Che cosa rendeva diversi i blog?
A esorcizzare la paura di non postare più nulla, la traduzione di un articolo dell’ottobre 2025 di Elizabeth Spiers, cofondatrice e prima direttrice di Gawker.com, per i 25 anni di Talking Points Memo
In una nota del 2 maggio esprimevo la paura che l’ultimo post lungo qui pubblicato a fine 2025, dunque più di quattro mesi fa, potesse rappresentare anche l’ultimo della mia intera esperienza online (iniziata con grande gioia sul finire degli anni Novanta, con le mailing list, proseguita entusiasticamente nell’epoca d’oro dei blog, negli anni Zero, per poi purtroppo andare in pasto anche ai social: Twitter, prima che diventasse X, e a fasi alterne lo stesso Facebook, pur non amandolo affatto), non avendo più l’ispirazione e nemmeno la voglia per riprendere a scrivere oltre un numero limitato di parole. Come a esorcizzare questa paura, invece, questa domenica mattina qualcosa mi spinto a riprendere in mano un articolo che avevo letto l’ottobre scorso, scritto da Elizabeth Spiers per i venticinque anni di Talking Points Memo, a suo modo una celebrazione della succitata epoca d’oro dei blog. Visto l’argomento a me caro, ne avevo fatto una veloce traduzione già pochi giorni dopo, ma per non passare troppo per nostalgico l’avevo tenuta ferma lì, in una cartella del vecchio desktop, anche un po’ restio a fare nuove proposte e a chiedere autorizzazioni alla pubblicazione. Comunque sia, dopo averla riletta e per quanto possibile migliorata, la propongo finalmente qui sotto.

Che cosa rendeva diversi i blog?
| Elizabeth Spiers, Talking Points Memo, 16 ottobre 2025 |
Mi piaccia o no, la prima frase del mio necrologio sarà probabilmente che ho cofondato e diretto Gawker.com, il sito ammiraglia di Gawker Media, un vasto network di blog che nel 2016 è stato fatto fallire da Peter Thiel e Hulk Hogan.1 Lo inaugurai nel 2002 insieme a Nick Denton, ma sul finire del 2003 passai al «New York Magazine», perdendomi così alcuni dei più grandi successi e dei fiaschi più clamorosi di Gawker. I primi anni Zero furono però quello che oggi considero l’apice dei blog. (Talking Points Memo venne lanciato nel 2000.)
Da allora i blog più popolari si sono commercializzati, hanno introdotto sezioni per i commenti e aggiunto i video, sono migrati sulle piattaforme social e sono stati inglobati in grosse media company. Soprattutto, la crescita dei social ha spazzato via un tipo particolare di blogging di cui ogni tanto sento la mancanza: un dialogo testuale tra blogger che richiedeva una maggiore cura e riflessione che non limitarti a buttare giù 180 o 240 caratteri e poi passare ad altro. Per partecipare a quel dialogo dovevi mettere un certo impegno in quello che gli esperti di media oggi chiamano “costruirsi un pubblico”, e per farlo non potevi sparare stronzate o rispondere alla bell’e meglio a ragionamenti sensati e approfonditi.
Questo era dovuto principalmente alle limitazioni tecniche. La tecnologia per commentare era appena agli inizi e la maggior parte dei blog ne era ancora sprovvista. Se era semplice allestire un blog senza nessuna conoscenza tecnica – di per sé una svolta, che avvenne quasi da un giorno all’altro –, aggiungere strumenti che consentissero un facile invio dei post su più piattaforme era difficile. I social media erano di fatto inesistenti, e le poche reti social messe in piedi (Six Degrees o il mio ex datore di lavoro TheSquare.com) non venivano usate per postare notizie o intrattenere discussioni. Non potevi ricorrere alle pubblicità a pagamento per indirizzare i visitatori sul tuo sito, a meno di saper usare i sistemi di pubblicità digitali, peraltro costosi e inaccessibili ai comuni utenti prima dell’avvento di Google AdSense e più in generale degli annunci programmatici.
Se volevi che il tuo blog avesse dei lettori dovevi allora renderlo abbastanza attraente da spingere queste persone a visitarlo direttamente, perché gli interessava. E se i lettori volevano anche rispondere a ciò che scrivevi, dovevano farlo sul loro blog e includere un link verso il tuo. Il risultato è che c’erano pochi equivalenti dei peggiori aspetti dei social media. Se qualcuno voleva trollarti doveva farlo sul suo sito e sperare che tu abboccassi, altrimenti nessuno l’avrebbe visto.
