Dello scrivere
O dei tanti perché – e come e quando – si scrive o non si scrive
Sono triste quando non leggo, sapete. Cioè, sono triste quando non trovo il tempo o la giusta concentrazione per leggere con cura alcune pagine di un bel libro oppure qualche articolo accattivante di giornali, riviste, blog o – da ultimo – newsletter.
In realtà, forse sono ancora più triste quando non scrivo niente, quando non butto giù nemmeno due righe, due righe concepite per non altro motivo che fissare quello che mi passa per la testa in quel preciso momento. E quando non scrivo niente, come e più di quando non leggo niente che valga davvero la pena di leggere (dunque, non status e simili), ecco che sento di star perdendo qualcosa di importante, ecco che piombo con grande facilità in una vaga e indecifrabile tristezza. Può sembrare stupido, ma così è.
A mio sostegno potrei citare tanti scrittori, ma mi limito a tre: gli stessi tre citati in uno dei miei primissimi post ai tempi della blogosfera (marzo 2004, per la precisione).
Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno.
– Georges Perec (frase tratta probabilmente da un numero del mensile «Leggere» di fine anni ’80)
Forse scrivere significa colmare gli spazi bianchi dell’esistenza, quel nulla che si apre d’improvviso nelle ore e nei giorni, fra gli oggetti della camera, risucchiandoli in una desolazione e un’insignificanza infinita. La paura, ha scritto Canetti, inventa dei nomi per distrarsi; il viaggiatore legge e annota nomi nelle stazioni che oltrepassa col suo treno, sugli angoli delle strade dove lo portano i suoi passi, e procede un po’ sollevato, soddisfatto di quell’ordine e di quella scansione del niente.
– Claudio Magris, Danubio, Milano, Garzanti, 1986, p. 36.
Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova: è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento effettivo, ma comunicabile […]. È una solitudine, però che non ha bisogno di essere difesa, che non ha bisogno cioè di giustificazione. […] C’è nello scrivere un trattenere le parole […]. Scrivendo si trattengono le parole, le si fanno proprie, soggette a ritmo, contrassegnate dal dominio umano di chi in questo modo le maneggia.
– María Zambrano, Verso un sapere dell’anima, trad. di Eliana Nobili, Milano, Raffaello Cortina, 1996 (da una recensione del novembre 1996, su Nautilus).
Poi, del tutto immodestamente, passo invece a citare me stesso, da una vecchia summa dei miei pensieri – se così possiamo chiamarla – sotto forma di maculae vitae, ai tempi dei blog, ma grosso modo sempre in tema di scrittura.
1. Se c’è una cosa che più di ogni altra ti senti di rimproverare a internet, forse è l’eccessiva immediatezza: il troppo poco tempo che in genere passa tra l’insorgere di un bisogno – di esprimersi, di comunicare, di commentare, di informarsi, di interagire – e il soddisfacimento di quel bisogno, pigiando il tasto Invia, con conseguenze non sempre esemplari. Ci fosse uno scarto temporale maggiore tra l’insorgere del bisogno e il suo soddisfacimento, tutto sarebbe meno che un male. Ammirazione, allora, per chi pigia quel tasto Invia con molta parsimonia e accortezza, sforzandosi di dilatare i tempi più che accorciarli, complessificando e arricchendo l’espressione di sé e non semplificandola, non banalizzandola in sterili e ripetitive caricature. Ammirazione, insomma, per chi continua o ha ripreso a fare un uso sapiente del blocco di carta, che sia per scrivere o prendere appunti, che sia per disegnare, che sia per incollare ritagli o fotografie.
2. Tutti questi tuoi pensierini-ini-ini, per fermare i quali hai bisogno di fogliettini-ini-ini. Sapessi dire di più, scriveresti su dei quaderni grandi, magari a righe. Scarabocchi invece blocchetti di carta grigiolina, riciclata, sottile. Appunti quelle due o tre frasi che ti vengono di getto, poi agglutini un po’, esaurisci un lato del foglietto, lo pieghi, prosegui sull’altro. Finito anche questo, tra una cancellatura e un’aggiunta, hai bello che finito di scrivere. Stacchi allora il foglietto, lo lasci riposare per qualche ora o giorno. Lo rileggi ogni po’ di tempo. Se ti soddisfa, ne fai un post-ino-ino; se no, lo stracci. Alla fine, è sempre così.
3. A mettere in fila tutto quanto uno legge, sente, vede, linka, cita, scrive, pensa, fa, che cosa viene fuori? Oibò, un gran stordimento.
