &#232; il primo post nuovo che pubblico in una sezione di </em>Le didascalie<em> che ho intitolato </em><strong><a href="https://ledidascalie.substack.com/s/vintage">Vintage</a></strong><em><strong><a href="https://ledidascalie.substack.com/s/vintage"> </a></strong>e dove intendo raccogliere testi &#8211; miei o in traduzione &#8211; in tutto o in parte gi&#224; apparsi altrove. In questo caso, lo spedisco in via eccezionale anche via email e app; per altri dello stesso tipo ricorrer&#242; in generale solo a una pubblicazione sul web.</em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Elogio della rilettura]]></title><description><![CDATA[L'estate, con le lunghe giornate e le ore di caldo torrido che invitano a stare fermi, &#232; tempo propizio per leggere e, perch&#233; no?, anche rileggere. Un vecchio articolo sul piacere della ripetizione]]></description><link>https://ledidascalie.substack.com/p/elogio-della-rilettura</link><guid isPermaLink="false">https://ledidascalie.substack.com/p/elogio-della-rilettura</guid><dc:creator><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></dc:creator><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 09:05:14 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!pHTp!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F50ccb4bd-48d3-43ac-a765-d87aa66d1e7a_1505x756.avif" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p></p><p><em>Alla fine del dicembre 1994 il Messico, che da tempo viveva una situazione di grave instabilit&#224; sociale, politica, economica e finanziaria, conobbe la peggiore crisi della sua storia recente: la cosiddetta &#8220;<a href="https://iris.unito.it/retrieve/e27ce429-9d1b-2581-e053-d805fe0acbaa/LIBRO%20OTTO.pdf">crisi del peso</a>&#8221;, quando il governo del neopresidente Ernesto Zedillo decise di ampliare la fascia di oscillazione del peso rispetto al dollaro, provocando una forte svalutazione della moneta che in pochi mesi port&#242; a un drastico impoverimento di gran parte della popolazione.</em></p><p><em>Ci&#242; si ripercosse naturalmente anche sul costo dei libri, in breve tempo pi&#249; che raddoppiato, e di riflesso sulle abitudini dei lettori. A fronte di ci&#242;, nel giugno del 1995 il direttore del mensile culturale &#171;Nexos&#187;, Roberto Pliego, tess&#233; un ispirato e convincente elogio della rilettura.</em></p><p><em>Uscito in italiano sul settimanale &#171;Internazionale&#187; nel settembre di quell&#8217;anno, &#232; tra i pezzi che mi piace rileggere pi&#249; spesso. E dopo averne gi&#224; riproposto dei <a href="https://fogliedivite.wordpress.com/2005/05/13/lettori-e-rilettori/">passi sul vecchio blog</a>, ora lo metto anche qui, stavolta per intero.</em></p><p><em>Buone letture e riletture estive.</em><a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-1" href="#footnote-1" target="_self">1</a></p><div><hr></div><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!pHTp!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F50ccb4bd-48d3-43ac-a765-d87aa66d1e7a_1505x756.avif" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a><figcaption class="image-caption">Fonte: <a href="https://www.elle.com/it/magazine/libri/a31804515/classici-da-leggere-assolutamente/">ELLE</a></figcaption></figure></div><div class="callout-block" data-callout="true"><h1>Elogio della rilettura</h1><h3>| Roberto Pliego, &#171;Internazionale&#187;, 1 settembre 1995 |</h3><p><em>Il 1995 sar&#224; l&#8217;anno in cui i lettori messicani subiranno una delle metamorfosi pi&#249; radicali. Di fronte alla scarsezza e al costo elevato delle novit&#224; editoriali, smetteranno di leggere per trasformarsi in rilettori, in coltivatori di quell&#8217;orticello privato che &#232; la propria biblioteca</em></p><p>CITT&#192; DEL MESSICO, GIUGNO 1995</p><p>Quando pensiamo ai lettori messicani prima del 19 dicembre 1994, immaginiamo schiere di individui ossessionati dall&#8217;attualit&#224;, superspecialisti del presente, grandi consumatori, veloci e ingordi. Hanno, diciamo, permesso che il successo montasse loro la testa, in quel suo modo cos&#236; ingenuamente sincero. Il successo &#232; arrivato nel 1989 nella forma di un catalogo di novit&#224; internazionali, si &#232; installato ed &#232; quasi riuscito a convincerli di potersi finalmente considerare contemporanei degli altri esseri umani. Pu&#242; darsi che cos&#236; sia stato, ma &#232; anche probabile che l&#8217;esperienza del successo abbia avuto conseguenze sulla loro fiducia nella lettura dilatata e nella riattualizzazione del passato. Tante erano le cose da leggere che il tempo non bastava per tornare a quanto si era gi&#224; letto, e ancora meno per corteggiare un libro per pi&#249; di sette giorni. Ma ora ci&#242; non ha pi&#249; importanza, non in questo momento. Il fatto &#232; che ora pochi sanno che fare della loro voracit&#224;. Sono gli stessi che hanno avuto il tempo di leggere tutto Julian Barnes, tutto Martin Amis, tutto Roberto Calasso, tutto Antonio Tabucchi, ma che non ne hanno mai trovato per Cervantes, Rabelais, Gogol o Balzac. Nulla di quello che hanno letto era privo d&#8217;interesse, o mancava di una buona dose di superficiale ambizione, ma un osservatore avrebbe potuto sospettare che le loro abitudini di consumo e di lettura fossero una sfida alla concentrazione e alla lentezza dell&#8217;atto di penetrare, abitare e permanere in un libro. Lo stesso osservatore li potrebbe descrivere come &#8220;lettori positivi&#8221;, una specie convinta che &#8220;il piacere del testo&#8221; contribuisce allo &#8220;sviluppo personale&#8221;. Il rappresentante di questo contagioso entusiasmo potrebbe essere, in questo senso, il divoratore di libri che ne inghiotte uno dietro l&#8217;altro, pi&#249; per dimenticare il precedente che per trarne soddisfazione, fino a riuscire a sbandierare con orgoglio la propria pancia piena di novit&#224; come prova di uno stile di vita opulento e privo di memoria, una vita senza volont&#224; n&#233; stile.</p><p>Pi&#249; che la passione per la novit&#224; &#232; la monomania che si contesta a questo lettore, la cui devozione ha concesso l&#8217;onore della contemporaneit&#224; solo al presente e mai al passato. Checch&#233; se ne dica, non &#232; che un cultore della libreria, e nient&#8217;altro. Ha dimenticato, e forse ha sempre ignorato, che la relazione amorosa con i libri avviene nell&#8217;ambito intimo, calmo e silenzioso della biblioteca personale; il che pu&#242; servire da risposta ai difensori della lettura come esercizio pubblico.</p><p>Anche se, forse, non ce n&#8217;&#232; pi&#249; bisogno. Non ci sono segni di miglioramento. Non abbiamo neppure un rapporto affidabile sulla situazione attuale. Gli unici segnali che infondono speranza si vedono attraverso un binocolo: immagini sfocate di libri trattenuti da un doganiere, o che spazzano i pavimenti di un magazzino, o condannati ai lavori forzati, o apertamente interessati al denaro. Il tutto &#232; desolante, certamente, e causa un certo torpore nell&#8217;ambiente. Non &#232; che non ci siano libri, &#232; che sono molto lontani, come testimonia il binocolo. Il denaro si &#232; curato di aumentare le distanze. Nel dicembre scorso ho comprato <em>La canzone del boia</em> a 46 pesos. Adesso costa 107 pesos. &#200; forse a causa di questa differenza che ci si rende conto che non ci sono pi&#249; lettori in Messico? Alcuni, solo coloro per i quali vi &#232; poca differenza tra 46 e 107 pesos.</p><h3>L&#8217;orologio interno dei lettori</h3><p>Voglio dire che, secondo le indagini, e davanti alla realt&#224; stessa, alcuni lettori messicani non sono disposti a cambiare le loro abitudini. Secondo me dovrebbero essere lieti della nuova situazione. Anche se non sembra, il mondo si &#232; allargato nella misura in cui si &#232; fatto sempre pi&#249; limitato. Cosa &#232; successo? Che la libreria, insisto, ha perso gran parte del suo potere d&#8217;attrazione.</p><p>L&#8217;orologio interno degli altri lettori messicani non avr&#224; bisogno di molto per adattarsi di nuovo all&#8217;isolamento, all&#8217;incertezza editoriale, all&#8217;insoddisfazione e all&#8217;angoscia provocati dalla scarsit&#224; e dai prezzi elevati delle novit&#224; letterarie. Non mancher&#224; loro il coraggio. &#200; possibile che durante i primi cinque mesi del 1995 abbiano avuto la sensazione di rischiare ben presto la follia per mancanza di aggiornamento. &#8220;Che mi sta succedendo?&#8221;. &#8220;Non sei aggiornato. Ti muovi troppo lentamente&#8221;. In realt&#224;, una cosa &#232; certa: stanno appena scoprendo i vantaggi della loro nuova condizione. Non sono molto sicuri di quello che devono fare. Passeggiano per la loro biblioteca, come prima facevano per le librerie che si trovano nel sud di Citt&#224; del Messico, cercando quell&#8217;esemplare che la distrazione o la dimenticanza avevano suggerito di trascurare. E quando lo trovano &#8211; il che non &#232; cos&#236; sicuro perch&#233; girano sempre armati d&#8217;impazienza &#8211; sprofondano pesantemente in una poltrona e, a met&#224; lettura, i loro occhi si socchiudono per la tristezza perch&#233; covano il dubbio che quello possa essere l&#8217;ultimo libro vergine per molti anni. In realt&#224; dobbiamo considerare fortunati i lettori messicani.</p><p>Invece di digiunare, il lettore messicano preferir&#224; raccogliersi nella sua biblioteca personale, che senz&#8217;altro racchiude una copia della <em>Certosa di Parma</em>, sistemata secondo un criterio geografico, poi diacronico, in posizione retta, con il taglio del dorso pelato come il manico di un coltello. Una volta abituatosi all&#8217;idea di rimanere con quello che ha, comincer&#224; a ricostruire la sua memoria libresca, tentando di preservare quell&#8217;atmosfera tra il primigenio e il febbrile, allo stesso tempo laboratorio d&#8217;iniziazione alla lettura, manicomio e centro per emarginati sociali; atmosfera che deve avere sperimentato le prime volte. Non sar&#224; obbligato a tornare sui suoi passi, perch&#233; &#232; probabile che verr&#224; spinto dai suoi amori pi&#249; saldi e duraturi, la cui immagine attuale, tuttavia, si sar&#224; a questo punto allontanata dal modello originale. Il destino ormai &#232; segnato: all&#8217;arte del leggere bisogna fin da ora aggiungere quella del rileggere. In quale altro modo potranno i libri continuare a esercitare il loro fascino? Si potrebbe affermare che il vasto mondo della parola scritta non permette la ripetizione, e inoltre che l&#8217;impeto, la velocit&#224;, l&#8217;entusiasmo formano parte della storia delle abitudini di lettura. Ma si pu&#242; anche suggerire che la storia della letteratura &#232; quella della lettura laboriosa, piena di intoppi e di correzioni, rinchiusa con tutte le sue peculiarit&#224; in un movimento pendolare e, in un certo qual modo, oscillante. Come atto solitario sembrerebbe animato da un solo ideale: anche se &#232; sempre lo stesso, un libro &#232; capace di farci credere di essere esattamente uguale a ognuno di noi.</p><p>L&#8217;idea volgare del lettore che si rimpinza di tutto e che non riflette mai sulle sue scelte non &#232; che un mito innocuo e compiacente. La realt&#224; non &#232; mai cos&#236;, sebbene con una vasta gamma di eccezioni, e con tutto un ventaglio di gradazioni e sfumature diverse. La lettura senza la gloria della ripetizione non &#232; altro che un po&#8217; di tempo e un po&#8217; di attaccamento alle mode. All&#8217;atto amoroso della lettura preme rivivere le proprie prodezze e incoraggiare la poligamia, anche con lo stesso libro, in luoghi e momenti diversi.</p><p>Cos&#236; niente &#232; immutabile. Essere un rilettore: non c&#8217;&#232; alcuna controindicazione per non desiderare esserlo. Ora in questo siamo uniti. Sei un uomo o una donna, forse di trenta o quarant&#8217;anni? Ti &#232; negato l&#8217;accesso a una qualsiasi novit&#224;? Nella tua biblioteca c&#8217;&#232; pi&#249; di una novit&#224; del tuo passato pronta a ridiventarlo. (A. M.)</p></div><p><em>Questo articolo, titolo originale </em><strong><a href="https://www.nexos.com.mx/elogio-de-la-relectura/">Elogio de la relectura</a></strong>,<em> &#232; apparso su &#171;Nexos&#187; del giugno 1995, e in italiano sul <strong><a href="https://www.internazionale.it/sommario/94">numero 94 di &#171;Internazionale&#187;</a></strong>, 1 settembre 1995. L&#8217;autore, <strong><a href="https://www.elem.mx/autor/datos/120869">Roberto Pliego</a></strong>, era l&#8217;allora direttore di &#171;<strong><a href="https://www.nexos.com.mx/">Nexos</a></strong>&#187;, uno dei pi&#249; importanti mensili messicani e una delle pubblicazioni culturali pi&#249; prestigiose dell&#8217;America Latina. </em></p><p><em>Un elogio simile della rilettura, che tra l&#8217;altro cita proprio questo articolo, si pu&#242; leggere sul sito web di un&#8217;altra autorevole rivista messicana, il mensile &#171;Letras Libres&#187;, a firma dello scrittore e giornalista argentino <a href="https://www.cristianvazquez.com/">Cristian V&#225;zquez</a>, il 16 luglio 2019. Titolo: </em><a href="https://letraslibres.com/literatura/releer-leer-de-otro-modo/">Releer, leer de otro modo (Rileggere, leggere in un altro modo)</a>.</p><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-1" href="#footnote-anchor-1" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">1</a><div class="footnote-content"><p>Una mia possibile rilettura estiva? Il romanzo <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Le_confessioni_d%27un_italiano">Confessioni di un italiano</a> </em>di Ippolito Nievo (1831-1861). Lo lessi appena finito il liceo o l&#8217;anno subito dopo, sicch&#233; ne ho un ricordo vaghissimo. E visto che quest&#8217;anno Nievo, morto appena trentenne, &#232; stato scelto come <a href="https://www.festivaletteratura.it/it/news/i-fantastici-30">figura guida della trentesima edizione di quel Festivaletteratura</a> a cui ho dedicato l&#8217;ultimo post, mi pare giusto ricalarmi proprio in questo affresco della storia italiana che va dal 1775, anno di nascita del protagonista del romanzo, fino al 1858. Sono due bei volumi, per un totale di 911 pagine, tralasciando le parte bio-bibliografica introduttiva: ce n&#8217;&#232; di che occupare moltissimi scampoli di giornate da qui a settembre.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nF1y!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd1caa45b-c8d0-4adc-a9b9-5e85cdc47abb_4096x3072.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nF1y!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd1caa45b-c8d0-4adc-a9b9-5e85cdc47abb_4096x3072.jpeg 424w, 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!VErI!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9b869123-0f6c-4c3f-9d97-f546c6ad67e7_1280x960.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo questo post il 10 luglio. Nel farlo, mi rimangio l&#8217;impegno preso nell&#8217;ultimo &#8211; <a href="https://ledidascalie.substack.com/p/che-barba-che-noia">il 28 giugno</a> &#8211; di non proporne altri per il resto dell&#8217;estate, soprattutto in mancanza di &#171;qualcosa di davvero nuovo e positivo da dire&#187;. Perch&#233; cos&#236; &#232;: in buona sostanza, non ho nulla di nuovo da proporre.</p><p>Mi &#232; per&#242; venuto da pensare questo: il 10 luglio significa che mancano due mesi esatti alla nuova edizione di <strong><a href="https://www.festivaletteratura.it/">Festivaletteratura</a></strong> &#8211; e che edizione quest&#8217;anno: la trentesima! &#8211; in programma a <strong>Mantova dal 9 al 13 settembre</strong> prossimi. Ci&#242; fa s&#236; che se io e qualunque altra persona appassionata di incontri letterari di prima categoria, per giunta in una cornice cittadina senza pari come quella delle piazze, dei cortili e dei palazzi di Mantova a inizio settembre, volessimo proiettarci verso una possibile partecipazione a tale manifestazione nei panni di semplici spettatori, questo sarebbe il momento ideale per cominciare a pianificare il tutto. Anzi, a livello di alloggi &#232; probabilmente gi&#224; tardi, con i migliori posti in alberghi e b&amp;b di solito prenotati con largo anticipo, anche un anno per l&#8217;altro; ma se ci si allontana un po&#8217; dal centro, qualcosa di passabile forse si riesce ancora a rimediare, mentre se si aspetta oltre difficilmente si troveranno soluzioni a buon prezzo e in un raggio di pochi chilometri da Piazza Sordello, cuore della citt&#224; e punto di passaggio obbligato per raggiungere a piedi o in bici i principali luoghi del festival.</p><p>Dunque, volendo andare fra due mesi a Festivaletteratura, o ci si organizza subito, in questo preciso momento, o ogni giorno che passa sar&#224; sempre pi&#249; complicato trovare una sistemazione per la notte accettabile: oggi &#232; molto improbabile che si ripetano le fortune dell&#8217;ultimo momento capitate a me la prima e l&#8217;ultima volta che vi sono stato, rispettivamente nel 2000 e nel 2017. Ma di questo racconto pi&#249; sotto.</p><p>Il programma del festival non &#232; ancora uscito, ma <strong><a href="https://www.festivaletteratura.it/it/news/le-autrici-e-gli-autori-di-festivaletteratura-2026/">l&#8217;elenco delle autrici e degli autori</a></strong> che saranno presenti s&#236;, e come sempre ci sar&#224; di che abbuffarsi ed estasiarsi, in qualunque giorno si decida di fare tappa a Mantova tra il 9 e il 13 settembre. Inoltre, chi volesse partecipare al festival nei panni di <strong><a href="https://volontari.festivaletteratura.it/">volontario</a></strong> &#8211; le famose e imprescindibili &#8220;magliette blu&#8221;, ma non solo queste &#8211; fino al 13 luglio &#232; ancora possibile presentare domanda. Per finire, &#232; sempre possibile associarsi a <strong><a href="https://www.filofestival.it/it/home">Filofestival</a></strong>, guadagnando cos&#236; la possibilit&#224; di prenotare gli eventi del festival con qualche giorno di anticipo rispetto a chi non &#232; socio, usufruire di uno sconto del 10% sul prezzo dei biglietti e ricevere una copia gratuita del catalogo cartaceo della manifestazione.