2025, ultimo atto
A proposito di identità divise, una traduzione fortunosa e fortunata, e scelte – più o meno coraggiose – da fare e basta
Non era mia intenzione scrivere un ultimo post del 2025, e tantomeno di farlo proprio la sera del 31 dicembre: pensavo bastasse quello buttato giù il giorno del solstizio d’inverno per Scritture.
A proposito: mannaggia a me e il mio perenne dividermi in più ruoli! Non bastasse l’identità divisa a metà tra il mestiere di traduttore editoriale e quello di piccolo coltivatore diretto (fatto che mi porta a viaggiare con le parole in ogni dove, pur rimanendo più stanziale che mai), così come il non aver mai saputo decidermi tra il tradurre solo libri di saggistica e pezzi giornalistici o il tradurre perlopiù narrativa – anche su Substack dovevo farmi venire la brillante idea di tenere in piedi due spazi distinti: Le didascalie, per le cose mie più personali, e Scritture, per pubblicare – sia pur con il contagocce – anche contributi altrui. A che pro, tutto questo?
Comunque sia, il 31 dicembre mattina controllo la posta e trovo un Google Alert con il mio nome e cognome che mi avvisa della pubblicazione sul sito del settimanale «Internazionale» – finalmente, dopo un’attesa di tre mesi – di una mia traduzione: un saggio del filosofo romeno-statunitense Costică Brădăţan uscito sulla «New York Review of Books» del 21 agosto 2025.
Articolo che avevo letto in una copia cartacea di The New York Review of Books trovata e acquistata a inizio settembre in una libreria di Bruges, in Belgio (Belgio dove non ero mai stato, a differenza di mio padre che vi fece il minatore per sei-sette anni, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta; invece quest’estate, non si sa come, in poco più di un mese ho preso due volte l’aereo per andarci, io che non volavo né viaggiavo all’estero da anni), e di cui mi ero così innamorato (sì, per certe cose – bei libri, bei testi, belle iniziative, persino qualche bella persona – mi capita ancora di “innamorarmi”, sebbene molto più di rado e con meno trasporto e/o ingenuità di un tempo) che di mia spontanea iniziativa l’ho subito tradotto, inizialmente deciso a chiedere alla «New York Review of Books» il permesso di pubblicarlo su Scritture, poi, ripensandoci, ho pensato che stesse bene proprio su «Internazionale», per il quale però non lavoravo più da quasi quindici anni (smisi di farlo, sempre di mia iniziativa, a fine marzo 2011), dopo i quindici precedenti di intensa e proficua collaborazione.



Vabbe’, dopo questo lungo preambolo vorrete infine sapere anche il titolo del pezzo di Costică Brădăţan uscito in agosto sulla «New York Review of Books» e pubblicato ieri sul sito di «Internazionale», nella mia traduzione, no? Eccolo: “L’identità divisa della Romania”.
Tutto torna, no? Non ancora?
Vabbe’, aggiungo un altro elemento: nel testo di Brădăţan (che, detto tra parentesi, potete leggere in italiano anche in due libri pubblicati dal Saggiatore: Elogio del fallimento. Quattro lezioni di umiltà, uscito nel 2023, e Morire per le idee. Le vite pericolose dei filosofi, del 2025, entrambi nella traduzione di Olimpia Ellero) tra i vari romeni eccellenti viene citato anche E.M. Cioran, per il quale sul finire degli anni Novanta presi una sbandata da cui non mi sono mai ripreso, vale a dire che a tutt’oggi resta uno dei miei autori preferiti in assoluto.
Ecco allora spiegato il mio “innamoramento” per il saggio di cui sopra, tanto da volerlo tradurre e proporre a «Internazionale», anche a costo di aspettare mesi per una sua pubblicazione, e perché chiudo il 2025 di Le didascalie citando appunto Brădăţan e lo stesso Cioran:
Trovandosi “alle porte dell’oriente”, i romeni hanno la testa bifronte, come quella di Giano: da un lato guardano verso l’Europa e l’occidente; dall’altro verso i Balcani, verso il mondo ortodosso orientale che ruota intorno alla Russia o, più spesso e più singolarmente, verso una terra mitica, diversa e superiore a ogni altra: quella che hanno la fortuna di abitare. […]
La frattura identitaria dei romeni riguarda l’intera società. Alcune categorie o classi sociali possono essere perfettamente sintonizzate su quanto succede a livello culturale, intellettuale o politico nel cuore dell’Europa. Sono persone che parlano almeno un’altra lingua e seguono l’attualità europea come quella interna. Se dovessero decidere di trasferirsi, non avrebbero problemi a essere francesi a Parigi, siciliani a Palermo o catalani a Barcellona. Provenendo da uno spazio “di mezzo”, dove i confini sono porosi e le identità incerte, possono diventare quasi qualunque cosa desiderino. E percepiscono questa loro identità fluida come un punto di forza (c’è da chiedersi seriamente se persone così, nate ai margini dell’Europa, non siano gli europei migliori).