4. Sono stanchi i tuoi occhi, iniettati di sangue la sera, e incrinato l’umore, provato, quando prolunghi le sedute davanti a un computer, e l’eccitazione per tutto quello che leggi e che scrivi o traduci non ti ripaga della luce naturale che perdi, dei colori di fuori che non vedi, dei suoni che non senti, dei sorrisi, le carezze, gli abbracci e i baci che non ricevi e non dai.
5. L’obiettivo professato, da ultimo, è giorno dopo giorno abbassare il livello di inquinamento emozionale e mentale, grazie a un ridotto input informativo, e recuperare così una maggiore fluidità del pensiero. Provarci si può, si deve. Riuscirci esige tuttavia una disciplina che, per come siamo fatti o come siamo diventati, è di per sé un’impresa. Ma disciplina è anche sforzarci di trovare una linea di continuità tra le idee, i pensieri, i ragionamenti che si accendono nella nostra testa e, se siamo nella vena giusta, poi portiamo avanti. Non si può cioè scrivere – anche su un blog, di fatto – tutto quello che viene in mente, come viene in mente, ma è necessario che si delinei e sviluppi una sequenza. Senza, siamo sempre lì, eternamente alla mercé delle bizze del momento. E soddisfatti/felici, alla fin fine, solo così così.
6. Scrivere, che sia un impegno serio o un ingenuo passatempo, è anche – o soprattutto – un modo di cercare conforto, in fondo. Come leggere o ascoltare musica o andare a vedere un film al cinema, del resto.
7. Non sono tutte belle le cose che pensiamo, diciamo, scriviamo (di quelle che facciamo, nemmeno a parlarne). Per quanta attenzione ci mettiamo, per quanta autocensura ci imponiamo, seminiamo tali eminenti brutture che solo a riconsiderarle, a distanza di tempo, inorridiamo.
8. Quella volta, dopo uno dei frequenti e semiburrascosi commiati pubblici da una mailing list dove avevi il brutto vizio di intervenire a iosa (ma non più di tanto a sproposito), che una collega (con la quale poco prima avevi avuto un piccolo diverbio) ti scrisse in privato invitandoti a ritornare sulla tua decisione: «Non ti conosco, ti ho visto di sfuggita a [xxx], ma mi chiedo: non è che ti sei reso conto di quanto piacere ti facesse essere in [yyy], e hai voluto privartene a bella posta, forse per autopunizione?». Non aveva tutti i torti; anzi, aveva sicuramente ragione (tant’è che presto saresti rientrato puntualmente in lista, dapprima conservando un moderato silenzio, ma poco più in là riprendendo a scrivere a spron battuto, fino al picco di visibilità – e, forse, anche discutibile popolarità – raggiunto con una certa lettera aperta ai giornali). Ma nemmeno tu avevi tutti i torti nel voler adottare questa “autopunizione”, ben sapendo che in certi casi è l’unica maniera di autocontrollarsi ed evitare che a un massimo di net-loquacità (insostenibile) di colpo faccia seguito un massimo di net-silenzio (opprimente).
9. Il silenzio, il silenzio… un uso – e consumo – più parco delle parole, please! Parrebbe una richiesta e una decisione semplice da ottemperare; nel mondo di oggi, invece, è delle più indicibilmente difficili. Hai così voglia ad annunciare in rete che «dopo il frastuono del di tutto e di più… il silenzio… per qualche settimana mi propongo di staccare totalmente da qui». Basta infatti il minimo cedimento rispetto alla volontà dichiarata di stare un poco più raccolti e quieti – una cortesia, una celia – e una valanga di parole è lì pronta a riversarsi su di noi o a uscire da noi. Il silenzio, perciò, questo miraggio oggidì, questa mèta spesso irraggiungibile, per quanto desiderata o desiderabile, per conseguire la quale bisogna essere decisi a rinunciare a molto, dando allo stesso tempo prova della massima indifferenza e del massimo egoismo. Il silenzio, insomma, che spinto all’estremo non è nemmeno tutto questo gran splendore, ma in tante occasioni ci attrae potentemente e ci trasporta via, finendo al dunque per rigenerarci.
10. Quando si crea uno strappo serio e quando le parole che si dicono – per meglio dire, si scrivono – sono più che meditate e non dettate da un raptus improvviso, è chiaro, non ci sono più i margini per riannodare una storia. Da eterni romantici, magari ci proviamo pure – una, due, tre volte – benché senza alcuna convinzione. Cerchiamo giusto quell’ultima conferma che, sì, avevamo inequivocabilmente ragione a pensarla in un certo modo. E dopo le lacrime, la forza per sussurrare: Ma va in mona!