</p><p>Ci&#242; detto, passo a raccontare le mie passate partecipazioni a Festivaletteratura. Per meglio dire, rimetto assieme, in ordine invertito, le mie due <strong><a href="https://nazzarenomataldi.com/blog/2017/09/28/cronache-mantovane-prequel/">&#8220;cronache mantovane&#8221; del 2017</a></strong>: 1) su invito di <a href="https://www.pulplibri.it/author/umberto-rossi/">Umberto Rossi</a>, un resoconto della mia partecipazione di quell&#8217;anno, pubblicato sul sito web della rivista <strong><a href="https://www.pulplibri.it/cronache-mantovane-festivaletteratura-2017/">PULP Libri</a></strong>; 2) una sorta di <strong><a href="https://nazzarenomataldi.com/blog/2017/09/28/cronache-mantovane-prequel/">prequel</a></strong> a quanto sopra, pubblicato sul mio blog, dove parlavo delle precedenti partecipazioni, risalendo alle origini della mia passione per Festivaletteratura. Il tutto, nella speranza di far innamorare di questo fantastico festival letterario chi ancora non vi &#232; mai stato.</p><p>E se la fortuna dovesse di nuovo assistere, non &#232; detto che il prossimo settembre non possa esserci un&#8217;altra puntata di queste mie estemporanee &#8220;cronache mantovane&#8221;: vorrebbe dire che Mantova e Festivaletteratura riescono sempre a entusiasmarmi e a darmi anche la forza di compiere piccole e grandi acrobazie tra un impegno e l&#8217;altro.</p><div><hr></div><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!VErI!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9b869123-0f6c-4c3f-9d97-f546c6ad67e7_1280x960.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Da casa a San Benedetto del Tronto in macchina, poi treno, il venerd&#236;, presto. A Mantova per le 11, per il rotto della cuffia trovo una camera singola, solo per quella notte, in uno degli alberghi davanti alla stazione: va da s&#233; che &#232; un anno fortunato, quello. Mi innamoro subito, perdutamente, della citt&#224; e del festival, della sua gente. Per un giorno e mezzo vivo come fuori di me. E pur limitato da un carattere schivo e introverso, e frastornato dalla mancanza di sonno (cambiando letto o in movimento, &#232; raro che riesca a dormire) e da questo mondo cos&#236; nuovo, cos&#236; bello, faccio incontri su incontri, venendone via il sabato sera con estremo rammarico, ma anche una gioia come non provavo da anni. Degno di nota, in particolare, il momento in cui, al termine di un reading in Piazza Concordia, vado a complimentare un&#8217;ancora <em>&#8211;</em> in Italia <em>&#8211;</em> semisconosciuta Jhumpa Lahiri, avendone da poco letto, in inglese, la prima raccolta di racconti, <em>Interpreter of Maladies</em>, vincitore quell&#8217;anno del Pulitzer per la narrativa: incantato dalla sua bravura e <em>&#8211;</em> ci mancherebbe! <em>&#8211;</em> bellezza. Ottenuto un autografo sulla copertina del programma del festival, posso avviarmi verso la stazione con un carico di sensazioni positive, e affrontare con levit&#224; il lungo viaggio notturno di rientro alla base.</p><p>Ma il 2000, nei fatti, &#232; solo un assaggio risicatissimo del festival. Impreparato, non ne conosco ancora i meccanismi chiave: i biglietti per gli eventi pi&#249; ambiti da prenotare in anticipo, appena messi in vendita; se sprovvisti, le lunghe file da fare all&#8217;ingresso, nella speranza di accaparrarne uno di quelli disponibili sul posto; o il fortunato possesso di uno dei pass riservati agli addetti ai lavori. Cos&#236;, per esempio, &#232; solo grazie al prestito generoso di uno di questi che, il venerd&#236; sera, dopo aver ascoltato Giulio Rapetti (Mogol) e Samuele Bersani dialogare di canzoni (era Piazza Leon Battista Alberti, come da programma, o Piazza Castello, come mi sembra di ricordare?), riesco ad assistere all&#8217;incontro con l&#8217;amato Claudio Magris, per la proiezione del documentario &#8220;Fra il Danubio e il mare&#8221;, nel Cortile della Cavallerizza, il luogo di Mantova a cui rester&#242; sempre pi&#249; affezionato. Viceversa, chiss&#224;, forse sarebbe stata tutta un&#8217;altra storia; forse non mi sarei cos&#236; innamorato, e di Mantova e di altro.</p><div><hr></div><p>Dopo questo assaggio fortuito e fortunato, il desiderio di tornare a Festivaletteratura &#8211; se possibile, non pi&#249; da sprovveduto &#8211; &#232; fortissimo. Subito, nel 2001, non si pu&#242;: sono ancora alle prese con il romanzo dell&#8217;anno prima, dopo una sua messa in stand-by e la traduzione nel frattempo di due saggi e mezzo, pi&#249; la montagna di roba che al tempo facevo per &#171;Internazionale&#187; e altri. (A proposito di &#171;Internazionale&#187;: nel 2000, a Mantova, mi sarei mai aspettato, all&#8217;evento con Marlo Morgan, sempre nel Cortile della Cavallerizza, il sabato pomeriggio, in attesa di andare a sentire Jhumpa Lahiri e poi riprendere il treno, di sedermi accanto a una ragazza che, nei minuti che precedono l&#8217;incontro, tira fuori un vecchio numero del settimanale, addirittura del marzo 1998, con almeno 5-6 pezzi a sigla finale <em>nm</em>?) Dunque, tutto rimandato all&#8217;anno seguente: all&#8217;epoca, prima il dovere, in maniera indefessa, e poi, ma molto poi, il piacere.</p><div><hr></div><h2>2002</h2><p>Stavolta, i preparativi iniziano per tempo: gi&#224; a luglio, trovata una camera (in un agriturismo poco fuori citt&#224;) per gioved&#236;, venerd&#236; e sabato; iscrizione addirittura all&#8217;associazione Filofestival, per poter prenotare i biglietti qualche giorno prima dei non soci; e anche un mezzo appuntamento con una ragazza conosciuta su una mailing list di traduttori e interessata alla manifestazione. Al dunque, quest&#8217;ultima non si paleser&#224; (mai pi&#249; sentita, da allora), mentre con la lettrice di &#171;Internazionale&#187; incontrata due anni prima a Mantova ci si rivedr&#224; per un saluto in Piazza Sordello; con un drappello di colleghe traduttrici, listaiole e non, pi&#249; Luca Scarlini, ci sar&#224; invece un gradevole pranzo dopo la comune partecipazione &#8211; chi da protagonista e chi nel pubblico &#8211; all&#8217;incontro &#8220;Autoritratto allo specchio: traduzione e traduttori oggi&#8221;, con Laura Cangemi, Yasmina Melaouah, Tim Parks e Scarlini, il sabato, al Palazzo della Ragione; e con un amico del corso &#8220;Tradurre la letteratura&#8221;, tre anni prima a Misano, assister&#242; all&#8217;anteprima nazionale dello spettacolo teatrale <em>Bukowski</em>, di Alessandro Haber. Per il resto, campo libero per seguire a piacimento, in solitaria, tutti gli eventi prenotati e quelli scelti sul posto. Se i ricordi &#8211; e i doppi pallini sul programma del festival &#8211; non ingannano, il 2002 &#232; davvero un pieno di autori di prim&#8217;ordine, visti e sentiti: Tracy Chevalier, Wu Ming, Jonathan Lethem, Colson Whitehead, Richard Ford, Gabriele Romagnoli, David Lodge, Tommaso Pincio, Gabriele Pedull&#224;, Emanuele Trevi, Stefano Benni, Mo Yan, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Tobias Wolff, Ian McEwan (pi&#249; altri, probabilmente, di cui ho perso memoria). Questo anche reso possibile dal fatto che stavolta &#8211; caso eccezionale per me &#8211; arrivo in macchina, non in treno, cos&#236; mi posso spostare con relativa facilit&#224; (quantomeno da e per l&#8217;agriturismo, e per tornare a casa, senza l&#8217;assillo di orari da rispettare).</p><div><hr></div><p>Ma se devo dirla tutta, non mi resta impresso molto di davvero emozionante di questo tourbillon di appuntamenti del 2002; cio&#232;, non penso di essermelo goduto sul serio quel festival, carico forse di troppe aspettative e anche un po&#8217; troppo &#8220;affollato&#8221;, dunque senza la possibilit&#224; di veri momenti di distensione, pacificamente in giro per la citt&#224;, alla sua scoperta, oppure pigramente sdraiato su un prato o seduto al tavolo di un caff&#232;, senza impeto di &#8220;collezionismo&#8221; o presenzialismo letterario, solo per poter dire &#8220;Io c&#8217;ero. Ho visto questo e ho visto quello&#8221;, come in fondo sto facendo anch&#8217;io in questo momento.</p><p>Di bello, resta senz&#8217;altro la sensazione di vivere per qualche giorno come in un altro mondo: un mondo che apprezza sul serio la cultura, la lettura, la scrittura, l&#8217;arte, la bellezza, la gentilezza; un mondo di gente preparata, istruita, colta, o che semplicemente stima chi lo &#232; e dispensa il frutto del proprio impegno intellettuale ed estetico. Il rischio, tuttavia, &#232; di appagarsi dell&#8217;esperienza felice, a tratti beatifica, di quei momenti, e tornati alla quotidianit&#224; dare poco e niente seguito agli stimoli l&#236; ricevuti. Nel mio caso, per esempio, di tutti i libri comprati alle edizioni di Festivaletteratura cui ho partecipato, e magari fatti autografare, &#232; raro che ne abbia poi letto qualcuno, presto risucchiato nel vortice delle cose da fare o, pi&#249; ancora, contento di possederli ma non cos&#236; smanioso di riprenderli in mano e leggerli da cima a fondo, pago di quanto ne ho sentito dire dagli stessi autori e, semmai, pi&#249; preso dal desiderio di scoprire per conto mio qualcosa di completamente nuovo. Insomma, dopo il ricco bis del 2002, di tornare a Mantova nel 2003 non sento il bisogno, tanto pi&#249; alle prese con la traduzione delle settecento e passa pagine di un libro sui genocidi, premio Pulitzer quell&#8217;anno, da consegnare da l&#236; a poco.</p><div><hr></div><h2>2004</h2><p>Esausto di traduzioni, si riaccende la smania per &#171;l&#8217;appuntamento culturale pi&#249; atteso di fine estate&#187; (secondo l&#8217;Agenzia Giornalistica Online), &#171;da anni appuntamento fisso per chi ama la lettura e per chi &#232; semplicemente curioso di incontrare e ascoltare scrittori, musicisti, attori, per le vie e le piazze della citt&#224;. Insomma, una manifestazione all&#8217;insegna del divertimento culturale, cinque giorni di incontri con autori, reading, spettacoli, concerti&#187; (per la &#171;Gazzetta del Mezzogiorno&#187;). E niente, trovata quasi all&#8217;ultimo una camera in un albergo poco fuori citt&#224;, nel settembre 2004, il venerd&#236; del festival, ma senza precipitarmi all&#8217;alba, riprendo la serie di treni da SBT a Mantova, dove poi mi sposter&#242; in autobus e, la notte, taxi.</p><p>&#200; tutto molto pi&#249; rilassato e anche improvvisato, stavolta: pochi eventi, solo quelli che mi attraggono in modo speciale o per i quali riesco, senza fatica, a trovare i biglietti sul posto; per il resto, incontri gratuiti e maggiore propensione a godermi questa accogliente e rasserenante citt&#224;. Nell&#8217;occasione, ho con me anche la prima macchinetta fotografica digitale (nel 2002, credo di avere fortemente invidiato chi ne era gi&#224; munito, specie tra le giovanissime e ammiratissime &#8220;magliette blu&#8221;); quindi, &#232; pure pi&#249; facile ricordare che cosa ho fatto, chi e che cosa ho visto, chi e che cosa ho ascoltato. Per la cronaca: Ingeborg Arvola, Valeria Parrella, Owen Sheers e Gernot Wolfram, ovvero i protagonisti di Scritture Giovani 2004, in dialogo con Gabriele Romagnoli; Arnon Grunberg con Bruno Gambarotta; Giampaolo Pansa; di straforo, Elio e le Storie Tese, verso la fine del concerto in Piazza Castello, quando sono stati aperti i cancelli e si &#232; esibito anche Claudio Bisio; Tullio De Mauro con Francesco Erbani; Joachim Fest con Marina Valensise; Joseph Stigliz con Vittorio Emanuele Parsi; Giovanni Lindo Ferretti, Ambrogio Sparagna e Vox Clara nel concerto &#8220;Litania&#8221;; Azar Nafisi con Monica Farnetti; giornalisti, scrittori e attori vari presso lo spazio di Radio 3 Fahrenheit e alla lettura collettiva del &#8220;Baldus&#8221; alla Loggia del Grano; e gente, gente normale, a spasso o a riposo per piazze e giardini, di giorno e di notte. Un&#8217;edizione, quella del 2004, che mi godo serenamente, senza strafare, pur macinando sempre chilometri; e con la chicca di ascoltare infine dal vivo Lindo Ferretti, per poi salutarlo. Per quell&#8217;anno, per quell&#8217;estate, sotto pi&#249; aspetti di decompressione, di scarico, di ricerca di quiete, con poche energie (le poche, anche dissipate nell&#8217;apertura di questo e quel blog, in fuga dalle mailing list dei traduttori), quel che ci voleva.</p><div><hr></div><p>Segue un periodo in cui il desiderio e lo stesso pensiero di Mantova si attenuano, appagato dalle esperienze delle tre partecipazioni precedenti; sono probabilmente alla ricerca di altro, in via di ridefinizione (e quando non lo sono?), molto appartato (a parte il lato pubblico dei blog), poco in vena di appuntamenti letterari e pi&#249; ancora professionali, molto pi&#249; intento a leggere e scribacchiare in privato che a sentir leggere e sentir parlare di scrittura dal vivo. C&#8217;&#232; per&#242; un <a href="https://fogliedivite.wordpress.com/2006/09/27/leggere-vs-guardareascoltare/">commento</a> che non riesco a trattenere, nel settembre 2006, ascoltando una discussione su Radio 3 Fahrenheit sul grande successo dei festival letterari e di filosofia, a fronte di dati sulla lettura statici o in calo. Ed &#232; questo: &#171;Leggere &#232; faticoso, richiede concentrazione e possibilmente silenzio; soprattutto, &#232; un gesto prettamente individuale e solitario. Guardare e ascoltare, invece, possono benissimo essere riti collettivi; anzi, pi&#249; si &#232; e pi&#249; ci si lascia coinvolgere dall&#8217;evento. E, in questo modo, fatica e disagi &#8211; anche in termini di spesa &#8211; non si avvertono, perch&#233; sublimati in un felice spirito di appartenenza e di momentanea condivisione di un seppur vago orizzonte comune. Cosa che il lettore solitario raramente prova, se non in termini quanto mai astratti&#187;.</p><div><hr></div><h2><a href="https://fogliedivite.wordpress.com/2007/09/11/cronache-mantovane/">2007</a></h2><p>Si torna a parlare di Mantova e di festival quando &#8211; galeotti furono i blog e le email! &#8211; conosco <em>de visu</em>, una sera d&#8217;inizio estate, quella che sarebbe diventata la mia compagna. E una volta toccato il tasto Festivaletteratura, &#232; chiaro che da l&#236; a poco passo a organizzare una nuova trasferta nella citt&#224; di Virgilio. Si va sul sicuro, optando per lo stesso agriturismo del 2002, per comodit&#224; di nuovo in macchina, e con i biglietti per i vari eventi concordati insieme (pur facendo prevalere i miei interessi di traduttore e lettore, lo ammetto) e prenotati per tempo. Partenza il venerd&#236; mattina e, per una volta, rientro a festival concluso, dunque la domenica sul tardi (l&#8217;arrivo, a Pescara, sar&#224; alle prime ore del luned&#236;, provatissimi dai molti appuntamenti mantovani e da un viaggio in autostrada oltremodo lento e faticoso, soffrendo io la guida di notte e, pi&#249; ancora, i Tir in versione <em>Duel</em>). </p><p>In mezzo, due premi Nobel, Orhan Pamuk e Wole Soyinka; il compianto Christopher Hitchens (tradotto pi&#249; volte per &#171;Internazionale&#187;, ci tenevo a salutarlo e farmi autografare un libro); e Milena Agus, Antije Krog, Neil Gaiman, Jonathan Coe, Frank McCourt, John Banville, Mohsin Hamid (per un autografo, mi ero portato apposta il romanzo d&#8217;esordio <em>Nero Pakistan</em>, di cui avevo tradotto una bella recensione per &#171;la Rivista dei Libri&#187;), Nathan Englander, Vikram Chandra e la musicista Diamanda Gal&#225;s. </p><p>A insaporire il tutto, assecondando la passione della neo compagna per le prelibatezze gastronomiche, accanto a quelle letterarie, pasti appetitosi in alcuni dei migliori ristoranti mantovani; tanto da incrociare alla Buca della Gabbia lo stesso Soyinka (e pur fra mille titubanze, chiedergli un autografo, sulle pagine di <em>ttl</em> a lui dedicate). </p><div><hr></div><p>E dopo una cosa cos&#236; ben riuscita, che puoi volere di pi&#249;? Per anni, dunque, non mi sono pi&#249; curato di coltivare questa passione, affettiva prima ancora che intellettuale, contentandomi &#8211; ma che errore contentarsi! &#8211; degli altri svaghi di cui nel frattempo si venivano arricchendo le mie estati, meno assillate da impegni traduttivi e anche pi&#249; lievi nei lavori in campagna. Nel 2017 per&#242;&#8230;</p><div><hr></div><div><hr></div><h2><a href="https://www.pulplibri.it/cronache-mantovane-festivaletteratura-2017/">2017</a></h2><p>Sono dieci anni che manco da Mantova, dieci anni che non torno a Festivaletteratura. Pi&#249; ci penso pi&#249; mi sembra un&#8217;enormit&#224;. Quasi non capisco come abbia potuto privarmi per tanto tempo di un appuntamento che nella prima met&#224; degli anni Zero mi sembrava irrinunciabile: in sostanza, il clou della mia estate, che per il resto mi vedeva pressoch&#233; inchiodato a casa, alle prese ora con qualche traduzione improrogabile, ora con lavori di campagna non meno impellenti. Fatto sta che nel giro di pochi anni ho inanellato quattro presenze, in un crescendo di interesse: 2000, 2002, 2004, 2007. E anche quando non potevo andare, il pensiero era fisso l&#236;, agli appuntamenti letterari in programma a Mantova a inizio settembre.</p><p>Poi &#8211; dopo un&#8217;ultima partecipazione suppergi&#249; in grande stile, con un pieno di incontri e altre delizie &#8211; non so cosa sia successo di preciso da non sentire pi&#249; il bisogno spasmodico di prendere e partire, anche all&#8217;ultimo momento, senza particolari preparativi, per riannodare un legame sotto ogni aspetto pi&#249; che soddisfacente. &#200; vero, sono intervenuti cospicui cambiamenti nella mia vita, su pi&#249; livelli, dall&#8217;affettivo al lavorativo al familiare, ma da soli questi non spiegherebbero un&#8217;assenza cos&#236; prolungata. Diciamo che, dopo l&#8217;abbuffata del 2007, forse avevo raggiunto un certo livello di saziet&#224;.