Allo stesso tempo ci sono categorie o classi sociali che preferirebbero rimanere dove sono. Per queste persone l’Europa è troppo grande e frastornante, le sue frontiere aperte fanno paura e il multiculturalismo è visto come uno scandalo. Parlano solo il romeno, ritengono il multilinguismo dell’Europa innaturale, perfino oppressivo.
Hanno un disperato bisogno non di nuove culture da sperimentare o nuovi luoghi da esplorare, ma di un posto a cui restare saldamente ancorate. Una patria. Questi romeni necessitano delle loro radici più di ogni altra cosa al mondo; sradicati dal suolo natio si sentono persi. La loro identità fluida li angustia e la loro paura più grande è non contare nulla in un mondo globalizzato, tra gente cosmopolita.
Questa caratteristiche possono appartenere anche a un singolo individuo: una persona può essere scissa al suo interno, essere due cose diverse in momenti differenti o addirittura nello stesso frangente. Emil Cioran, uno dei pensatori più originali partoriti dalla Romania nel novecento, non smise mai di lamentarsi della “sventura di essere romeno”, che considerava il dramma più grande della sua esistenza. Fresco di università, a Berlino con una borsa di studio ebbe il suo primo incontro con il “dramma dell’insignificanza”.
“È orribile essere romeno”, scrisse a un amico. “Non riesci mai a conquistare la fiducia di una donna e le persone serie ti guardano con sufficienza; quando vedono che sei intelligente, pensano che sei un imbroglione”. […]
Alla fine Cioran decise di lasciare la Romania per la Francia, ma il suo paese lo ossessionò per il resto della vita. Trasferì la sua identità divisa nella sua opera, scrivendo prima in romeno e poi, con pari maestria, in francese. In Francia smise di parlare romeno, lingua che usava solo per imprecare, avendo scoperto che il francese era mal attrezzato al riguardo. In uno dei suoi libri francesi, L’inconveniente di essere nati, scrisse: “In perpetua rivolta contro la mia stirpe, ho desiderato per tutta la vita essere altro: spagnolo, russo, cannibale – tutto, eccetto quello che ero”.
In verità, vorrei chiudere questo 2025 substackiano con parole mie, ovvero non tradotte: sono prese da due annotazioni cartacee del 12 settembre scorso.
Siamo orfani di futuro, non di passato. Di passato ce n’è fin troppo nelle nostre vite (basta solo vedere le amicizie su Facebook, un concentrato di quel che è stata la nostra storia, dalla nascita a oggi, e quel suo continuo alimentare vacui ricordi, più che stimoli e idee capaci di proiettarci verso nuovi orizzonti) e non ci fa vivere bene. Dovremmo riorientare lo sguardo, volgerlo quanto più in avanti anziché all’indietro, come nei nostri momenti migliori. In un modo o nell’altro, il passato si farà sempre sentire dentro di noi e intorno a noi, ma non dobbiamo permettergli di inibirci la possibilità di avere ancora un futuro, più vitale, luminoso e fattivo del malato e mortifero presente.
Intervistando per il «Corriere» la direttrice del «Wall Street Journal», Emma Tucker, Viviana Mazza ricorda la sua affermazione «Non c’è mai un buon momento per avere figli, quindi fatelo e basta». Prendendo spunto da questa frase su donne e figli, si potrebbe dire, più in generale: «Non c’è mai un buon momento per fare delle scelte coraggiose, quindi fatele e basta». Ecco, sì, dovremmo tutti ritrovare un po’ più di coraggio e fare oggi ciò a cui pensiamo da tempo ma rimandiamo sempre, in attesa di tempi migliori che però non arriveranno mai.
Buon 2026 di scelte – più o meno coraggiose – da fare e basta, con lo sguardo rivolto quanto più in avanti, non all’indietro.