Oggi ripenso a quell’epoca come alla differenza tra vivere in una casa costruita da te, e che richiede un certo impegno per farvi visita, e andare in una piazza cittadina dove non esistono leggi rigorose sul fatto che qualcuno possa o no prenderti a pugni in faccia. Prima dei social, chi voleva interagire con te doveva venire a trovarti a casa tua e comportarsi con garbo prima che tu gli rispondessi o lo lasciassi entrare. E se altre persone volevano che interagissi con loro, dovevano rendere la propria casa sufficientemente attraente e accogliente perché tu a tua volta volessi visitarla.
I social assomigliano di più alla piazza cittadina, ma senza le norme e le leggi di una vera piazza. L’anonimato, in particolare, permette ad attori malintenzionati di compiere azioni ostili senza correre troppi rischi, a parte la sospensione dell’account, che in genere può essere aggirata semplicemente creando un nuovo account. Essere sospesi ha poche ricadute negative, soprattutto per i troll che non hanno alcun interesse a stabilire un dialogo sano ma puntano solo a importunare e seminare il caos.
(Dico questo da persona cresciuta in un posto molto rurale e che ama la grande città. La mia non vuole essere una reprimenda contro le piazze della vita reale, in genere ben governate da norme che non hanno nulla a che vedere con un vago accordo sui termini di servizio redatto in un legalese stereotipato e impenetrabile e che perlopiù non garantisce nessun serio ricorso legale.)
L’attività dei primi blog era più lenta, meno legata all’attualità, e le persone erano più inclini a parlare dei propri entusiasmi così come di quello che succedeva nel mondo, perché i blog erano considerati un’iniziativa individuale, non necessariamente affine a una pubblicazione regolare. Uno dei miei primi blog parlava perlopiù di economia, di un gruppo punk ucraino chiamato Gogol Bordello, di politica e di un bar su Canal Street, a New York, che ogni mezzanotte si trasformava in una discoteca dell’Europa orientale.
Non mi aspettavo che Gawker diventasse così popolare, e quando lo lanciammo lavoravo come analista finanziaria. Divenne presto un lavoro a tempo pieno, e la mia teoria personale sul perché ebbe subito successo è che si occupava dei media di New York. Ed è un fatto che gli addetti ai media amino leggere ciò che si dice di loro. Alla fine, gli piaceva così tanto che vollero scriverne in prima persona. Ci furono numerosi servizi che parlavano di noi quando Gawker aveva meno di 20.000 utenti al mese, quella che all’epoca sembrava una cifra astronomica, ma nell’epoca dei social, dell’ottimizzazione per i motori di ricerca, della syndication dei contenuti e delle fonti di traffico verso il tuo sito, sarebbe considerata un fiasco colossale.
E quelle persone erano ciò che i responsabili di prodotto oggi chiamerebbero utenti avanzati. Erano lettrici e lettori abituali che avevano a cuore ciò che facevamo: mi inviavano email e suggerimenti, feedback accurati e, a volte, critiche dettagliatissime, lunghe ed enfatiche.
Per una scrittrice che spesso elabora ciò a cui pensa via via che scrive, questo era molto stimolante anche quando parlavo di argomenti frivoli: cosa faceva Anna Wintour nell’ascensore di Condé Nast, perché a Williamsburg indossavano tutti cappellini John Deere e cosa si facevano servire al tavolo al Marquee i giovani broker di banche d’affari. Ma questi scambi erano ancora più preziosi per me perché mi permettevano di leggere e interagire con altre persone che discutevano di questioni più serie. (Fu in quel periodo che conobbi Josh Marshall.2)
Sono cresciuta nell’Alabama rurale, in una famiglia molto conservatrice e di destra. Mio padre era un guardafili del posto, mia madre faceva la bidella nella mia scuola e come religione eravamo battisti del Sud. Prima di andare al college – per essere indottrinata dai liberal, come dicono nella mia famiglia – non penso che conoscessi un solo liberal o progressista, quantomeno della mia età. Vivevo anche in una bolla informativa – tecnicamente c’era già internet, ma a metà degli anni Novanta nessuno di mia conoscenza vi aveva accesso – e la mia unica fonte d’informazione al di fuori del piccolo istituto comprensivo che andava dalla scuola materna alle superiori era la biblioteca pubblica, che oggi la destra vorrebbe censurare per l’esatto motivo che rappresenta una minaccia per il vero indottrinamento (di destra).