</p><p>Dieci anni di lontananza sono per&#242; tanti e, vuoi o non vuoi, alla fine qualcosa ti si comincia a rismuovere dentro. E basta poco perch&#233;, in un momento magari di insoddisfazione per questioni private, di colpo si riaccenda con forza il desiderio di far parte, anche solo per un giorno o due, dei frequentatori di quell&#8217;isola felice che &#232; Festivaletteratura. Per farla breve, questo fine agosto, di ritorno da due giorni appaganti in un&#8217;altra manifestazione letteraria estiva, il John Fante Festival di Torricella Peligna, inebriato da una ritrovata gioia del movimento e della fatica anche fisica (merito di una solitaria ascesa in bici dai 900 metri di Torricella ai quasi 1300 di Palena Stazione, prima di una pi&#249; socievole e agevole passeggiata fantiana), in poco tempo, senza particolari tentennamenti, decido che &#232; ora di tornare finalmente a Mantova.</p><div><hr></div><p>Bisogna partire dal presupposto che non &#232; affatto facile trovare una sistemazione in citt&#224; nei giorni del festival: i posti migliori, o pi&#249; economici, nella zona centrale, sono in genere prenotati con largo anticipo, spesso di anno in anno. Attivarsi ad appena una settimana dall&#8217;inizio, dunque, &#232; come tentare la fortuna. E in questa occasione la fortuna fondamentalmente mi assiste: il festival inizia mercoled&#236; 6 settembre, ma &#232; solo la sera di venerd&#236; 1 che comincio a cercare una camera per due notti. So gi&#224; che il venerd&#236; e il sabato trover&#242; quasi tutto occupato; per il mercoled&#236; e il gioved&#236;, invece, dovrei avere ancora qualche speranza. L&#8217;idea &#232; di arrivare e ripartire in treno, quindi &#232; essenziale trovare un posto che sia al massimo a qualche chilometro dal centro, viceversa spostarsi sar&#224; molto complicato; se poi avessi a disposizione una bici, per muovermi in lungo e largo per la citt&#224;, sarebbe di grande aiuto. Fortuna vuole che un posto del genere sia ancora disponibile, per le notti di mercoled&#236; e gioved&#236;, in un bed and breakfast poco distante dal Ponte dei Mulini, tra il Lago Superiore e il Lago di Mezzo; e anche la bici non mancher&#224;. Malgrado il prezzo non dei pi&#249; bassi, non mi lascio sfuggire l&#8217;occasione.</p><p>Assicurata una buona sistemazione per la notte, cerco insistentemente di convincere la compagna a unirsi di nuovo a me, come nel 2007, nell&#8217;imminente trasferta mantovana. Ma nulla da fare: con tutto che &#232; un&#8217;avida lettrice e scrive per mestiere nonch&#233; passione, i festival la stancano, la provano; troppi sbattimenti, troppe corse, troppe attese, anche troppa cultura tutta assieme; molto meglio farsi due giorni alle terme, dice. E va bene, vorr&#224; dire che far&#242; come agli inizi: andr&#242; a Mantova da solo, macinando tutti i chilometri e seguendo tutti gli incontri che vorr&#242;.</p><p>Al dunque, si tratta solo di rimettersi in moto. Deciso per il treno, l&#8217;unico problema &#232; che a San Benedetto del Tronto di notte non ferma pi&#249; niente; e io &#232; di notte che devo tornare, ch&#233; il sabato mattina mi aspetta poi la vendemmia, a casa, se il tempo consente. Allora, meglio lasciare la macchina a Pescara e partire da l&#236;.</p><div><hr></div><p>&#200; mercoled&#236; mattina, e alle 7 si comincia a risalire l&#8217;Adriatico. Un unico cambio, a Modena, e poco passata l&#8217;una riecco finalmente Mantova. La signora del b&amp;b &#232; cos&#236; gentile che viene addirittura a prendermi in stazione; e la camera che ho prenotato &#232; in realt&#224; un gran bell&#8217;appartamento signorile, tutto per me. Quanto alla bici, ho l&#8217;imbarazzo della scelta: prendo la meglio messa di cinque, ch&#233; sono sicuro la metter&#242; a dura prova, su e gi&#249; fino al centro citt&#224; (non meno di tre chilometri ogni volta, ma che spasso per me che amo i lunghi percorsi collinari e montani tra Marche e Abruzzo, quando qui &#232; solo pianura) e i vari luoghi del festival.</p><p>Prima tappa, la biglietteria (nell&#8217;occasione sotto la Loggia del Grano, mentre in passato la ricordo di fronte a Piazza delle Erbe) per ritirare i biglietti prenotati: solo sette, per i due giorni e mezzo della mia permanenza. Mi sono deliberatamente contenuto: ho gi&#224; dato con le abbuffate di eventi, dove non fai in tempo a lasciarne uno che gi&#224; sta per iniziarne un altro, anche a un chilometro di distanza; e se proprio devo riempire dei buchi, preferisco rilassarmi con alcuni degli &#8220;Accenti&#8221; gratuiti di mezz&#8217;ora sotto la tenda di Piazza Sordello, senza bisogno di ulteriori code. Code che semmai sopporter&#242; per due eventi i cui biglietti in fase di prenotazione erano esauriti: Michela Murgia con Chimamanda Ngozi Adichie, clou della prima (mezza) giornata; e la stessa Murgia con Donatella Di Pietrantonio, il secondo giorno.</p><div><hr></div><p>Sono le 16.15, intanto, e tra un po&#8217; comincia il primo evento a pagamento che ho scelto: al Palazzo del Seminario Vescovile, l&#8217;americanista Alessandro Portelli dialoga con Andrea Ronzato, per parlare della sua rilettura di <em>La capanna dello zio Tom</em> di Harriet Beecher Stowe. Parcheggio e chiudo la bici dove trovo un posto libero (&#171;Vai tranquillo&#187;, ha detto la padrona del b&amp;b, &#171;non la ruba nessuno. E se proprio dovesse succedere, amen!&#187;) e mi trovo un posto a sedere nelle prime file. Ho con me una macchinetta fotografica semiprofessionale e vorrei provare a scattare qualche foto ben fatta.</p><p>Anche questo delle foto a festival e uscite varie &#232; un vizio da lasciar perdere, mi dico spesso; in fondo, che me ne viene? Perdo solo tempo a farle e, pi&#249; ancora, una volta seduto al computer, selezionarle e convertirle, ridimensionate, da raw in jpeg, per poi postarle in qualche album di Facebook che magari nessuno si caga. Se ne pubblichi una soltanto o poche alla volta, e quasi a caldo, forse richiami l&#8217;attenzione; se invece ne metti tante, tutte assieme, come in genere faccio io, per sbrigativit&#224;, e non nell&#8217;immediato, l&#8217;accoglienza &#232; assai pi&#249; tiepida. Vabbe&#8217;, ce l&#8217;ho questa ormai vecchia Nikon D90 e per quello che posso la sfrutto; se non altro, non mi lascio andare a postare le foto appena scattate con uno smartphone, come succede ai pi&#249; tecnologici e hip, anche qui a Mantova, puntualmente iPhone o iPad muniti, specialmente quanti devono alimentare e curare i profili Twitter e Facebook del festival e delle varie case editrici che hanno qui loro autori.</p><p>Foto a parte, provo pure a prendere qualche appunto: so gi&#224; che dopo un paio di incontri ci rinuncer&#242;, ma finch&#233; reggo tiro fuori penna e quadernetto a righe. Portelli esordisce dicendo come gli faccia piacere tornare ogni volta a Mantova, a questo &#171;festival della gentilezza e della cortesia [&#8230;] che ti riconcilia con la vita&#187;. Come dargli torto? Quanto a <em>La capanna dello zio Tom</em>, spiega in particolare come sia un libro difficile da leggere oggi, tanto &#232; cambiata la concezione di letteratura dalla met&#224; dell&#8217;Ottocento a noi. Beecher Stowe lo scrisse con un tono volutamente patetico &#8211; oggi, insopportabilissimo &#8211; per fare appello ai sentimenti e mobilitare i lettori. Si tratta di un romanzo cristiano che prende sul serio alcune delle cose pi&#249; incredibili del cristianesimo. Presenta un finale ambivalente tra due possibili uscite &#8211; la fuga o la morte &#8211; e non &#232; data alcuna possibilit&#224; di libert&#224;. E comunque, nonostante una poetica, una retorica e anche un&#8217;idea di letteratura diverse da quelle invalse oggi, che di conseguenza ne fanno una lettura difficile (quando invece all&#8217;uscita, nel 1852, fu un bestseller istantaneo &#8211; all&#8217;epoca, in America, andavano forti due tipi di libri: i testi sentimentali della &#8220;maledetta banda di scribacchine&#8221;, secondo la sprezzante definizione di Nathaniel Hawthorne, e le autobiografie degli schiavi liberati &#8211; fino a diventare il secondo libro pi&#249; letto dopo la Bibbia), grattando grattando vi si trova molto, a partire da una critica molto cogente della societ&#224; statunitense dell&#8217;epoca.</p><div><hr></div><p>Ma sono gi&#224; le 17.30 e nel vicino Palazzo Castiglioni, con ingresso libero, c&#8217;&#232; &#8211; dall&#8217;Abruzzo con i massimi onori, lanciatissima verso la conquista del Campiello con il romanzo <em>L&#8217;Arminuta </em>&#8211; Donatella Di Pietrantonio che (intervistata da Federico Taddia per la serie di incontri &#8220;Il libro che ho riletto&#8221;) parla del suo rapporto con <em>La trilogia di K. </em>di Agota Kristof. Un&#8217;ultima foto all&#8217;aula semiaffollata del Seminario Vescovile e via, a un secondo evento. Che &#232; all&#8217;aperto, nel bel cortile interno di un palazzo, con prato. Per sedersi ci sono dei cubi di grossi contenitori per le uova sovrapposti, ma gi&#224; tutti occupati, come pure le sedie del punto relax di Alce Nero, sul fondo; molti spettatori sono tranquillamente seduti o sdraiati sull&#8217;erba, pi&#249; i tanti in piedi che si accalcano vicino all&#8217;ingresso. Mi faccio largo e vado a trovarmi anch&#8217;io un posto sull&#8217;erba. Che piacevolezza! &#200; questo il vero clima di Mantova: massima informalit&#224;, ma senza sbraco; ospiti, organizzatori e spettatori rilassati e disponibili, compiti; non tenuti al rispetto di un codice di abbigliamento; ognuno, a suo modo, &#232; elegantemente se stesso. Mi guardo intorno e scatto foto, da mezzo alla folla, a cercare di fissare questa impressione, ma senza esagerare: sono qui per ascoltare e cogliere spunti, non me lo dimentico, non per curiosare e basta, n&#233; per scorrere compulsivamente il programma e segnare il prossimo appuntamento da non perdere.</p><p>Di Pietrantonio racconta che il suo primo approccio alla <em>Trilogia di K.</em>, durante la gravidanza, non avvenne probabilmente nel momento pi&#249; indicato. La seconda lettura, invece, le ha permesso di cogliere un&#8217;analogia tra quanto vissuto dalla Kristof nello scegliere il francese come sua lingua letteraria, anzich&#233; il natio ungherese, e il proprio attraversamento linguistico dal dialetto all&#8217;italiano; ci&#242; l&#8217;ha anche aiutata a passare alla sua scrittura attuale, tornando all&#8217;essenziale, alla sua vera lingua interiore, senza pi&#249; dover dimostrare di padroneggiare l&#8217;italiano letterario. La Kristof le ha altres&#236; insegnato che si pu&#242; parlare di tutto, liberandola di alcune paure che prima aveva nello scrivere. C&#8217;&#232; poi stata anche una terza lettura, del solo <em>Grande quaderno</em>, nell&#8217;originale francese, per riprovare nella lettura la stessa difficolt&#224; della Kristof nella scrittura, sempre con il dizionario accanto; una Kristof che provava disagio con il francese, malgrado scrivendo lo padroneggiasse alla perfezione. Stesso percorso seguito con le <em>Memorie di Adriano</em> di Marguerite Yourcenar, con una terza lettura di nuovo in francese.</p><div><hr></div><p>Oddio, sono quasi le 18 e in Tenda Sordello, a due passi, sta per iniziare il primo degli &#8220;Accenti&#8221;. &#200; di scena il multiforme e mirabolante Luca Scarlini con la sua &#8220;Piccola guida alla Buenos Aires in libri&#8221; (la capitale argentina &#232; &#8220;la citt&#224; in libri&#8221; di quest&#8217;anno, oggetto cos&#236; di una serie di eventi, pi&#249; lo spazio dedicato alla Tenda dei Libri, sempre in Piazza Sordello, accanto alla libreria, con tanto di bibliotecari pronti a fornire indicazioni), e sarebbe un peccato perdersi entrambi. Quanto alla Di Pietrantonio, se faccio la fila per tempo posso vederla di nuovo domani, all&#8217;incontro con la Murgia, chiedendole semmai l&#236; una dedica su <em>L&#8217;Arminuta</em>, per quella scrivana/scrittrice-in-boccio sua corregionale che &#8211; saggia lei! &#8211; agli incessanti cambi di scena dei festival preferisce le pi&#249; paciose ed emollienti terme. Bene, vado, io che quest&#8217;anno non volevo correre per niente e, invece, dopo appena due ore in centro sono gi&#224; al terzo evento.</p><p>Gli sgabelli di Tenda Sordello sono quasi tutti occupati (lo saranno praticamente a tutti gli &#8220;Accenti&#8221;): a occhio e croce sono in gran parte persone del posto, segno evidente che la citt&#224; non fa mancare il suo sostegno. Sotto i giorni del festival i mantovani affluiscono numerosi agli appuntamenti in programma, gratuiti e non, riconoscendone pienamente il valore culturale; capiscono cio&#232; che non &#232; solo questione di far soldi con chi arriva da fuori. La stessa padrona del b&amp;b ha detto di avere intenzione di seguirne pi&#249; d&#8217;uno.</p><p>Ok, si comincia con Scarlini (dopo la presentazione del collega traduttore &#8211; ma anche scrittore &#8211; Giovanni Zucca, che mi riprometto poi di andare a salutare, conoscendolo un po&#8217; dalle liste). Un paio di foto, e mano a penna e taccuino. Ma comincia a essere faticoso tenere dietro a tutto, specie con il ritmo incalzante di un sempre ultrapreparato e nondimeno brioso e coinvolgente Scarlini. La letteratura come bussola per capire una citt&#224; enorme come Buenos Aires, in un paese con zone molto poco densamente popolate. Non &#232; un caso che B.A. produca molta letteratura fantastica. Mitologia di B.A., che a ondate richiama gente da tutto il mondo, determinando un rapido cambiamento di interi quartieri. Nel 1910 vige nelle strade una babele di lingue. B.A. mecca per i migranti, che contribuiscono tutti alla sua letteratura e cultura. Il tango: non si sa chi l&#8217;abbia inventato, ma il mezzo che interpreta meglio il clima del tempo. Grande poetica del desiderio nella letteratura di B.A.</p><div><hr></div><p>Devo ammetterlo: sono appena all&#8217;inizio e sono gi&#224; mezzo cotto. Ma non mollo: il tempo di una visita alla Tenda dei Libri e per le 19 sono di nuovo agli &#8220;Accenti&#8221;, per sentire Alessandro Carrera (scrittore, poeta, saggista, traduttore e massimo esperto italiano dell&#8217;opera di Bob Dylan, a suo tempo cantautore, ora docente di italiano all&#8217;Universit&#224; di Houston &#8211; &#232; appena rientrato da l&#236;, esordisce, ancora in pieno jet-lag e stress da uragano, con la sua casa uscita illesa dalla furia di Harvey, gi&#224; il terzo uragano che si becca da quando &#232; negli USA) in una mezz&#8217;ora dedicata a &#8220;Il pensiero della periferia&#8221;. Niente tentativi di prendere appunti, stavolta. Cerco giusto di memorizzare il discorso che la nostra idea di periferia, come parte agli estremi limiti di una citt&#224;, in genere svantaggiata rispetto al centro, non &#232; lontanamente trasportabile in America, dove dagli anni Cinquanta uscendo dalle citt&#224; abbiamo quei quartieri infiniti di villette tutte uguali (le cosiddette &#8220;casette a orologio&#8221;, dove tutto deve funzionare alla perfezione) nei quali all&#8217;epoca furono incentivati a riversarsi i ceti medio-alti bianchi, abbandonando per molti anni i centri cittadini alle minoranze e al degrado, nonch&#233; alla trasgressione, portando quindi a un&#8217;inversione dell&#8217;immagine che abbiamo noi del centro come zona dove si sta bene e della periferia come zona dove si sta male. Ecco allora queste immense aree extraurbane che col passare del tempo hanno anche cambiato nome: prima il termine latino &#8220;suburbia&#8221;, a indicare l&#8217;anello esterno delle citt&#224;; poi &#8220;exurbia&#8221;, a denotare i quartieri fatti solo di casette allineate che nascono fuori, lontano dalle citt&#224;, hanno solo i servizi essenziali e per il resto bisogna prendere l&#8217;auto. Ed &#232; cos&#236; che &#232; fatta anche Houston ecc. ecc. (N.B. In realt&#224; un po&#8217; ho barato, scrivendo adesso queste cose: per essere pi&#249; preciso, prima sono andato a rivedere il video su YouTube.)</p><div><hr></div><p>Oh, &#232; ormai sera, e devo necessariamente fare un salto al b&amp;b per memorizzare la strada prima che sia buio, cercare in un iper delle lucine supplementari per la bici, e poi mangiare due panini, ch&#233; la giornata &#232; stata impegnativa e non &#232; ancora finita. Tutto di gran corsa, quindi, e per le 21 di nuovo in sella: come da programma, devo vedere se riesco a rimediare un biglietto per l&#8217;incontro con Chimamanda Ngozi Adichie.</p><p>Lascio la bici proprio di fronte a Piazza Castello, e subito noto che la fila per gli spettatori senza biglietto &#232; oltremodo lunga, girando di parecchio l&#8217;angolo verso via S. Giorgio: speriamo bene! Si avanza lentamente, tempo allora per qualche telefonata. Poi un primo avviso: i Vigili del Fuoco hanno detto che non possono entrare pi&#249; spettatori, per motivi di sicurezza. Un po&#8217; disorientati, ma restiamo quasi tutti in coda; tra gli altri, c&#8217;&#232; una ragazza che dice di essere venuta da Alessandria apposta per Adichie, e proprio non vorrebbe perderla. Di colpo la fila torna ad avanzare: fanno entrare nello spazio dei biglietti a gruppetti di dieci. Ho perso qualche posizione quando hanno riaperto gli ingressi, ma forse ce la posso fare lo stesso. Altro stop. Altra concessione. Ecco, ci sono quasi: solo una decina di persone ancora davanti a me. Riescono tutte a passare, io sono il primo del gruppetto successivo. Ultimo avviso: no, niente da fare, non ci sono pi&#249; posti. Ancora qualche paziente minuto di attesa, sperando in un gesto magnanimo, in extremis; ma, no, tutto chiuso: le magliette blu portano via anche la cassa. Amen!</p><p>Passo un po&#8217; in rassegna le bancarelle dei libri usati sotto il porticato del Palazzo del Capitano: ce ne solo di belli, anche prime edizioni, ma costano troppo per me. Per una volta passo con il vecchio; semmai, compro qualche altro libro nuovo da far autografare, dopo <em>L&#8217;Arminuta</em>. Sono quasi le 22, intanto, e in Tenda Sordello &#232; il momento del &#8220;Tango letterario&#8221;.</p><p>&#200; curioso: la compagna da qualche anno stravede per il tango, puntualmente a lezione due volte a settimana per la teoria e la pratica, quando riprendono i corsi, pi&#249;, tutto l&#8217;anno, almeno una milonga a settimana, se di suo gradimento, e di fatto contesta la mia totale mancanza di interesse per la cosa; eppure, sebbene le abbia parlato a pi&#249; riprese di questo evento tanguero mantovano, non si &#232; lasciata lontanamente distogliere dalle sue terme. E io, invece, adesso qui a seguire, fotografare e riprendere in video i due maestri ballerini Antonio Lalli e Claudia Siletti che prima tengono una stringata lezione teorica sul tango; poi invitano in pista gli spettatori volenterosi, guidandoli in alcune prove pratiche, partendo dalla camminata fino ad arrivare al ballo vero e proprio (con applausi finali per tutti), non importa come sono vestiti, che scarpe portano o se addirittura hanno lo zainetto sulle spalle, e meno ancora se non riescono a formare delle coppie uomo-donna; infine si esibiscono loro due alla grande, fra l&#8217;ammirazione e gli apprezzamenti generali.</p><div><hr></div><p>E va bene, anche questa &#232; fatta: per stasera, per fortuna, nessun altro evento. Faccio un giro fino a Piazza delle Erbe, ch&#233; &#232; troppo bello camminare per Mantova di notte con tutta la bella gente, rilassata e appagata, al cospetto di una bella luna piena. Scatto altre foto. Poi di nuovo in bici, sulla pista ciclopedonale ben illuminata, e solo un breve tratto di strada normale, una rotonda, il binario della ferrovia, e sono arrivato.</p><p>Nel signorile appartamento, per&#242;, vuoi che non sfrutti il wi-fi e il portatile che mi sono portato appresso nel nuovo zaino tuttofare, Made in Colorado? Scarico le foto del giorno, le converto e ridimensiono, ne faccio una rapida selezione e &#8211; malato di internet che non sono altro &#8211; le carico in un album su Facebook, con una sintesi estrema di come &#232; stata la prima (mezza) giornata mantovana. Faccio una doccia, spengo il computer e provo a dormire, nella bella camera silenziosa che mi ritrovo.</p><p>Ma chi vuoi che dorma, se l&#8217;insonnia quando sono in movimento &#232; uno dei miei segni distintivi? Fa niente, l&#8217;importante &#232; che sono di nuovo a Mantova, dopo dieci anni, e fra poche ore si torna in pista: Guzel&#8217; Jachina con Chicca Gagliardo, Salvatore Ceccarelli con Silvia Bencinelli, Donatella Di Pietrantonio con Michela Murgia, Arno Camenisch e Claudio Morandini con Marco Malvaldi; e ancora, l&#8217;ultimo giorno, Lars Mytting con Davide Longo, Massimiano Bucchi, George Saunders con Marco Malvaldi, David Weinberger e Ignacio Ramonet.</p><p>E scusate se &#232; poco.</p><p>P.S. Lo so, alle 21.15 del venerd&#236; c&#8217;era anche Artemis Cooper, di cui con la tanguera andata alle terme ho tradotto la biografia <em>Elizabeth Jane Howard. Un&#8217;innocenza pericolosa</em>. Ma che potevo fare? A quell&#8217;ora ero gi&#224; sull&#8217;ultimo treno utile per casa. Mentre il gioved&#236; alle 18.30, quando Cooper parlava con Federico Taddia di <em>Middlemarch</em> di George Eliot, per &#8220;Il libro che ho riletto&#8221;, ero bloccato dalla pioggia a Palazzo San Sebastiano. Anche a Mantova, con ogni evidenza, non si pu&#242; avere tutto. Alle volte bisogna proprio contentarsi di quanto di bello e di buono capita a tiro, e non scalpitare se salta qualcosa, se per un imprevisto, per un niente magari, perdiamo un&#8217;occasione a cui tenevamo: sar&#224; per un&#8217;altra volta, se abbiamo la fermezza di continuare a crederci e provarci.</p></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[In attesa della mietitura]]></title><description><![CDATA[Pot-pourri di ricordi e racconti di vita contadina di un tempo]]></description><link>https://ledidascalie.substack.com/p/in-attesa-della-mietitura</link><guid isPermaLink="false">https://ledidascalie.substack.com/p/in-attesa-della-mietitura</guid><dc:creator><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></dc:creator><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 21:32:54 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!odiU!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F55b32cf9-9024-4450-8520-fe90c6302a43_1807x1200.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Se sei nato, sei cresciuto e hai quasi sempre vissuto in campagna, figlio di contadini e anche tu mezzo contadino (intero no, impossibile, per come tutto &#232; cambiato dalla tua nascita a oggi, specialmente se rientri tra i nati prima del Settanta); e se in particolare dai tuoi genitori hai ereditato un po&#8217; di campagna, che per quello che puoi (cio&#232;, pur non essendo la tua unica o la tua principale occupazione) ti sforzi di portare avanti (per passione o, se non altro, per senso di riconoscimento verso genitori che tanto impegno e tanta fatica hanno profuso, prima per acquisire questi pochi ettari di terreno &#8211; tuo padre emigrando in Belgio, cottimista in miniere di carbone &#8211; e poi per renderli produttivi, in modo da consentire a voi figli di studiare, farvi una cultura e avere una vita migliore): tra fine giugno e inizio luglio &#232; il periodo dell&#8217;anno in cui torna d&#8217;attualit&#224; la mietitura del grano, dell&#8217;orzo e &#8211; da ultimo, sempre pi&#249; spesso, per un discorso di rotazioni &#8211; del favino da granella, se in autunno-inverno hai seminato nei campi almeno una di queste colture. </em></p><p><em>Questi sono allora i giorni in cui entri in fibrillazione in vista del raccolto: consulti il meteo, prendi accordi con il terzista che deve venire a trebbiare e con il mulino o il grossista dove consegnerai la produzione che eccede i bisogni familiari, fai gli ultimi preparativi e poi semplicemente aspetti che il terzista sia pronto per venire da te con la mietitrebbia e il trattore con il rimorchio a seguito, sperando che il tempo regga e non intervengano imprevisti. E in tali momenti di attesa, qualche volta &#232; possibile che la memoria corra a com&#8217;era anni addietro, quand&#8217;eri piccolo o quando ancora dovevi nascere, in base a quello che hai vissuto, che hai sentito raccontare o che hai letto.</em></p><p><em>Una lunga premessa per dire che in quest&#8217;ultimo venerd&#236; di un torrido giugno 2026, uno dei pi&#249; caldi di sempre, in attesa che arrivasse il terzista per mietermi dell&#8217;orzo e del favino ho rimesso assieme un po&#8217; di cose pubblicate qua e l&#224; negli anni, un mix di ricordi diretti personali e di passi di libri dove, tra le altre cose, si parla proprio della mietitura e della trebbiatura nei tempi andati.</em></p><div><hr></div><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!odiU!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F55b32cf9-9024-4450-8520-fe90c6302a43_1807x1200.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!odiU!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F55b32cf9-9024-4450-8520-fe90c6302a43_1807x1200.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!odiU!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F55b32cf9-9024-4450-8520-fe90c6302a43_1807x1200.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!odiU!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F55b32cf9-9024-4450-8520-fe90c6302a43_1807x1200.jpeg 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Senza trovare molto. Aveva allora ripescato nei ricordi di bambino.</p><p>Venuto al mondo nel &#8217;66 (perfetto dunque per qualificarsi membro della generazione X dei nati all&#8217;incirca tra il &#8217;65 e met&#224;/fine anni Settanta), aveva fatto giusto in tempo per conoscere di persona gli ultimi scampoli dell&#8217;antico mondo contadino in salsa piceno-aprutina. Non in tutte le sue forme e durezze (alcune spigolosit&#224; del carattere che si portava dietro era tuttavia indiscutibile che venissero da l&#236;); ma quelli che ne erano stati alcuni tratti tipici, s&#236;.</p><p>Ricordava perci&#242; le vacche bianche, le gloriose marchigiane che trainavano i carri, e in montagna le slitte, (le &#8220;traglie&#8221; in dialetto), oltre all&#8217;aratro (la &#8220;pertecara&#8221;), la falciatrice, il &#8220;rastrellone&#8221; e un po&#8217; tutti gli attrezzi agricoli.</p><p>Ricordava i mucchi del fieno, le &#8220;mondecchie&#8221;, prima sui prati appena falciati, poi, trascinati dalle vacche o dai primi trattori per una corda fatta passare intorno alla base, portati nell&#8217;aia, e qui &#8220;lu fi&#233;&#8221;, forcinata su forcinata, sistemato e pressato definitivamente in mucchi pi&#249; grandi, attorno a pali piantati nel terreno, le &#8220;stanghe&#8221;.</p><p>Ricordava il letame caricato a mano sui carri, col forcone (quella, in verit&#224;, era cosa che aveva fatto a lungo ogni estate, quasi fino ai vent&#8217;anni, e ogni tanto capitava ancora, con il letame per l&#8217;orto o gli ulivi).</p><p>Ricordava, soprattutto, dopo la met&#224; di giugno, quando si cominciava a mietere il grano con il mietilega (in qualche caso, su terreni in forte pendenza o dove il grano era finito a terra per le forti piogge, anche a mano, e allora si utilizzavano dei cavalletti di ferro per sistemare le spighe, legandole in &#8220;manocchi&#8221;), quindi si disponevano i fasci a croce l&#8217;uno sull&#8217;altro, con le spighe al centro, in modo da avere delle &#8220;cavallette&#8221;, dopodich&#233;, passata una o due settimane, il grano ben secco, i manocchi venivano caricati sui carri e portati nell&#8217;aia, dove si faceva la &#8220;serra&#8221;, infine, dopo qualche altro giorno, arrivava, di solito verso sera, il trattore con trebbia e pressa al seguito, si piazzavano entrambe, la seconda agganciata dietro la prima, il trattore si allontanava dalla trebbia di quei dieci metri coperti dalla grossa cinghia piatta che ruotava intorno alle pulegge dell&#8217;uno e dell&#8217;altra, e allora tutto era pronto perch&#233; la mattina dopo &#8211; meglio, quando era ancora notte (cio&#232; le quattro, le tre, se non le due) e dunque pi&#249; fresco &#8211; cominciasse la trebbiatura, terminata la quale, dopo aver mangiato per ore polvere e sudore, finalmente ci si sedeva alla tavola imbandita con il proverbiale &#8220;magn&#224; de lu mmacchen&#224;&#8221;, un pranzo ricco e abbandonante come in poche altre occasioni dell&#8217;anno, una vera festa, dove non potevano mancare le tagliatelle o i maccheroni al sugo di papera, il pollo arrosto, le olive all&#8217;ascolana e altro ancora, con le donne che facevano a gara a chi sapesse cucinare meglio, perch&#233; tra vicini ci si aiutava, quindi, a meno che il giro fosse gi&#224; finito, entro poche ore ci sarebbero state un&#8217;altra trebbiatura e un&#8217;altra tavola apparecchiata per molti, e nessuna famiglia, nemmeno la pi&#249; povera, voleva sfigurare quel giorno.</p><p>Oggi, invece, avveniva tutto di gran volata e con poca fatica, e a parte sagre e rievocazioni non restava quasi pi&#249; nulla di quei giorni, di quella vita, di quel clima.</p><p>Era naturalmente una fortuna che fosse cos&#236;. E lui di certo non auspicava un ritorno al passato. Ma sul fatto che oggi fosse tutto meglio di allora, o che qualunque novit&#224; andasse abbracciata a cuor leggero, qualche dubbio lo nutriva. Viceversa, non si sarebbe abbandonato a quei ricordi, nell&#8217;attesa che arrivasse il terzista per mietere e raccogliere grano e orzo.</p><p><em>(Gi&#224; pubblicato, in forma leggermente diversa, su <a href="http://fogliedivite.wordpress.com/2007/06/19/manocchi-e-cavallette/">fogliedivite.wordpress.com</a>, il 19 giugno 2007.)</em></p></div><div><hr></div><h3>I falciatori</h3><blockquote><p>Una cappa di solitudine snervava la campagna. Sulle alture qualcosa pigliava forma, danzava. Le mosche ronzavano intorno le ciliegie. I papaveri oscillavano nel grano. Ma i soliti vecchi, qualcuno il cappello a larghe tese e la pipa accesa, poggiati di nuovo gli attrezzi alle incudini, cominciavano a martellare. I ferri talvolta sprizzavano faville e lo strimpello echeggiava da aia in aia, da cascinale a cascinale. Chi faceva la pennichella, in cucina o sotto la pergola, s&#8217;alzava. Il sole splendeva obliquo. L&#8217;ombra riabbrancava il folto della macchia. I falciatori, sparsi nei poderi come tanti colori, tornavano all&#8217;opera. Avrebbero smesso quando il tramonto innalzava pulviscolo e caligine. </p></blockquote><p><strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Pardini">Vincenzo Pardini</a></strong>, &#8220;I falciatori&#8221;, racconto pubblicato nella raccolta <em><a href="https://www.ibs.it/rasoio-di-guerra-libro-vincenzo-pardini/e/9788860680471">Rasoio di guerra</a></em>, Giunti, Firenze 1995, pp. 129-130.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://www.ibs.it/rasoio-di-guerra-libro-vincenzo-pardini/e/9788860680471" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!TML2!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9fd953db-1293-47cb-9d76-03c1b8420b28_3064x4086.jpeg 424w, 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Durante la mietitura ben pochi rimangono a casa e ogni altro lavoro &#232; abbandonato. Ho spesso incontrato qualche vergaro (il capo di una famiglia contadina), montato su di un cavallo o su di un mulo, alla testa di un&#8217;allegra comitiva che ha radunato per aiutarlo a tagliare il suo grano; camminano gaiamente quasi a passo di danza, cantando e suonando il tamburello, la falce in mano, le sottane delle ragazze annodate corte, il nastro nuovo che scende ondeggiante dai loro cappelli di paglia a larga tesa. [&#8230;]<br>I contadini cantano quando lavorano, e il loro canto li rallegra, ma su di me che l&#8217;ascoltavo faceva l&#8217;effetto contrario. Le canzoni sono in chiave minore, e terminano su di una nota prolungata, urlata pi&#249; forte che possono e mantenuta pi&#249; a lungo possibile. L&#8217;effetto di questo &#8220;Mi&#8221; gridato per un quarto d&#8217;ora o gi&#249; di l&#236;, sul tono pi&#249; alto di una voce aspra e incrinata, somiglia pi&#249; all&#8217;urlo di un animale selvaggio che a un suono umano. Certo costituisce un gran supplemento di fatica, e che consolazione ci trovino &#232; un mistero.</p></blockquote><p><strong><a href="https://vitaminevaganti.com/2023/07/22/margaret-collier-una-voce-da-riscoprire/">Margaret Collier</a></strong>, <em><a href="https://lavoroeditoriale.com/prodotto/la-nostra-casa-sulladriatico/">La nostra casa sull&#8217;Adriatico. Diario di una scrittrice inglese in Italia (1873-1885)</a>,</em> a cura di Joyce Lussu, traduzione di Gladys Salvadori, Il Lavoro Editoriale, 3a. edizione, Ancona 1997, pp. 47 e 50.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://lavoroeditoriale.com/prodotto/la-nostra-casa-sulladriatico/" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ezmB!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F66ca47c8-06ea-4a59-9c16-c48f0a3792b1_4096x3072.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ezmB!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F66ca47c8-06ea-4a59-9c16-c48f0a3792b1_4096x3072.jpeg 848w, 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Si iniziava dalle zone del mare e si proseguiva verso l&#8217;interno fino ad agosto, quando il grano maturava anche nelle zone di montagna. Nel Parco dei Sibillini esiste ancora un <a href="https://www.arquatapotest.it/sentiero-dei-mietitori-forca-di-presta-passo-del-galluccio/">sentiero dei mietitori</a> che parte da Arquata del Tronto e arriva fin sotto le pendici del Vettore. Era quello percorso da squadre di contadini che si spostavano nelle varie zone per mietere il grano e guadagnare qualche soldo. Erano di solito uomini con un terreno troppo piccolo per campare e una famiglia troppo numerosa per lavorarci. Cos&#236; diventavano operai stagionali, che stavano fuori casa per quasi tre mesi e tornavano a settembre con un piccolo gruzzolo. Ne ho conosciuto uno, un vecchio che ancora vive e abita vicino casa. Mi raccontava che dormivano nei fondaci o nelle stalle, sui pagliericci che i proprietari di grosse aziende agricole preparavano per l&#8217;occasione. Si alzavano alle prime luci dell&#8217;alba e cominciavano a mietere il grano. Verso le 6 arrivava lo &#8220;sdi&#249;&#8221;, una leggera colazione con qualche biscotto. Certe parole dialettali sembrano strane e incomprensibili, ma veramente fantastiche se si pensa che sdigiunare vuol dire rompere il digiuno, proprio come l&#8217;inglese <em>break fast</em>&#8230; Incredibile, no? Verso le 8 arrivava invece la vera colazione. Era la padrona di casa a portarla, stendeva una tovaglia sulle stoppie e si mangiava. Era quasi un pranzo con baccal&#224; e patate in umido, oppure pomodori e peperoni, o pomodori e una fetta di pancetta. Il sole era gi&#224; alto e il caldo si faceva sentire. Si smetteva alle 11. Tutti a riposare sotto l&#8217;ombra di un albero o di un capanno per recuperare le forze e ricominciare alle 3 del pomeriggio, fino al calare del sole. Stanchi morti mangiavano qualcosa e tutti a dormire. Ma c&#8217;era sempre qualcuno che al mio amico vecchio chiedeva di suonare qualcosa con la sua fisarmonica a due bassi. Qualche volta rifiutava, ma quando cominciava a suonare, tutti uscivano sull&#8217;aia e cominciavano a cantare e, se c&#8217;era qualche ragazza, a ballare e andavano avanti per ore, senza pi&#249; sentire la stanchezza, e continuavano talvolta fin a tardi, a mezzanotte forse, dimentichi che dovevano alzarsi dopo poche ore per ricominciare un&#8217;altra giornata di duro lavoro. [&#8230;]</p><p>Il giorno della trebbiatura era il pi&#249; eccitante, specialmente per noi bambini. Di solito all&#8217;imbrunire si sentiva il trattore che arrivava trainando la grande trebbia, che ci sembrava enorme come un transatlantico. Qualche volte c&#8217;era un altro trattore, pi&#249; piccolo, che rimorchiava la scala meccanica per sollevare la paglia e un&#8217;altra per la pula. Cominciavano subito a piazzare la trebbiatrice, a scegliere la direzione giusta per accostarsi alla serra del grano e per il sollevatore della paglia, ma, soprattutto, per allinearla con il trattore a cui era collegata con un&#8217;enorme cinghia di trasmissione, che doveva essere perfettamente in posizione per non saltare dal volano durante il funzionamento. Erano operazioni fatte dai meccanici della ditta con grande cura e tutti i vicini erano l&#236; intorno a osservare e dare una mano, se necessario. La sera noi bambini dovevamo andare a letto presto, ma le donne rimanevano in piedi fino a tardi a preparare il cibo per il giorno dopo e, in particolare, il grando pranzo finale. Per noi l&#8217;ordine era perentorio: dormire e non alzarsi prima del solito. Ma l&#8217;eccitazione era grande, e il timore di non svegliarsi in tempo ci impediva di prendere il sonno. Poi si crollava, ma con l&#8217;orecchio teso. Ad un certo momento sembrava di sentire delle voci, delle persone in movimento, e quasi d&#8217;incanto il primo bum. Era il rumore del trattore che si metteva in moto. Poi silenzio, ancora voci, comandi, si cercava di riconoscere la voce di qualcuno, poi bum&#8230; bum, bum, bum, bum&#8230; era partito, e subito il sibilo della macchina trebbiatrice e delle altre collegate che si mettevano in movimento.