Sono stata la prima persona della mia famiglia ad andare al college e quando mi sono diplomata ero appena appena più liberal di quando avevo cominciato: non perché mi avessero indottrinato ma perché avevo avuto accesso a più informazioni, avevo conosciuto persone diverse da me e ascoltato opinioni che prima mi erano precluse. A ventidue anni mi sarei probabilmente identificata come una liberal-libertaria dal punto di vista sociale. (Oggi penso che sia una contraddizione in termini, ma la me ventiduenne riteneva che essere a favore dell’aborto e della legalizzazione delle droghe leggere fosse sufficiente, ed era pur sempre un grosso allontanamento dai dogmi evangelici cristiani che mi avevano inculcato da piccola.) Ho parecchi interessi e mi ritengo una persona abbastanza curiosa, così spesso cercavo conversazioni online con gente che la pensava diversamente da me e che leggevo per capire meglio da dove veniva e per precisare le mie idee. Alcune delle persone che negli anni hanno cambiato il mio modo di pensare erano blogger della prima ora: c’erano persone nuove che leggevo e delle quali cominciavo a condividere le opinioni, ma ce n’erano anche altre con cui, dopo aver iniziato a leggerle, mi trovavo in disaccordo e alcune delle quali finivo per trovare ripugnanti.
Le ricerche dicono che la maggior parte degli individui rimane nel tempo piuttosto vicina al modo di pensare dei genitori, mentre un vero riallineamento è raro. Quando questo accade, di solito è questione di decenni. Nel mio caso, avvenne tutto molto più rapidamente. In meno di cinque anni passai dall’essere una matricola universitaria repubblicana a una democratica registrata, e fu come se la mia visione del mondo si fosse allargata a più non posso: non perché io cambi idea facilmente o rapidamente ma perché la mia visione del mondo veniva costantemente messa alla prova. Non ne attribuisco il merito esclusivamente a internet – ebbe un grande ruolo anche vivere in una metropoli che non è monolitica dal punto di vista culturale – ma io sono il tipo di persona che elabora le idee attraverso le parole, digitali e non. Gli scambi di profondi ragionamenti con i membri riflessivi della prima blogosfera sono qualcosa che oggi è difficile ritrovare. Spesso è colpa dei social, che sviliscono tutto; ma può anche essere che sia diventato semplicemente più difficile prestare attenzione, con il nostro cervello stordito dagli incessanti stimoli digitali.
Ci sono però dei segnali positivi. Temo che ci sia una bolla delle newsletter – quanti abbonamenti può pagare una persona? – ma il tipo di testi personali, lunghi e approfonditi, di cui sento la mancanza si può ritrovare sotto questa forma, se ci si dà la pena di cercarli. E se hai anche tu una newsletter, è difficile che qualcuno che si fa chiamare @caccadicavallo1962 riesca a seppellire i tuoi ragionamenti sotto i memi idioti dell’ultimo anno come fa con estrema facilità su piattaforme come X o Facebook.
Alcuni dei blog migliori si sono evoluti e arricchiti. I media indipendenti sono più importanti che mai, e i recenti tentativi di Donald Trump di censurare testate mainstream, comici irriverenti e professori “di sinistra” stanno a indicare che il pensiero è cruciale. La lezione che tuttavia traggo dalla prima blogosfera è che anche la qualità del discorso è importante. C’è una parte di me che spera che le piattaforme social più tossiche implodano in un modo o nell’altro, perché non la favoriscono, ma so che è una pia illusione: finché avranno dietro di sé degli incentivi capitalistici, difficilmente succederà.
Sono però sempre alla ricerca di persone che abbiano la stessa energia dei primi blogger; persone desiderose di capire il mondo e che non riducano il proprio impegno a una performance, un atto di sabotaggio o una vera e propria attività illecita. Un numero sufficiente di loro può, collettivamente, farsi promotore di un cambiamento.
Trump potrà anche intimidire Bob Iger,3 ma è molto difficile irreggimentare un milione di differenti canali informativi, ognuno gestito da un singolo e determinato individuo. (nm)
L’autrice si riferisce alla causa intentata dall’ex wrestler Hulk Hogan contro il sito di notizie, dopo che nel 2012 Gawker pubblicò un breve estratto di un video in cui si vedeva Hogan fare sesso con la moglie di un amico. A sostenere le spese legali fu Peter Thiel, il miliardario cofondatore di PayPal e Palantir, tra i primi investitori in Facebook, finanziatore di Trump e delle startup più audaci della Silicon Valley, nonché ideologo libertario. [N.d.T.]
Giornalista e blogger che ha fondato Talking Points Memo. [N.d.T.]
Nel settembre 2025 Bob Iger, attuale amministratore delegato della Walt Disney Company, avrebbe concorso alla decisione di sospendere dalla programmazione del network Abc, di proprietà Disney, lo show del comico Jimmy Kimmel, dietro pressioni dell’amministrazione Trump, sospensione poi rientrata in seguito alle forti critiche ricevute. [N.d.T.]