</p></blockquote><p><strong>Fernando Gali&#232;</strong>, <em><a href="https://books.google.it/books?id=gacQEkkzZl8C&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it">Un contadino rivestito</a></em>, L&#236;brati, Ascoli Piceno 2008, pp. 19-20 e 25-26.<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-1" href="#footnote-1" target="_self">1</a></p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://books.google.it/books?id=gacQEkkzZl8C&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-1" href="#footnote-anchor-1" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">1</a><div class="footnote-content"><p>Nota a margine: nella premessa al libro <em>Un contadino rivestito</em>, Fernando Gali&#232;, ex professore di inglese che a lungo ha insegnato al Liceo Scientifico &#8220;A. Orsini&#8221; di Ascoli, fa alcune osservazioni a mio parere condivisibillisime: </p><blockquote><p>&#200; vero che la mia vita quotidiana &#232; fatta di mille piccoli gesti e attivit&#224; comuni a centinaia di migliaia di individui che fanno una vita normale, ma credo che sia pi&#249; utile apprendere dalla vita di chi ti vive accanto di quanto si possa ricavare dalla biografia di un personaggio famoso del mondo dello spettacolo. Credo, inoltre, che una delle colpe della mia generazione sia il non aver raccontato ai nostri figli come era la nostra vita, privandoli quindi di un importante termine di confronto. C&#8217;&#232; poi il fatto che, a una persona di una certa et&#224; come me, il mondo moderno sembra non lasciare traccia. Tutto sembra centrato sul presente, direi sull&#8217;istante, senza riferimenti al passato o al futuro. Anche i sentimenti pi&#249; cari come l&#8217;amore si comunicano a voce o, peggio, con un sms, che svanisce un secondo dopo averlo ricevuto.</p></blockquote><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZJWC!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F85cf00db-967a-4d28-89e0-5a9453dc669f_1807x1200.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZJWC!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F85cf00db-967a-4d28-89e0-5a9453dc669f_1807x1200.jpeg 424w, 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Un concetto incontrato in un articolo di giornale del 1990 e che andrebbe ripreso e approfondito]]></description><link>https://ledidascalie.substack.com/p/i-nostri-trentanni-epocali</link><guid isPermaLink="false">https://ledidascalie.substack.com/p/i-nostri-trentanni-epocali</guid><dc:creator><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></dc:creator><pubDate>Sun, 31 May 2026 15:03:34 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/0a5a7451-029b-4d3b-b828-fdda784261e9_793x399.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Il mese preciso non lo ricordo, ma qualcosa mi dice che fosse agosto. In ogni caso, doveva essere il 1990 quando, tra i tanti quotidiani che leggevo all&#8217;epoca (il pi&#249; delle volte variando di giorno in giorno, per spaziare quanto pi&#249; possibile), capitai su un articolo che mi colp&#236; molto, tanto da ritagliarlo, e che da allora, prima sui blog e poi sui social, ho riproposto con una certa frequenza. Introduceva un concetto per me nuovo e interessante, che mi sentivo e mi sento tuttora di condividire, anche se in giro non ne ho pi&#249; letto quasi niente: il concetto di &#8220;et&#224; epocale&#8221;, quell&#8217;et&#224; che in pratica accomunerebbe tutti quanti noi, a prescindere dalla nostra et&#224; anagrafica, sulla base dell&#8217;epoca in cui viviamo. L&#8217;autore di quell&#8217;articolo, uscito su &#171;Il Tempo&#187;, era il biologo e saggista Giuseppe Sermonti (1925-2018), fratello del dantista Vittorio Sermonti, il quale suggeriva che a inizio degli anni Novanta avessimo tutti un&#8217;et&#224; epocale di settant&#8217;anni, prendendo la Rivoluzione russa come punto di partenza dell&#8217;epoca che in quel momento stavamo ancora vivendo. Da quel d&#236; &#232; per&#242; passato un sacco di tempo e soprattutto &#232; cambiato un po&#8217; tutto, motivo per cui credo che si possa davvero parlare di un&#8217;altra epoca rispetto a quella descritta da Giuseppe Sermonti. Un&#8217;epoca che a mio avviso si pu&#242; far partire proprio da quei primi anni Novanta, in particolare per l&#8217;avvento simultaneo e rivoluzionario della Rete (era il 30 aprile 1993  quando Tim Berners-Lee rilasci&#242; in dominio pubblico il codice sorgente del world wide web) e dei telefoni cellulari, che tante ripercussioni hanno avuto sul nostro modo di vivere, di fare, di pensare, di essere. Il motivo per cui spesso mi domando se oggi non abbiamo un po&#8217; tutti trent&#8217;anni, come et&#224; epocale, e che cosa voglia dire questo. Tenuto poi conto che i trentenni di oggi in linea generale non sono certo i trentenni sistemati, maturi e pensosi del secolo scorso, ma pi&#249; dei perenni tardoadolescenti, mi chiedo pure se questo non spieghi molte cose, specie a livello dei nostri comportamenti, in rete e non. </em></p><p><em>Ci&#242; detto , sotto riporto il succitato articolo di Giuseppe Sermonti sull&#8217;et&#224; epocale.</em></p><div><hr></div><div class="callout-block" data-callout="true"><h1>Addio giovent&#249;, oggi abbiamo tutti settant&#8217;anni</h1><p><em>Di generazione in generazione riflessioni sull&#8217;et&#224; del mondo</em></p><h3>| Giuseppe Sermonti, &#171;Il Tempo&#187;, ~agosto 1990 |</h3><p><br>Il parto avvenne, cesareo, nella Santa Russia e di parto la madre mor&#236;. Il mondo neonato fu preso in cura da un&#8217;ostetrica italiana, all&#8217;inizio degli anni Venti. A vent&#8217;anni &#232; andato in guerra, a trenta era reduce e ora s&#8217;avvia a diventare vecchio, per spegnersi col millennio.</p><p>Ognuno di noi ha un&#8217;et&#224; anagrafica, ma sopra quella ha un&#8217;et&#224; epocale, che &#232; l&#8217;et&#224; del mondo (dell&#8217;Europa). Solo in pochi privilegiati, della classe dei primi anni Venti, le due et&#224; coincidono. A parte i vecchi veri, gli altri hanno un&#8217;et&#224; epocale pi&#249; grande della loro et&#224; anagrafica. Un nato alla met&#224; del secolo ha oggi quarant&#8217;anni anagrafici ma ne ha settanta epocali. Tutti abbiamo settant&#8217;anni in quanto partecipi dell&#8217;et&#224; del mondo. Tenter&#242; di avvalorare la mia tesi.</p><p>L&#8217;epoca tra le due guerre fu un periodo infantile, entusiasta, incosciente, un&#8217;epoca di &#171;giovinezza primavera di bellezza&#187;. Alcuni la trovarono stupida, immatura, bambinesca, altri eroica. Ci piacevano le bandiere, le fanfare, le sfilate, le prove ginniche, la famiglia.</p><p>Negli anni Quaranta, quando tutti avevano vent&#8217;anni o poco pi&#249;, si part&#236; per la guerra (anche uomini sulla quarantina o sulla cinquantina anagrafica vi parteciparono, accanto ai ragazzi, con l&#8217;incoscienza appassionata dei ventenni: erano pi&#249; giovani della loro anagrafe).</p><p>La guerra fin&#236;, com&#8217;&#232; finita, ma il mondo fece l&#8217;errore di non morire in guerra. Ne sarebbe nato un altro, invece continu&#242; a sopravvivere lo stesso ostinatamente e cominci&#242; a invecchiare. Manc&#242; il ricambio, la nuova ispirazione. La vita si allung&#242;, la natalit&#224; si ridusse, qualcosa si era fermato.</p><p>Anni Cinquanta, la gente aveva trent&#8217;anni, un&#8217;et&#224; pi&#249; pensosa, pi&#249; razionale, l&#8217;et&#224; del lavoro. Ci si dette a costruire, a ricostruire, con ottimismo. Era l&#8217;epoca di Sordi, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Gassman, Albertazzi. Poi venne il miracolo economico, epoca da quarantenni. Il mondo era avviato, realizzato, ricco, un tantino di pancetta, qualche capello bianco o mancante.</p><p>Alla fine degli anni Sessanta, quando il mondo si avviava alla cinquantina, avvenne una inopinata rivolta giovanile, il 68. Quei giovani avevano all&#8217;anagrafe vent&#8217;anni, ma le loro aspirazioni, il loro linguaggio, erano da cinquantenni. Quei ragazzi supermaturi volevano il potere, volevano insegnare, occupare le cattedre dei baroni, ambizioni da cinquantenni. Volevano tutto subito come chi, a cinquant&#8217;anni, si deve sbrigare. Si parl&#242; di gap generazionale, ma la contraddizione, l&#8217;incomprensione, era all&#8217;interno dei giovani stessi, che a vent&#8217;anni si trovavano ad averne cinquanta, a parlare il sindacalese, a darsi i voti, a riformare la societ&#224;. La frangia terrorista volle fare la guerra, ag&#236; da ventenne e fu scompaginata. Restarono i &#171;cinquantenni&#187; e omologarono se stessi alla loro et&#224; epocale.</p><p>La rivoluzione della pantera, bench&#233; anagraficamente pi&#249; giovane, fu decisamente pi&#249; senile, come era il mondo. Niente privato, niente rischi, posizione sicura, statale, per tutti. Occupazione e telefax: qui &#232; casa nostra, comunichiamo da casa. Quei ragazzi aspiravano alla pensione.</p><p>L&#8217;ugualitarismo generazionale vuol dire in sostanza: abbiamo tutti la stessa et&#224;. Non c&#8217;&#232; pi&#249; gerarchia, siamo tutti vecchi. Diete e cellulite per tutti, tutti seduti alla televisione, la nonna, la pupa, la gatta, a vedere lo stesso filmato. E d&#8217;estate tutti alle Sejchelles, il nonno, il pupo, il gatto, tutti con l&#8217;amante.</p><p>&#171;A settant&#8217;anni facevo all&#8217;amore&#8230;&#187;. L&#8217;ultima &#232; questa passione per il computer, per il robot personale, per la sedia a rotelle del pensiero. Addio giovent&#249; spensierata! Tutti hanno nella memoria un lungo passato, tutto &#232; ricordo, nulla &#232; pi&#249; realt&#224;, siamo tutti collegati a un terminale, tutti a sedere, tutti coetanei di un mondo settantenne.</p><p>Anni Novanta. &#200; l&#8217;epoca di Sordi, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Gassman, Albertazzi.</p></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[In avanti e all’indietro. Troppo all’indietro]]></title><description><![CDATA[Un post del marzo 2012, con un parere di lettura dell&#8217;aprile precedente, su due romanzi brevi di Gilbert Rogin &#8211; del 1971 e 1980, tuttora inediti in Italia &#8211; ripubblicati nel 2010]]></description><link>https://ledidascalie.substack.com/p/in-avanti-e-allindietro-troppo-allindietro</link><guid isPermaLink="false">https://ledidascalie.substack.com/p/in-avanti-e-allindietro-troppo-allindietro</guid><dc:creator><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></dc:creator><pubDate>Fri, 12 Dec 2025 16:03:05 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tZYH!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F36975540-08ab-4545-aeed-da88cb4e0b39_800x531.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tZYH!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F36975540-08ab-4545-aeed-da88cb4e0b39_800x531.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tZYH!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F36975540-08ab-4545-aeed-da88cb4e0b39_800x531.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tZYH!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F36975540-08ab-4545-aeed-da88cb4e0b39_800x531.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tZYH!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F36975540-08ab-4545-aeed-da88cb4e0b39_800x531.jpeg 1272w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Pare, perch&#233; &#232; una citazione di cui non so fornire gli estremi, malgrado la marea di occorrenze su internet, avendola incontrata per la prima volta leggendo il romanzo <em><a href="http://www.amazon.com/What-Happens-Next-Preparations-Ascent/dp/1891241273">Preparation for the Ascent</a></em> di <strong><a href="http://lowbrowreader.com/rogin/">Gilbert Rogin</a></strong>, in una formulazione leggermente pi&#249; articolata:</p><blockquote><p><em>&#8216;Do you agree with Kierkegaard when he says, &#8220;It is perfectly true, as philosophers say, that life must be understood backwards. But they forget the other proposition, that it must be lived forwards. And if one thinks over that proposition it becomes more and more evident that life can never really be understood in time, simply because at no particular moment can I find the necessary resting place from which to understand it&#8212;backwards&#8221;?&#8217;<br>&#8216;Shirr.&#8217;</em></p></blockquote><p>Nell&#8217;una come nell&#8217;altra versione c&#8217;&#232; comunque molto del vero. D&#8217;altra parte, se anche fosse possibile trovare quel punto fermo da cui guardare e capire la vita all&#8217;indietro, non sarebbe sempre troppo tardi per rettificare qualcosa? Opportuno allora cercare  di guardare e vivere la vita quanto pi&#249; in avanti, pena un poco esaltante se non rovinoso immobilismo.</p><p>Immobilismo che, in pratica, &#232; anche il tratto che pi&#249; caratterizza il protagonista dei due romanzi di <a href="http://observer.com/2010/09/the-virtuoso-of-the-canorama-gil-rogin-ran-si-at-its-peak-but-his-fiction-might-make-him-immortal/">Gilbert Rogin</a> ripubblicati in tandem nel 2010: <em><a href="http://www.amazon.com/What-Happens-Next-Preparations-Ascent/dp/1891241273">What Happens Next?</a></em> e il gi&#224; citato <em>Preparations for the Ascent</em>.</p><p>Al riguardo, ad aprile del 2011, terminata la lettura, avevo sbrigativamente formulato il seguente parere:</p><blockquote><p>Come prima nota, direi che i due romanzi non costituiscono una lettura trascinante, che ti tiene cio&#232; incollato alla pagina, ininterrottamente, fino alla fine; ci&#242; malgrado, e anche procedendo a un capitolo alla volta, non ti viene mai veramente a noia, sicch&#233; sei spinto comunque ad arrivare in fondo. Questo, forse, &#232; anche dovuto al fatto che &#8211; come si legge nell&#8217;introduzione &#8211; i due romanzi sono almeno in parte un assemblaggio di pezzi gi&#224; usciti singolarmente come racconti per il &#171;New Yorker&#187; e altre riviste. E come i racconti, anche i due romanzi possono essere visti come una continuazione l&#8217;uno dell&#8217;altro: cambiano i nomi dei personaggi (nemmeno di tutti, in realt&#224;), ma la storia e l&#8217;ambientazione restano fondamentalmente gli stessi: la dissoluzione di un matrimonio, a Manhattan, tra un giornalista-scrittore ebreo 30-40enne e una donna (cattolica, per quel che &#232; dato di capire) gi&#224; divorziata e madre di due figli, un maschio e una femmina, il primo dei quali un po&#8217; problematico e di cui, nel finale del secondo romanzo, verremo a sapere che si &#232; suicidato. A contorno ci sono le varie relazioni che l&#8217;uomo intrattiene con altre donne (nel secondo romanzo, dopo il divorzio dalla moglie, ne rester&#224; sostanzialmente una sola, prolungata, ma avviata anch&#8217;essa a finire); il rapporto che la moglie continua ad avere con il precedente marito, senzatetto e spesso ospite in casa della coppia (nel secondo romanzo, dopo il nuovo divorzio, i due torneranno di fatto a vivere insieme nell&#8217;appartamento due piani sotto quello del protagonista); il rapporto dell&#8217;uomo con i suoi genitori, oggetto di ripetuti siparietti, soprattutto in relazione a pranzi o cene in comune; e quello con il suo analista.</p><p>Come seconda nota, spicca l&#8217;assenza di una trama ben definita, lineare; per meglio dire, si avverte un&#8217;evoluzione della storia, ma &#232; pi&#249; lasciata all&#8217;intuito del lettore che esplicitamente dichiarata. Per contro, ci sono tante situazioni che sembrano ripetersi pi&#249; o meno immutate, malgrado il passare degli anni di cui si ha conto attraverso il progressivo aggiornamento dell&#8217;et&#224; del protagonista: dai 35 ai 48 anni. Tutto questo per mettere forse il risalto il carattere &#8220;immobilizzato&#8221; e astratto dell&#8217;uomo: un intellettuale eclettico ed eccentrico (molte e variegate sono le sue citazioni, per esempio), attento osservatore del mondo che lo circonda e ilare commentatore, ma segnato al fondo da tristezza e, appunto, immobilismo e scarsa reattivit&#224; emotiva.</p><p>Il paragone pi&#249; immediato che viene alla mente &#232; con certi film di Woody Allen; in subordine, ci possono stare anche echi di autori ebrei americani come Philip Roth o canadesi come Mordecai Richler. Lo stile di Rogin ha per&#242; un carattere distintamente suo; non credo che si possa cio&#232; parlare di imitazione. Nella sua scrittura introduce anzi elementi che si possono definire innovatori e in anticipo sui tempi, tali nel complesso da non far sentire superati questi due romanzi rispettivamente del 1971 e 1980.</p><p>Questo mi porta a concludere che, sebbene sia improbabile poter effettuare con Rogin un&#8217;operazione di recupero e rilancio come quella avvenuta con una Paula Fox (il problema, pi&#249; che altro, &#232; l&#8217;eseguit&#224; della produzione letteraria: a meno di libri tenuti nel cassetto, infatti, a parte questi due romanzi esiste solo una raccolta di racconti), una sua lettura &#232; senz&#8217;altro consigliata.</p><p>Ultima osservazione: un&#8217;eventuale traduzione italiana non sarebbe probabilmente delle pi&#249; facili (Rogin gioca molto con la lingua, oltre a far sfoggio di un certo enciclopedismo), ma in ultima analisi nemmeno impossibile.</p></blockquote><p><em>(Post pubblicato il 15 marzo 2012 sul blog <a href="https://fogliedivite.wordpress.com/2012/03/15/in-avanti-e-allindietro/">fogliedivite.wordpress.com</a>, e il 14 dicembre 2015 riproposto su <a href="https://nazzarenomataldi.com/blog/2015/12/14/in-avanti-e-allindietro/">nazzarenomataldi.com</a>. A conferma di un eccessivo guardare all&#8217;indietro.)</em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Dello scrivere]]></title><description><![CDATA[O dei tanti perch&#233; &#8211; e come e quando &#8211; si scrive o non si scrive]]></description><link>https://ledidascalie.substack.com/p/dello-scrivere</link><guid isPermaLink="false">https://ledidascalie.substack.com/p/dello-scrivere</guid><dc:creator><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></dc:creator><pubDate>Sat, 22 Nov 2025 07:37:00 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!j9KC!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F28bbce92-29d7-4107-b626-48d66a4ac09e_800x531.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono triste quando non leggo, sapete. Cio&#232;, sono triste quando non trovo il tempo o la giusta concentrazione per leggere con cura alcune pagine di un bel libro oppure qualche articolo accattivante di giornali, riviste, blog o &#8211; da ultimo &#8211; newsletter.</p><p>In realt&#224;, forse sono ancora pi&#249; triste quando non scrivo niente, quando non butto gi&#249; nemmeno due righe, due righe concepite per non altro motivo che fissare quello che mi passa per la testa in quel preciso momento. E quando non scrivo niente, come e pi&#249; di quando non leggo niente che valga davvero la pena di leggere (dunque, non status e simili), ecco che sento di star perdendo qualcosa di importante, ecco che piombo con grande facilit&#224; in una vaga e indecifrabile tristezza. Pu&#242; sembrare stupido, ma cos&#236; &#232;.</p><p>A mio sostegno potrei citare tanti scrittori, ma mi limito a tre: gli stessi tre citati in <a href="https://fogliedivite.wordpress.com/2004/03/12/scrivere/">uno dei miei primissimi post</a> ai tempi della blogosfera (marzo 2004, per la precisione).</p><blockquote><p><em>Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno.</em></p></blockquote><p>&#8211; <strong>Georges Perec</strong> (frase tratta probabilmente da un numero del mensile &#171;Leggere&#187; di fine anni &#8217;80)</p><blockquote><p><em>Forse scrivere significa colmare gli spazi bianchi dell&#8217;esistenza, quel nulla che si apre d&#8217;improvviso nelle ore e nei giorni, fra gli oggetti della camera, risucchiandoli in una desolazione e un&#8217;insignificanza infinita. La paura, ha scritto Canetti, inventa dei nomi per distrarsi; il viaggiatore legge e annota nomi nelle stazioni che oltrepassa col suo treno, sugli angoli delle strade dove lo portano i suoi passi, e procede un po&#8217; sollevato, soddisfatto di quell&#8217;ordine e di quella scansione del niente.</em></p></blockquote><p>&#8211; <strong>Claudio Magris</strong>, <em>Danubio</em>, Milano, Garzanti, 1986, p. 36.</p><blockquote><p><em>Scrivere &#232; difendere la solitudine in cui ci si trova: &#232; un&#8217;azione che scaturisce soltanto da un isolamento effettivo, ma comunicabile [&#8230;]. &#200; una solitudine, per&#242; che non ha bisogno di essere difesa, che non ha bisogno cio&#232; di giustificazione. [&#8230;] C&#8217;&#232; nello scrivere un trattenere le parole [&#8230;]. Scrivendo si trattengono le parole, le si fanno proprie, soggette a ritmo, contrassegnate dal dominio umano di chi in questo modo le maneggia.</em></p></blockquote><p>&#8211; <strong>Mar&#237;a Zambrano</strong>, <em>Verso un sapere dell&#8217;anima</em>, trad. di Eliana Nobili, Milano, Raffaello Cortina, 1996 (da una recensione del novembre 1996, su Nautilus).</p><div><hr></div><p>Poi, del tutto immodestamente, passo invece a citare me stesso, da una vecchia summa dei miei pensieri &#8211; se cos&#236; possiamo chiamarla &#8211; sotto forma di <em><a href="https://nazzarenomataldi.com/blog/2016/04/01/maculae-macularum/">maculae vitae</a></em>, ai tempi dei blog, ma grosso modo sempre in tema di scrittura.</p><blockquote><p>1. Se c&#8217;&#232; una cosa che pi&#249; di ogni altra ti senti di rimproverare a internet, forse &#232; l&#8217;eccessiva immediatezza: il troppo poco tempo che in genere passa tra l&#8217;insorgere di un bisogno &#8211; di esprimersi, di comunicare, di commentare, di informarsi, di interagire &#8211; e il soddisfacimento di quel bisogno, pigiando il tasto Invia, con conseguenze non sempre esemplari. Ci fosse uno scarto temporale maggiore tra l&#8217;insorgere del bisogno e il suo soddisfacimento, tutto sarebbe meno che un male. Ammirazione, allora, per chi pigia quel tasto Invia con molta parsimonia e accortezza, sforzandosi di dilatare i tempi pi&#249; che accorciarli, complessificando e arricchendo l&#8217;espressione di s&#233; e non semplificandola, non banalizzandola in sterili e ripetitive caricature. Ammirazione, insomma, per chi continua o ha ripreso a fare un uso sapiente del blocco di carta, che sia per scrivere o prendere appunti, che sia per disegnare, che sia per incollare ritagli o fotografie.</p><p>2. Tutti questi tuoi pensierini-ini-ini, per fermare i quali hai bisogno di fogliettini-ini-ini. Sapessi dire di pi&#249;, scriveresti su dei quaderni grandi, magari a righe. Scarabocchi invece blocchetti di carta grigiolina, riciclata, sottile. Appunti quelle due o tre frasi che ti vengono di getto, poi agglutini un po&#8217;, esaurisci un lato del foglietto, lo pieghi, prosegui sull&#8217;altro. Finito anche questo, tra una cancellatura e un&#8217;aggiunta, hai bello che finito di scrivere. Stacchi allora il foglietto, lo lasci riposare per qualche ora o giorno. Lo rileggi ogni po&#8217; di tempo. Se ti soddisfa, ne fai un post-ino-ino; se no, lo stracci. Alla fine, &#232; sempre cos&#236;.</p><p>3. A mettere in fila tutto quanto uno legge, sente, vede, linka, cita, scrive, pensa, fa, che cosa viene fuori? Oib&#242;, un gran stordimento.</p><p>4. Sono stanchi i tuoi occhi, iniettati di sangue la sera, e incrinato l&#8217;umore, provato, quando prolunghi le sedute davanti a un computer, e l&#8217;eccitazione per tutto quello che leggi e che scrivi o traduci non ti ripaga della luce naturale che perdi, dei colori di fuori che non vedi, dei suoni che non senti, dei sorrisi, le carezze, gli abbracci e i baci che non ricevi e non dai.</p><p>5. L&#8217;obiettivo professato, da ultimo, &#232; giorno dopo giorno abbassare il livello di inquinamento emozionale e mentale, grazie a un ridotto input informativo, e recuperare cos&#236; una maggiore fluidit&#224; del pensiero. Provarci si pu&#242;, si deve. Riuscirci esige tuttavia una disciplina che, per come siamo fatti o come siamo diventati, &#232; di per s&#233; un&#8217;impresa. Ma disciplina &#232; anche sforzarci di trovare una linea di continuit&#224; tra le idee, i pensieri, i ragionamenti che si accendono nella nostra testa e, se siamo nella vena giusta, poi portiamo avanti. Non si pu&#242; cio&#232; scrivere &#8211; anche su un blog, di fatto &#8211; tutto quello che viene in mente, come viene in mente, ma &#232; necessario che si delinei e sviluppi una sequenza. Senza, siamo sempre l&#236;, eternamente alla merc&#233; delle bizze del momento. E soddisfatti/felici, alla fin fine, solo cos&#236; cos&#236;.</p><p>6. Scrivere, che sia un impegno serio o un ingenuo passatempo, &#232; anche &#8211; o soprattutto &#8211; un modo di cercare conforto, in fondo. Come leggere o ascoltare musica o andare a vedere un film al cinema, del resto.</p><p>7. Non sono tutte belle le cose che pensiamo, diciamo, scriviamo (di quelle che facciamo, nemmeno a parlarne). Per quanta attenzione ci mettiamo, per quanta autocensura ci imponiamo, seminiamo tali eminenti brutture che solo a riconsiderarle, a distanza di tempo, inorridiamo.</p><p>8. Quella volta, dopo uno dei frequenti e semiburrascosi commiati pubblici da una mailing list dove avevi il brutto vizio di intervenire a iosa (ma non pi&#249; di tanto a sproposito), che una collega (con la quale poco prima avevi avuto un piccolo diverbio) ti scrisse in privato invitandoti a ritornare sulla tua decisione: &#171;Non ti conosco, ti ho visto di sfuggita a [xxx], ma mi chiedo: non &#232; che ti sei reso conto di quanto piacere ti facesse essere in [yyy], e hai voluto privartene a bella posta, forse per autopunizione?&#187;. Non aveva tutti i torti; anzi, aveva sicuramente ragione (tant&#8217;&#232; che presto saresti rientrato puntualmente in lista, dapprima conservando un moderato silenzio, ma poco pi&#249; in l&#224; riprendendo a scrivere a spron battuto, fino al picco di visibilit&#224; &#8211; e, forse, anche discutibile popolarit&#224; &#8211; raggiunto con una certa lettera aperta ai giornali). Ma nemmeno tu avevi tutti i torti nel voler adottare questa &#8220;autopunizione&#8221;, ben sapendo che in certi casi &#232; l&#8217;unica maniera di autocontrollarsi ed evitare che a un massimo di net-loquacit&#224; (insostenibile) di colpo faccia seguito un massimo di net-silenzio (opprimente).</p><p>9. Il silenzio, il silenzio&#8230; un uso &#8211; e consumo &#8211; pi&#249; parco delle parole, <em>please!</em> Parrebbe una richiesta e una decisione semplice da ottemperare; nel mondo di oggi, invece, &#232; delle pi&#249; indicibilmente difficili. Hai cos&#236; voglia ad annunciare in rete che &#171;dopo il frastuono del di tutto e di pi&#249;&#8230; il silenzio&#8230; per qualche settimana mi propongo di staccare totalmente da qui&#187;. Basta infatti il minimo cedimento rispetto alla volont&#224; dichiarata di stare un poco pi&#249; raccolti e quieti &#8211; una cortesia, una celia &#8211; e una valanga di parole &#232; l&#236; pronta a riversarsi su di noi o a uscire da noi. Il silenzio, perci&#242;, questo miraggio oggid&#236;, questa m&#232;ta spesso irraggiungibile, per quanto desiderata o desiderabile, per conseguire la quale bisogna essere decisi a rinunciare a molto, dando allo stesso tempo prova della massima indifferenza e del massimo egoismo. Il silenzio, insomma, che spinto all&#8217;estremo non &#232; nemmeno tutto questo gran splendore, ma in tante occasioni ci attrae potentemente e ci trasporta via, finendo al dunque per rigenerarci.</p><p>10. Quando si crea uno strappo serio e quando le parole che si dicono &#8211; per meglio dire, si scrivono &#8211; sono pi&#249; che meditate e non dettate da un raptus improvviso, &#232; chiaro, non ci sono pi&#249; i margini per riannodare una storia. Da eterni romantici, magari ci proviamo pure &#8211; una, due, tre volte &#8211; bench&#233; senza alcuna convinzione. Cerchiamo giusto quell&#8217;ultima conferma che, s&#236;, avevamo inequivocabilmente ragione a pensarla in un certo modo. E dopo le lacrime, la forza per sussurrare: Ma va in mona!</p><p>11. Quel pomeriggio ebbe una nuova conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno: le giornate di pioggia, specie se stentata, lo rendevano di umore nero, apatico e assente. Alle volte nemmeno una musica, nemmeno una pagina scritta, nemmeno una voce amica erano di grande conforto, capaci di riscaldarle e riscattarle. Allora se ne stava l&#236;, nella sommessa attesa che il momento affranto svaporasse, poi pazientemente rimetteva mano al lavoro, per quanto stanco. Stanco di interpretare e impersonare a ripetizione voci non sue, di diventare un altro e subito dopo un altro ancora, la sua voce silente. In qualche modo, per&#242;, doveva scuotersi e venir via da quella condizione ricorrente di malinconia e svogliatezza, che lo portava alternativamente a distrarsi senza posa o ad astrarsi senza un motivo. Un momento intento a seguire ossessivamente gli ultimi aggiornamenti dalla rete, quello successivo preso dai ricordi vacui di che cosa faceva, pensava, leggeva o scriveva anni prima. E questo malgrado da tempo si fosse ripromesso di non ricadere pi&#249; nelle nebbie del passato, e nemmeno lasciarsi imbrigliare nella morsa asfissiante di un presente da poco, per provare invece a recuperare almeno una dimensione minima di progettualit&#224; futura.</p><p>12. C&#8217;&#232; un limite alle parole, al numero delle parole che la mente pu&#242; gestire ogni giorno ascoltando, parlando, leggendo, scrivendo, traducendo. Sopra ogni altra cosa, scrivendo e traducendo. Cos&#236;, volta per volta, una componente linguistica sottrae spazio all&#8217;altra, depotenzia e squilibra l&#8217;altra.</p><p>13. Sei ombelicale, dice. Come tutti oggid&#236;. Pensa per te, dice.</p><p>14. Si pu&#242; dire che il tuo modo di fare, pensare e soprattutto scrivere sia &#8220;per agglutinamento&#8221;? Tendenzialmente s&#236;. A volte, eccessivamente.</p><p>15. Tutti scriviamo oggi, pur non sapendo che cosa.</p><p>16. E succede che scrivo, quando non scarabocchio, / o che leggo rapito, se non mi impapocchio. / Via dal ludico schermo riaffiora il respiro, / dentro di me &#232; un pacato sospiro. / Sono momenti di calma dentro alla stanza, / fin quando non scatta l&#8217;idea di una danza. / Faccio a meno di te non pi&#249; che del t&#232;, / solo il pensiero &#232; alla vita che &#232;.</p><p>17. L&#8217;importanza di avere <a href="http://www.nazzarenomataldi.com/blog/2013/11/19/lagenda/">un&#8217;agenda</a>, andavi dicendo e scrivendo. L&#8217;importanza anche di tenere un diario (o se vogliamo un blog) e annotare via via le impressioni immediate sulle situazioni del momento. L&#8217;importanza anche di tornarci su, a distanza di tempo, e ripercorrere e rileggere retrospettivamente quei mesi, quegli anni. Il giudizio che se ne ricavava poteva essere cocente, ma era un&#8217;operazione necessaria. Era necessario riflettere sul proprio passato, pi&#249; e meno recente. [&#8230;] Quello che poteva venir fuori era, come [in un] libro dello storico Guido Crainz, il &#171;<a href="https://www.donzelli.it/libro/9788868430160">diario di un naufragio</a>&#187;. Sconsolante forse, ma toccava farci i conti. Perch&#233; &#171;se una nuova partenza [era] possibile, [poteva] avvenire solo da qui&#187;.</p><p>18. Dicono che scrivere sia il primo passo per diventare scrittori. Ma il primo passo per arrivare a scrivere (tanto e bene) &#232; in realt&#224; leggere (tanto e bene) o quantomeno ascoltare (tanto e bene) ma soprattutto osservare (tanto e bene). Poi &#232; chiaro: pi&#249; scrivi e pi&#249; ti verr&#224; da scrivere, anche se bene o male &#232; da vedere. Solo rileggendoti ad alta voce a distanza di tempo puoi sperare di capire se hai fatto progressi e trovato suppergi&#249; una tua voce o all&#8217;opposto sei malamente regredito: se non ti dispiaci pi&#249; di tanto, puoi proseguire con fiducia, ma non &#232; detto che sia nel migliore dei modi; se invece il sentimento prevalente &#232; la vergogna, forse &#232; solo allora che sei sulla strada giusta, solo allora che hai preso piena coscienza di te, dei tuoi limiti, magari di qualche tuo pregio.</p></blockquote><div><hr></div><p>E per finire, un <a href="https://nazzarenomataldi.com/blog/2016/11/21/arzigogolatamente/">altro vecchio post</a>, seppur gi&#224; in piena e deprecabile epoca social, con i blog ormai abbandonati a se stessi, senza pi&#249; aggiornamenti (correva l&#8217;anno 2016).</p><blockquote><p>Vorresti dire, vorresti scrivere, vorresti anche solo segnalare &#8211; non come un tempo, d&#8217;accordo, ch&#233; quel tempo &#232; finito da un pezzo &#8211; ma non ce la fai. Non ce la fai, cio&#232;, dilungandoti, dettagliando, magari arzigogolando.</p><p>&#200; successo che sei cambiato, che un po&#8217; tutti siamo cambiati, in rete e non.</p><p>Con rare eccezioni, non c&#8217;&#232; pi&#249; grande slancio, non c&#8217;&#232; pi&#249; grande partecipazione, grande coinvolgimento, spesso nemmeno grande interesse, per quanto succede lontano da noi ma anche relativamente vicino a noi o direttamente a noi.</p><p>Siamo molto fiaccati, mentalmente prima ancora che fisicamente. Il corpo, anzi, quello sta abbastanza bene: non in formissima, magari, ma senz&#8217;altro meglio che in altri tempi, molto pi&#249; trascurato di adesso.</p><p>&#200; la mente che &#232; esausta, a volte oltremodo appesantita, altre inebetita, investita ogni giorno da tanto, probabilmente da troppo. Salta, corre, di qua e di l&#224;, a volte fino a sfiancarsi, a non poterne pi&#249;.</p><p>Succede allora che, cos&#236; come non passi come se nulla fosse da una traduzione all&#8217;altra, da una lingua all&#8217;altra, da un tipo di scrittura all&#8217;altro, anche passare da un ambito pratico all&#8217;altro richiede sempre pi&#249; tempo e dispendio di energie. Perch&#233; se le membra sono leste a riadattarsi ai compiti che gi&#224; conoscono, il cervello &#232; molto pi&#249; lento a cambiare modalit&#224; operativa nonch&#233; interpretativa.</p><p>&#200; come se il corpo avesse un&#8217;intelligenza o comunque una memoria, un&#8217;elasticit&#224;, una reattivit&#224; superiori rispetto alla mente. Il corpo &#232;, quasi sempre, subito pronto all&#8217;azione; la mente va ogni volta messa nelle condizioni giuste per funzionare al meglio.</p><p>Il corpo freme, sa di suo, procede d&#8217;istinto; la mente indugia, vorrebbe dettare le regole ma pu&#242; solo trovare ragioni a quanto il corpo ha gi&#224; deciso di fare o non fare, spontaneamente.</p><p>In tutto questo, ecco presto attenuata quando non azzerata la voglia di stare seduto a un computer e dire, scrivere, anche solo segnalare, lungamente, dettagliatamente, arzigogolatamente.</p></blockquote><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://nazzarenomataldi.com/blog/2013/11/19/lagenda/" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/c6752b10-0c5d-4af6-8c81-95eeaeb942d9_1214x435.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>A novembre e dicembre tornano in tour in Europa i Radiohead; il 14, 15, 17 e 18 novembre saranno in particolare in Italia, alla Unipol Arena di Casalecchio di Reno (BO), per quattro concerti naturalmente sold out. L&#8217;occasione per riproporre la traduzione di un lungo pezzo che li riguarda, scritto 25 anni fa da Gerald Marzorati, per il &#171;New York Times Magazine&#187;, in occasione dell&#8217;uscita di </em>Kid A<em>, il quarto album in studio, molto sperimentale, dopo il successo strepitoso di </em>Ok Computer<em>, tre anni prima, pietra miliare della musica rock anni Novanta. Traduzione pubblicata da &#171;Internazionale&#187;, n. 357, 20 ottobre 2000, pp. 20-27.</em></p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:null,&quot;width&quot;:null,&quot;resizeWidth&quot;:728,&quot;bytes&quot;:null,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:null,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:false,&quot;topImage&quot;:true,&quot;internalRedirect&quot;:null,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!G8dL!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70c83569-9346-42b6-85a9-6a4032ad6fce_1214x435.jpeg 1456w" sizes="100vw" fetchpriority="high"></picture><div></div></div></a></figure></div><div><hr></div><h3>| di Gerald Marzorati |</h3><p>I Radiohead sono una band importante in un periodo difficile per le band importanti. Il gruppo prende il nome da una canzone dei Talking Heads: gi&#224; questo la dice lunga sulle sue aspirazioni e anche su come ogni band ambiziosa oggi non possa evitare di fare i conti con il passato. I Radiohead stanno facendo musica mentre l&#8217;epoca delle band sembra vicina alla fine, un periodo in cui quanto c&#8217;&#232; di pi&#249; nuovo e originale nella musica pop viene prodotto non da gruppi di ragazzi che suonano la chitarra e scrivono i testi delle loro canzoni, ma da deejay e da team di produzione guidati da una o due persone armati di giradischi, computer e dei pi&#249; disparati congegni elettronici. &#200; un periodo in cui si ha la sensazione di una rivoluzione copernicana nella musica leggera di massa: dal pop-rock verso l&#8217;hip-hop, la dance e quella che negli Stati Uniti viene chiamata genericamente musica elettronica. Sono passati quasi quarant&#8217;anni dall&#8217;ultimo grande cambiamento, che fu segnato dall&#8217;avvento della prima band importante: i Beatles, di cui i Radiohead parlano in continuazione.</p><h4>Una voce splendida</h4><p>I Radiohead stanno affrontando il cambiamento radicale che investe la musica pop in un modo completamente diverso dai nuovi gruppi rap-metal come i Limp Bizkit, i cui album dominano le classifiche americane da due anni: gruppi che hanno preso gli aspetti peggiori dell&#8217;hip-hop degli afroamericani &#8211; testi misogini e ritmi monotoni &#8211; fondendoli con il sentimentalismo dell&#8217;heavy metal dei bianchi. I Radiohead sono un quintetto. Si sono conosciuti quindici anni fa alla Abingdon Scholl, nell&#8217;Oxfordshire. Non sono arrabbiati n&#233; disperatamente alienati, ma seri, introversi e inquieti. Soprattutto Thom Yorke, il cantante solista. Yorke possiede una delle voci pi&#249; delicate che abbiano mai impreziosito un disco pop: uno splendido falsetto dall&#8217;aria vagamente operistica. In definitiva &#232; la sua voce il vero marchio di fabbrica delle canzoni dei Radiohead.</p><p>Yorke &#232; anche il principale autore dei testi e il motore del gruppo, o come spiega lui: &#8220;Noi operiamo come le Nazioni Unite. Io sono l&#8217;America&#8221;. Quando nel settembre scorso mi sono unito alla band per alcuni giorni in occasione di un paio di concerti a Copenaghen, per un certo tempo Yorke si &#232; rifiutato di parlare con me. A volte decide di non parlare neanche con gli altri componenti del gruppo, cosa che li innervosisce sempre. &#8220;Thom pu&#242; essere piuttosto duro con le persone&#8221;, dice Nigel Gondrich, il giovane produttore della band, scegliendo le parole attentamente, senz&#8217;altro per non rendere la sua situazione ancora pi&#249; difficile.</p><p>Tre anni fa i Radiohead risposero alla fine incombente del rock legato all&#8217;album vecchio stile, saturo di chitarre e di testi molti densi, realizzando <em>Ok Computer</em>, un concept album in perfetto stile anni Settanta, imbottito di melodie ampie e trascinanti, chitarre rigorose, tempi insolitamente irregolari, melanconici accordi in minore e cambiamenti atonali.</p><p>Per non dire dei testi elaborati e vagamente da incubo, che parlano di un mondo di disastri tecnologici, di conformismo ipercapitalista e situazioni che cambiano cos&#236; rapidamente da non lasciare pi&#249; il tempo per ascoltare album di bellezza crepuscolare come <em>Ok Computer</em> (se <em>Underworld</em> di Don DeLillo fosse un disco rock avrebbe il suono di <em>Ok Computer</em>).</p><h4>Idoli della critica</h4><p>Praticamente tutti i maschi bianchi brizzolati che dirigono le riviste musicali e scrivono le recensioni degli album rock ascoltando i dischi con le cuffie molte volte di seguito hanno salutato <em>Ok Computer</em> come un capolavoro. Ma &#232; piaciuto anche a molta altra gente: &#232; stato candidato ai Grammy Awards come album dell&#8217;anno, e fino a oggi ha venduto in tutto il mondo pi&#249; di quattro milioni e mezzo di copie. A uno dei concerti del gruppo a cui ho assistito, una buona met&#224; della folla incantata di spettatori &#8211; quasi tutti studenti dall&#8217;aria di sinistra e alla moda &#8211; si &#232; messa a cantare ad alta voce la canzone pi&#249; strana dell&#8217;album, <em>Paranoid Android</em>. &#200; un pezzo che comincia con le parole &#8220;Potresti smettere di fare rumore sto cercando un po&#8217; di riposo / da tutte le voci di pulcini mai nati nella mia testa&#8221; e culmina sei minuti pi&#249; tardi con un meditabondo coro russo.</p><p>I Radiohead hanno appena pubblicato il loro nuovo album, il quarto. Nell&#8217;industria discografica &#8211; che sull&#8217;onda del successo di <em>Ok Computer</em> si &#232; precipitata a scritturare gruppi simili ai Radiohead (come Travis, Coldplay, Muse) &#8211; questo nuovo disco ha creato un&#8217;attesa come non si vedeva da anni. Un ruolo non piccolo lo ha svolto la strategia di lancio aggressivamente passiva del gruppo: i Radiohead non hanno voluto far uscire nessun singolo promozionale per la radio e nessun video, anche se Mtv ha mostrato brevi &#8220;pillole&#8221; fornite dal gruppo con estratti sonori dall&#8217;album. Intitolato <em>Kid A</em>, il nuovo disco non &#232; un concept album ma, come il precedente, &#232; di quelli da ascoltare con le cuffie.</p><p><em>Kid A</em> ha una sola canzone autenticamente rock, <em>Optimistic</em>: il suono ricorda i Rem, un gruppo la cui musica e il modo molto equilibrato di essere rockstar hanno avuto un&#8217;influenza notevole sui Radiohead sin dagli inizi. Per quanto riguarda le altre nove canzoni, invece, molte non hanno una struttura di strofa e ritornello. La maggior parte si adagia su interferenze create al sintetizzatore o catturate dalla radio, e quasi tutte hanno testi angosciati, dal tono incantatorio o inflessibile, basati su frammenti che potrebbero essere usciti dal cappello dadaista di Tristan Tzara. Malgrado il carattere ricercato di gran parte dei brani, non &#232; musica &#8220;difficile&#8221;, soprattutto perch&#233; i tessuti sonori che i Radiohead hanno imbastito per le canzoni sono sempre molto evocativi e avvincenti. Suoni che arrivano dal passato &#8211; un armonium, un contrabbasso, un&#8217;arpa &#8211; fluttuano e si dissolvono tra gorgoglianti pulsazioni elettroniche, parti di cantato registrate e riversate a ciclo continuo, riff di chitarra e tastiere manipolati al computer.</p><p>&#200; un complesso palinsesto sonoro le cui delizie emergono lentamente, concentrate nelle asperit&#224; dei passaggi e nelle pause. Per esempio, nel brano che d&#224; il titolo all&#8217;album &#8211; il nome &#232; tratto da un software audio per bambini &#8211; un&#8217;incantevole scultura musicale viene costruita intorno al motivo di un carillon d&#8217;altri tempi: una batteria jazz tagliata e incollata; una melodia vocale da grammofono strapazzata e alterata da un vocoder; e una base acquosa prodotta con le onde Martinot, un protosintetizzatore usato dal compositore francese Olivier Messiaen, molto amato da Jonny Greenwood, chitarrista solista del gruppo e sperimentatore con le tastiere.</p><h4>Guardando i Beatles</h4><p>Colin, il fratello maggiore di Jonny, &#232; il bassista. Perfino in una band che in albergo si rilassa bevendo un bicchiere di vino e discutendo preoccupata delle concentrazioni in atto nell&#8217;industria editoriale britannica, Colin spicca come l&#8217;intellettuale del gruppo (ha studiato inglese a Cambridge). Una mattina, mentre chiacchieravamo seduti nei giardini del castello di Rosenborg, a Copenhagen, gli ho chiesto come fosse nato <em>Kid A</em>. Ha riflettuto per qualche istante, poi ha citato Leonard Bernstein secondo cui il processo di creazione musicale &#232; intessuto di ambiguit&#224; e cancellazioni. Mi ha spiegato molto prosaicamente che durante le sedute di registrazione di <em>Kid A</em> ci sono stati dei momenti in cui il gruppo sembrava essere sul punto di sciogliersi.</p><p>Alla fine ha concluso: &#8220;Insomma, tutto il problema si riduce a trovare un nuovo sound. Prendi i Beatles, per esempio: a ogni album tiravano fuori un nuovo approccio. Ascoltavano un mucchio di roba, poi la portavano nella loro musica. Lavoriamo cos&#236; anche noi. Ma naturalmente loro erano agli inizi e hanno inventato come si poteva fare&#8221;. Colin si &#232; interrotto per qualche secondo, poi ha ripreso: &#8220;Noi lavoriamo insieme da quindici anni, una cosa rara &#8211; soprattutto tra maschi, se ci fai caso. Ma &#232; sempre pi&#249; difficile creare qualcosa di nuovo. Non solo per noi, ma per tutti, si direbbe&#8221;.</p><p>Le vendite sorprendenti di <em>Ok Computer</em> in parte potrebbero essere state stimolate dalle lodi della critica, ma pi&#249; probabilmente sono dovute al grande impegno del gruppo stesso, che per un anno e mezzo &#232; stato ininterrottamente in tour per tre continenti a promuovere l&#8217;album. &#200; sempre stato cos&#236; che una band &#232; diventata veramente grande, ed &#232; una fatica terribile. Naturalmente solo un gruppo con grandi ambizioni pu&#242; mettersi on the road in questo modo. Ma a Thom York non piace la parole &#8220;ambizione&#8221;. &#8220;Una volta eravamo ambiziosi&#8221;, ha detto quando ho sollevato l&#8217;argomento. &#8220;Ma in ogni caso cosa significa l&#8217;ambizione?&#8221;.</p><p>Ho portato la questione su un terreno leggermente diverso: la fama e il successo ottenuti con il lunghissimo e snervante tour di <em>Ok Computer </em>hanno regalato ai Radiohead un livello nuovo di libert&#224; e controllo? &#8220;Si pu&#242; dire che abbiamo guadagnato il privilegio di fare le cose a modo nostro&#8221;.</p><p>Poi ha sorriso, con un&#8217;aria leggermente imbarazzata. Yorke d&#224; l&#8217;impressione di uno che ha sviluppato una certa dose di superbia per ottenere i risultati estetici che desidera; e anche per proteggere la sua immagine di artista da tutto ci&#242; che si muove intorno all&#8217;industria dello spettacolo. Ma in lui c&#8217;&#232; anche una dolcezza da ragazzino e quel senso tutto inglese delle buone maniere a cui Orwell dava tanta importanza e che vale anche per gli altri componenti del gruppo: ti tengono aperta la porta, s&#8217;informano sullo stato di salute e l&#8217;umore dei tecnici, fuori dell&#8217;albergo firmano autografi anche sotto una fredda pioggerellina, come fosse la cosa che pi&#249; amano fare, e dicono &#8220;Sorry&#8221; per tutto. &#8220;Scusami&#8221;, mi ha detto Yorke. &#200; rimasto silenzioso un attimo, poi ha proseguito: &#8220;Sappiamo molto sulle band, sui tour interminabili e su ci&#242; di cui si ha bisogno per essere una grande band alla fine di tutto questo. Ma gli ultimi mesi del tour di <em>Ok Computer</em> sono stati un grosso sbaglio. Abbiamo sempre avuto l&#8217;idea che la cosa bella di essere in un gruppo fosse l&#8217;intesa, il mantenere vivo l&#8217;interesse tra noi: tutta roba che non puoi fare stando da solo in una camera da letto. Invece in quei giorni pensavo: &#8216;Al diavolo questa band!&#8217;. Era terribile&#8221;.</p><h4>Tour in tenda</h4><p>Yorke, 31 anni, pi&#249; o meno l&#8217;et&#224; media dei componenti dei Radiohead, stava sorseggiando del vino bianco seduto su un divano nei camerini della band dopo uno dei concerti di Copenhagen, una delle prime tappe di un breve tour europeo completamente diverso da quello di <em>Ok Computer</em>. Poich&#233; i Radiohead non possono soffrire n&#233; l&#8217;acustica n&#233; l&#8217;atmosfera delle grandi arene, ogni concerto si &#232; svolto sotto un enorme tendone, realizzato su misura e montato in un grande parco cittadino. Un&#8217;operazione che ha richiesto decine di tecnici specializzati al seguito, non solo per montare e smontare il tendone color indaco, ma anche per personalizzare il suono e i sistemi d&#8217;illuminazione. Questa squadra, cos&#236; come la band e i suoi stretti collaboratori &#8211; i manager, il &#8220;tecnico della chitarra&#8221; e cos&#236; via &#8211; avevano i pasti preparati da un&#8217;&#233;quipe di catering che ogni mattina trovava il tempo di fare la spesa al mercato per poi cucinare una ricca cena con molte portate. In mattinata e nel primo pomeriggio i membri della band avevano quasi sempre del tempo libero per leggere o passeggiare. Nel tardo pomeriggio si riunivano sotto il tendone per un breve soundcheck. I Radiohead salivano sul palco un po&#8217; in anticipo rispetto agli standard dei concerti rock, intorno alle otto e mezza di sera, dopo l&#8217;esibizione di un gruppo spalla (a Copenaghen era una pretenziosa band islandese chiamata Sigur R&#243;s), e per le undici era tutto finito. &#8220;Thom non voleva pi&#249; lavorare senza sosta&#8221;, ha spiegato Colin Greenwood. &#8220;La gente continua a essere dell&#8217;idea che i gruppi non fanno un lavoro duro, forse non vogliono ammetterlo perch&#233; noi facciamo parte del loro tempo libero. Ma credimi, &#232; faticoso&#8221;.</p><p>I due concerti di Copenaghen sono stati molto sperimentali: pieni di energia, impegnativi e a momenti meravigliosi, come quando, su una canzone del nuovo album, Jonny Greenwood ha &#8220;suonato&#8221; una radio a transistor come fosse una chitarra elettrica, o quando, su un&#8217;altra canzone nuova, lui e l&#8217;altro chitarrista della band, Ed O&#8217;Brien, si sono messi a smanettare con i campionatori catturando la voce di Thom Yorke e strane variazioni al piano elettrico e facendoli roteare e riecheggiare tra la folla come ascetici canti gregoriani. &#8220;In un certo senso quella canzone &#232; concepita come un esperimento&#8221;, ha detto Yorke pi&#249; tardi. &#8220;Mi piace che sia diversa ogni sera. Mi annoio. Sono stanco del rock. Tu no?&#8221;.</p><h4>Teenager troppo seri</h4><p>In una mattina di settembre ho attraversato in macchina Abingdon, una deliziosa cittadina inglese, e poi sono andato alla Abingdon School, con le sue costruzioni vittoriane di mattoni rossi, le siepi ben curate e gli studenti in blazer e cravatta del college, riuniti su un bel prato. A farmi da guida c&#8217;era Chris Hufford, uno dei partner della consolidata struttura organizzativa dei Radiohead, il Courtyard Management. Mentre lui parlava di come suo figlio avesse preferito non andare ad Abingdon &#8211; Hufford e i suoi colleghi hanno gli uffici nel vicino villaggio di Sutton Courtenay &#8211; io non riuscivo a staccare gli occhi dagli studenti di quella public school, sconcertato all&#8217;idea che solo alcuni anni fa tra di loro c&#8217;erano i membri della band probabilmente pi&#249; significativa di oggi.</p><p>Alla Abingdon School Colin Greenwood studiava chitarra classica, Selway percussioni, Yorke aveva scritto l&#8217;accompagnamento musicale per una produzione di <em>Sogno di una notte di mezza estate</em>, mentre Jonny Greenwood suonava la viola in una orchestra giovanile locale. I futuri Radiohead si misero pi&#249; o meno insieme, su iniziativa di Yorke, in una sala prove della scuola.</p><p>Il successo ha portato con s&#233; la pubblicazione di almeno tre biografie della band: in ognuna di esse lo stimolo alla formazione del gruppo e anche le oscure modalit&#224; compositive dei suoi testi e della sua musica sono fatte risalire all&#8217;infanzia di Yorke e a una serie di dolorose operazioni al suo occhio sinistro, affetto da ambliopia. Gli interventi non solo non sono riusciti a correggere il difetto, ma gli hanno fatto peggiorare la vista e causato un leggero abbassamento della palpebra, motivo di continue prese in giro da parte degli altri ragazzi (ad Abingdon era soprannominato &#8220;salamandra&#8221;).</p><p>Fondamentalmente, per&#242;, le radici dei Radiohead non sono molto diverse da quelle delle innumerevoli band venute prima di loro: gli piaceva stare insieme, erano un gruppo affiatato, condividevano la passione per alcuni dischi &#8211; soprattutto quelli di gruppi come i Rem e i Pixies &#8211; e pensavano che fare musica fosse il modo migliore per cementare la loro amicizia.</p><p>&#8220;La cosa davvero strana &#232; la seriet&#224; con cui prendevo la faccenda&#8221;, ha ricordato Ed O&#8217;Brien mentre parlavamo un pomeriggio. &#8220;Lo facevamo tutti&#8221;, ha subito corretto Jonny Greenwood. Eravamo insieme a bere una tazza di caff&#232; in un bar vicino al loro albergo di Copenaghen, prima che andassero sotto il tendone per il soundcheck.</p><p>Greenwood: &#8220;Partivo per il college e pensavo: &#8216;Speriamo che questa settimana non sia troppo dura, perch&#233; nel fine settimana devo tornare a casa per provare con il gruppo&#8217;. Voglio dire che il gruppo &#232; tutto quello che faccio &#8211; &#232; la mia vita &#8211; da quando avevo tredici anni&#8221;.</p><p>O&#8217;Brien: &#8220;Ad Abingdon provavamo, registravamo la prova, ascoltavamo il nastro della prova, provavamo ancora&#8230;&#8221;.</p><p>Greenwood: &#8220;S&#236;, raramente suonavamo per qualcuno&#8221;.</p><p>O&#8217;Brien: &#8220;Non piacevamo a nessuno, tranne a noi&#8221;.</p><p>Greenwood: &#8220;&#200; vero&#8221;.</p><p>O&#8217;Brien: &#8220;Quando partivo per il college facevo sentire qualche nastro alle persone con cui viaggiavo &#8211; sai, la band era la mia ragion d&#8217;essere &#8211; e mi rispondevano con certi sguardi come a dire: &#8216;Continua a studiare&#8217;&#8221;.</p><p>Greenwood: &#8220;Eravamo cos&#236; seri&#8221;.</p><p>O&#8217;Brien: &#8220;Ci ritrovavamo in una specie di pub ad Abingdon &#8211; un posto incredibilmente noioso per dei ragazzi allora sui 16 o 17 anni &#8211; e discutevamo di cosa avremmo voluto fare.</p><p>Greenwood: &#8220;S&#236;, se ci pensi&#8230;&#8221;.</p><p>O&#8217;Brien: &#8220;Oh-oh, banalit&#224; in arrivo&#8230;&#8221;.</p><p>Greenwood: &#8220;In realt&#224; penso che volessimo semplicemente fare un disco&#8221;.</p><p>O&#8217;Brien: &#8220;Molto di pi&#249;&#8221;.</p><p>Alla fine degli anni Ottanta, mentre era alla Exeter University per studiare lettere, Thom York scrisse una canzone intitolata <em>Creep</em> (sfigato). &#200; su un tipo sempre ubriaco, che non si piace, a cui basta la vista di una bella ragazza per andare in crisi e anche peggio. Alla fine dell&#8217;estate del 1992 i Radiohead erano in studio per realizzare un singolo: la canzone venne registrata quasi per caso, ma i produttori applaudirono. Un singolo di quattro brani &#8211; la loro prima incisione dopo aver firmato un contratto con l&#8217;etichetta inglese Parlophone, di propriet&#224; della multinazionale Emi &#8211; era stato lanciato sul mercato britannico alla fine del 1991, ma era andato malissimo. Le cose non andarono in maniera molto diversa con <em>Creep</em>.</p><p>Ma la storia non finisce qui. Il responsabile della programmazione musicale di una radio universitaria dell&#8217;area di San Francisco trov&#242; il disco sullo scaffale delle novit&#224; d&#8217;importazione di un negozio di dischi di Berkeley e lo inser&#236; tra i brani in programmazione. Nel giro di qualche settimana divenne uno dei pezzi underground pi&#249; ascoltati in tutta la costa californiana. <em>Creep</em> fu inclusa nel primo album dei Radiohead &#8211; <em>Pablo Honey</em>, pubblicato nel febbraio 1993 &#8211; e fece entrare il disco nelle classifica. Di <em>Creep</em> venne anche incisa una nuova versione censurata, eliminando le esclamazioni oscene, affinch&#233; potesse essere programmata sulle stazioni rock statunitensi. Alla fine dell&#8217;estate 1993 <em>Creep</em> era un successo in tutti gli Stati Uniti: il nuovo inno dei giovani slacker istruiti, antimaterialisti e apatici, dopo <em>Smells Like Teen Spirit</em> dei Nirvana e <em>Loser</em> di Beck.</p><p>I Radiohead andarono in tour negli Stati Uniti e ovunque ragazzi in camicia di flanella richiedevano a gran voce <em>Creep</em>, ma spesso se ne andavano dal concerto subito dopo che la band l&#8217;aveva eseguita. Il nuovo singolo fu un fiasco. Alla fine del 1993 i Radiohead non interessavano pi&#249; a nessuno.</p><p>Ai concerti i ragazzi chiedono ancora <em>Creep</em>, il che &#232; indicativo di quanto sia importante un singolo di successo nel costruire una base di ammiratori. D&#8217;ora in avanti i Radiohead non suoneranno pi&#249; <em>Creep</em> nei loro concerti: quando ho parlato di questo con Yorke, ha criticato aspramente le radio americane e i moderni dj rock, che l&#8217;hanno letteralmente tormentato con domande se il &#8220;creep&#8221; della canzone fosse lui e che cosa i suoi genitori o qualcun altro gli avessero fatto per farlo diventare cos&#236;. &#8220;Non puoi immaginare quanto fosse orribile&#8221;, mi ha detto. &#8220;Essere trattato come se quello dovesse essere per forza il tuo unico successo. Dopo un po&#8217; finisci per crederci. Sai che non &#232; cos&#236;, ma non c&#8217;&#232; niente da fare. &#200; un&#8217;idea che mi ha perseguitato a lungo&#8221;.</p><h4>Verso lo scioglimento?</h4><p>Il nuovo album &#232; nato non lontano da Abingdon, in un complesso di vecchi fienili in pietra che il gruppo ha convertito in Radiohead Central, con studi di registrazione, sale computer, aree per incontri e camere da letto. <em>Kid A</em>, comunque, non &#232; stato partorito in modo semplice. Per la realizzazione dei precedenti lavori la procedura era pi&#249; o meno questa: Yorke abbozzava alcune canzoni che venivano aggiunte a quelle rimaste fuori dalle precedenti incisioni. Quindi il gruppo si riuniva e provava a suonarle: ciascun componente si ritirava per un giorno o due in un angolo e sviluppava la sua parte per una canzone o un&#8217;idea per un arrangiamento. Durante queste prove c&#8217;era anche il tempo per ascoltare i dischi da cui ciascun membro del gruppo in quel momento era affascinato.</p><p>&#8220;&#200; come se tu ascoltassi qualcosa e dicessi agli altri: &#8216;Puntiamo a questo&#8230; questo suono&#8217;&#8221;, mi ha spiegato Jonny Greenwood. &#8220;Puoi farlo, sapendo che il tuo stile e i tuoi limiti ti impediranno sempre di arrivare esattamente a quel suono &#8211; cos&#236; diceva John Lennon &#8211; ma alla fine arriverai a qualcosa di nuovo e di grande&#8221;. Greenwood ha anche confessato che la sua passione per <em>Bitches Brew</em> di Miles Davis ha molto influenzato <em>Ok Computer</em>.</p><p>Ancora prima che iniziassero a lavorare al nuovo album, O&#8217;Brien si era convinto che i Radiohead dovessero fare un disco tutto chitarre, una specie di ritorno alle radici, pi&#249; vicino allo spirito del loro secondo album, <em>The Bends</em>. Quando a gennaio dello scorso anno lui e gli altri componenti del gruppo si sono riuniti per provare e cominciare le registrazioni in uno studio di Parigi &#8211; il nuovo complesso nell&#8217;Oxfordshire era ancora in costruzione &#8211; si sono resi conto che Yorke era di tutt&#8217;altra idea. Thom pensava che i gruppi con le chitarre non erano pi&#249; sulla cresta dell&#8217;onda. Era pi&#249; interessato alle nuove forme contemplative di hip-hop, come quelle realizzate da Dj Shadow a San Francisco. E aveva anche portato con s&#233; a Parigi delle registrazioni dei primi anni Novanta degli Autreche e degli Aphex Twin, artefici delle rilassate trame sonore della scena rave. Gli altri componenti del gruppo non riuscivano a seguirlo.</p><p>&#8220;Era abbastanza stupefacente&#8221;, ha ricordato di recente Nigel Godrich, seduto dietro un mixer in uno studio di St. John Wood, a Londra. &#8220;Insomma, i Radiohead sono una band chitarristica di prim&#8217;ordine. Thom, invece, voleva un suono che non c&#8217;entrava niente con un gruppo rock&#8221;.</p><p>Il gruppo ha lasciato Parigi senza aver concluso niente, per poi riunirsi a Copenaghen alcune settimane dopo. Thom aveva portato con s&#233; decine di nuove canzoni, per lo pi&#249; abbozzi. Godrich ricorda che parlava pochissimo con tutti. Per O&#8217;Brien quelle due settimane a Copenaghen furono &#8220;orrende&#8221;. Ad aprile il gruppo ci ha provato di nuovo, questa volta in una tenuta di campagna nel Gloucestershire. Ci sono state riunioni piene di tensione. Alla fine hanno deciso che la band non si sarebbe sciolta. Ripensando a quei giorni Phil Selway, il pacato batterista, dice: &#8220;Probabilmente per la prima volta non avevamo niente contro cui scontrarci come gruppo, cos&#236; ci scontravamo l&#8217;uno con l&#8217;altro&#8221;.</p><p>Solo all&#8217;inizio di quest&#8217;anno, con i Radiohead riuniti nei nuovi studi, l&#8217;idea che Yorke aveva in mente per il nuovo album ha cominciato a essere recepita da tutti. I componenti della band sono diventati pi&#249; accondiscendenti all&#8217;idea di mettere da parte i loro strumenti, e a un certo punto dell&#8217;inverno si sono di fatto scissi in due gruppi in due locali separati: uno era incaricato di creare e registrare rumori e frammenti musicali senza usare n&#233; chitarre n&#233; percussioni, l&#8217;altro di rielaborare il materiale con i congegni elettronici e i computer dello studio. &#200; maturato l&#8217;accordo che ci sarebbero stati brani in cui alcuni di loro non sarebbero apparsi. In un certo senso la nozione stessa di essere una band si stava evolvendo: ci&#242; che ora contava di pi&#249; erano i gusti e le idee. &#8220;Stavamo lavorando pi&#249; come produttori che come musicisti&#8221;, dice Selway.</p><p>Alla fine della primavera avevano abbastanza materiale per due album. Questo ha dato luogo a un&#8217;altra tornata di travagliate riunioni per decidere quali brani dovessero comparire sull&#8217;album e in quale sequenza. &#8220;Nigel dice che lavorare con noi era come lavorare con cinque attori perfezionisti&#8221;, osserva Colin Greenwood. Poi, parlando dell&#8217;album, aggiunge: &#8220;Penso che in qualche modo siamo riusciti a piegare le macchine alla nostra volont&#224;: questo &#232; quel che abbiamo fatto come band. Ci siamo accostati alla nostra maniera, ingenuamente, senza leggere i manuali d&#8217;istruzioni: non ne abbiamo la pazienza. Alla fine &#232; come aver creato una specie di falsa nostalgia che altri ottengono usando vecchi sintetizzatori degli anni Settanta e Ottanta&#8221;.</p><h4>Niente concerti</h4><p>Stranamente, &#232; proprio cos&#236;: i Radiohead hanno usato metodi modernissimi per ottenere una specie di futuristico manufatto del passato, un&#8217;opera bizzarra che rimanda al presente immediato e all&#8217;incombente esaurirsi del vecchio modello del gruppo rock.</p><p>Sfidando i sistemi tradizionali dell&#8217;industria discografica, il recente tour europeo dei Radiohead si &#232; concluso prima della pubblicazione dell&#8217;album e non ci sar&#224; nessun tour americano. Negli Stati Uniti la band apparir&#224; in tv solo al <em>Saturday Night Live</em> e far&#224; un concerto al Greek Theater di Los Angeles. L&#8217;unica presenza radiofonica sar&#224; al <em>Morning Becomes Eclectic</em>, la trasmissione art-pop che la Kcrw, una stazione radio pubblica di Santa Monica, tiene la mattina, all&#8217;ora di punta del traffico automobilistico. Secondo gli addetti del settore, la rinuncia dei Radiohead alla strategia tradizionale per il lancio di un nuovo album rappresenta la trovata pubblicitaria pi&#249; ingegnosa, a costo zero, dai tempi della copertina dei Beatles per il loro &#8220;album bianco&#8221;.</p><p>In una recente intervista Tony Wadsworth, presidente e amministratore delegato della Emi, non si &#232; dilungato molto sull&#8217;argomento dell&#8217;intelligenza commerciale della band. Ma si &#232; lasciato sfuggire: &#8220;Questi cinque ragazzi sono arrivati a un punto in cui non accetteranno mai di fare qualcosa che non hanno voglia di fare: non hanno intenzione di fare i commessi viaggiatori. Vogliono trovare nuove strategie per far circolare i loro dischi&#8221;.</p><p>I Radiohead pensano di pubblicare altre canzoni frutto delle recenti sedute di registrazione gi&#224; la prossima primavera, sotto forma di album, di singolo con pi&#249; pezzi oppure online. Hanno anche cominciato a discutere della possibilit&#224;, il prossimo anno, di andare in tour negli Stati Uniti con il loro tendone. Per il momento non si parla di un eventuale scioglimento. &#8220;Penso che un giorno saranno le nostre vite a separarci gli uni dagli altri, non i disaccordi estetici&#8221;, ha detto Colin Greenwood. &#8220;Penso che sapremo riconoscere il momento in cui sar&#224; arrivato il momento di farlo&#8221;, ha detto Ed O&#8217;Brien. Thom Yorke, invece, si &#232; espresso cos&#236;: &#8220;Penso che porteremo a termine tutte le idee della band. E a quel punto ci scioglieremo&#8221;. <em>(nm)</em></p><h3>L&#8217;autore</h3><p><strong><a href="https://www.lastampa.it/specchio/storie-di-sport/2023/05/28/news/roger_federer_non_volevo_essere_federer_mi_e_bastata_la_sua_eleganza-12826607/">Gerald Marzorati</a></strong> &#232; stato capo redattore del &#171;New York Times Magazine&#187; e in precedenza ha lavorato per &#171;Harper&#8217;s&#187; e &#171;The New Yorker&#187;. Con il libro <em>A Painter of Darkness</em> ha vinto il PEN / Martha Albrand Award per la saggistica. Oggi, oltre a passare sul campo pi&#249; tempo possibile, scrive di tennis sul &#171;New York Times&#187; e su <a href="http://newyorker.com/">NewYorker.com</a>. In Italia sono stati pubblicati <em><a href="https://www.addeditore.it/catalogo/marzorati-tardi-sulla-palla/">Tardi sulla palla</a></em> (Add Editore, 2022) e <em><a href="https://www.baldinicastoldi.it/libri/serena-williams-la-regina-del-tennis/">Serena Williams. La regina del tennis</a></em> (Baldini+Castoldi, 2021). L&#8217;originale dell&#8217;articolo di cui sopra, intitolato &#8220;<a href="https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/library/magazine/home/20001001mag-radiohead.html">The Post-Rock Band</a>&#8221;, usc&#236; sul &#171;New York Magazine&#187; del 1&#176; ottobre 2000.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Don DeLillo e il tempo che passa]]></title><description><![CDATA[&#171;Pi&#249; invecchi pi&#249; scrivi meglio, in un certo senso, ma in un altro senso pi&#249; invecchi e pi&#249; scrivi peggio. Il trucco &#232; morire tra le due cose&#187;.]]></description><link>https://ledidascalie.substack.com/p/don-delillo-e-il-tempo-che-passa</link><guid isPermaLink="false">https://ledidascalie.substack.com/p/don-delillo-e-il-tempo-che-passa</guid><dc:creator><![CDATA[Nazzareno Mataldi]]></dc:creator><pubDate>Fri, 22 Nov 2024 18:09:27 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OmUf!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F674edb57-b6a1-4132-9ccf-aafba26a8463_1050x700.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OmUf!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F674edb57-b6a1-4132-9ccf-aafba26a8463_1050x700.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Nell&#8217;occasione, DeLillo ha tagliato il traguardo degli 88 anni.</p><p>Sulla scia di questa notizia, sono andato a cercare qualcosa di lui annotato sul <a href="https://fogliedivite.wordpress.com">vecchio blog</a>; tra le altre cose, &#232; cos&#236; saltato fuori un <a href="https://fogliedivite.wordpress.com/2008/07/03/il-trucco/">post</a> con una citazione di DeLillo sullo scrivere e l&#8217;invecchiare, per giunta in due distinte versioni. In entrambi i casi faceva riferimento al discorso pronunciato dallo scrittore il 14 giugno 2008 durante il conferimento del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Premio_Grinzane_Cavour#Premio_internazionale">Premio internazionale &#8220;Una vita per la letteratura&#8221;</a> da parte della giuria del Grinzane Cavour di quell&#8217;anno, peraltro alla sua ultima edizione.</p><p>In un pezzo intitolato &#8220;<a href="https://www.mauronovelli.it/B%20Laici%2014-22%20giu%202008.htm#1650-19756656">L&#8217;uomo che cade siamo proprio noi</a>&#8221;, uscito su &#171;l&#8217;Unit&#224;&#187; il 15 giugno e successivamente riproposto su &#171;<a href="http://www.ilprimoamore.com">Il primo amore</a>&#187;, <strong><a href="https://www.ilprimoamore.com/aut/silvio-bernelli/">Silvio Bernelli</a></strong> scriveva:</p><blockquote><p>In chiusura d&#8217;incontro DeLillo sorprende la platea con una battuta fulminante sul tempo che passa. Una frase che assomiglia pi&#249; al DeLillo scrittore che all&#8217;uomo pacato, vagamente noioso, che ci siamo trovati davanti. &#171;Pi&#249; invecchi pi&#249; scrivi meglio, in un certo senso, ma in un altro senso pi&#249; invecchi e pi&#249; scrivi peggio. Il trucco &#232; morire tra le due cose&#187;.</p></blockquote><p>In una traduzione leggermente diversa, la battuta in questione era anche in un articolo di<a href="http://www.eccellenzalfemminile.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=53&amp;Itemid=1"> </a><strong><a href="https://www.lauraguglielmi.it/">Laura Guglielmi</a></strong> per &#171;Il secolo XIX&#187;, uscito sempre il 15 giugno 2008 e intitolato &#8220;<a href="https://www.ilsecoloxix.it/mondo/2008/06/15/news/delillo-e-l-innocenzaperduta-dell-america-1.33417067">DeLillo e l&#8217;innocenza perduta dell&#8217;America</a>&#8221;. Il tutto sempre nel finale, arricchito di altre notazioni interessanti sulla scrittura di DeLillo:</p><blockquote><p>Il procedere narrativo di DeLillo &#232; lento, meditativo, non si legge tutto d&#8217;un fiato, lui stesso procede con tempi lunghi quando produce le sue storie: &#171;Sono stato fortunato. Scrivo con lentezza fin dagli inizi, per&#242; sono riuscito lo stesso ad affermarmi. Da giovane vivevo con quattro soldi, come gli scrittori e gli artisti a Parigi negli anni Venti. Sono riuscito a sopravvivere alla mia stessa lentezza&#187;. Cammina con calma, sembra non aver mai fretta, che non debba andare da nessuna parte: &#171;Credo di essere uno scrittore di frasi. Il mio desiderio &#232; scrivere frasi interessanti, concentrare sentimenti profondi in una dozzina di parole. Capita in modo misterioso che alcuni aspetti di una vita trovino casa nelle mie frasi. La creazione di un romanzo &#232; inspiegabile, non so da dove vengano fuori le idee. Ad un certo punto si crea una struttura che ha una sua profondit&#224; e una sua carica. Invecchiando si diventa uno scrittore migliore, ma invecchiando ancora si peggiora. Il trucco &#232; morire tra la prima e la seconda fase&#187;.</p></blockquote>]]></content:encoded></item></channel></rss>