11. Quel pomeriggio ebbe una nuova conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno: le giornate di pioggia, specie se stentata, lo rendevano di umore nero, apatico e assente. Alle volte nemmeno una musica, nemmeno una pagina scritta, nemmeno una voce amica erano di grande conforto, capaci di riscaldarle e riscattarle. Allora se ne stava lì, nella sommessa attesa che il momento affranto svaporasse, poi pazientemente rimetteva mano al lavoro, per quanto stanco. Stanco di interpretare e impersonare a ripetizione voci non sue, di diventare un altro e subito dopo un altro ancora, la sua voce silente. In qualche modo, però, doveva scuotersi e venir via da quella condizione ricorrente di malinconia e svogliatezza, che lo portava alternativamente a distrarsi senza posa o ad astrarsi senza un motivo. Un momento intento a seguire ossessivamente gli ultimi aggiornamenti dalla rete, quello successivo preso dai ricordi vacui di che cosa faceva, pensava, leggeva o scriveva anni prima. E questo malgrado da tempo si fosse ripromesso di non ricadere più nelle nebbie del passato, e nemmeno lasciarsi imbrigliare nella morsa asfissiante di un presente da poco, per provare invece a recuperare almeno una dimensione minima di progettualità futura.
12. C’è un limite alle parole, al numero delle parole che la mente può gestire ogni giorno ascoltando, parlando, leggendo, scrivendo, traducendo. Sopra ogni altra cosa, scrivendo e traducendo. Così, volta per volta, una componente linguistica sottrae spazio all’altra, depotenzia e squilibra l’altra.
13. Sei ombelicale, dice. Come tutti oggidì. Pensa per te, dice.
14. Si può dire che il tuo modo di fare, pensare e soprattutto scrivere sia “per agglutinamento”? Tendenzialmente sì. A volte, eccessivamente.
15. Tutti scriviamo oggi, pur non sapendo che cosa.
16. E succede che scrivo, quando non scarabocchio, / o che leggo rapito, se non mi impapocchio. / Via dal ludico schermo riaffiora il respiro, / dentro di me è un pacato sospiro. / Sono momenti di calma dentro alla stanza, / fin quando non scatta l’idea di una danza. / Faccio a meno di te non più che del tè, / solo il pensiero è alla vita che è.
17. L’importanza di avere un’agenda, andavi dicendo e scrivendo. L’importanza anche di tenere un diario (o se vogliamo un blog) e annotare via via le impressioni immediate sulle situazioni del momento. L’importanza anche di tornarci su, a distanza di tempo, e ripercorrere e rileggere retrospettivamente quei mesi, quegli anni. Il giudizio che se ne ricavava poteva essere cocente, ma era un’operazione necessaria. Era necessario riflettere sul proprio passato, più e meno recente. […] Quello che poteva venir fuori era, come [in un] libro dello storico Guido Crainz, il «diario di un naufragio». Sconsolante forse, ma toccava farci i conti. Perché «se una nuova partenza [era] possibile, [poteva] avvenire solo da qui».
18. Dicono che scrivere sia il primo passo per diventare scrittori. Ma il primo passo per arrivare a scrivere (tanto e bene) è in realtà leggere (tanto e bene) o quantomeno ascoltare (tanto e bene) ma soprattutto osservare (tanto e bene). Poi è chiaro: più scrivi e più ti verrà da scrivere, anche se bene o male è da vedere. Solo rileggendoti ad alta voce a distanza di tempo puoi sperare di capire se hai fatto progressi e trovato suppergiù una tua voce o all’opposto sei malamente regredito: se non ti dispiaci più di tanto, puoi proseguire con fiducia, ma non è detto che sia nel migliore dei modi; se invece il sentimento prevalente è la vergogna, forse è solo allora che sei sulla strada giusta, solo allora che hai preso piena coscienza di te, dei tuoi limiti, magari di qualche tuo pregio.
E per finire, un altro vecchio post, seppur già in piena e deprecabile epoca social, con i blog ormai abbandonati a se stessi, senza più aggiornamenti (correva l’anno 2016).
Vorresti dire, vorresti scrivere, vorresti anche solo segnalare – non come un tempo, d’accordo, ché quel tempo è finito da un pezzo – ma non ce la fai. Non ce la fai, cioè, dilungandoti, dettagliando, magari arzigogolando.
È successo che sei cambiato, che un po’ tutti siamo cambiati, in rete e non.
Con rare eccezioni, non c’è più grande slancio, non c’è più grande partecipazione, grande coinvolgimento, spesso nemmeno grande interesse, per quanto succede lontano da noi ma anche relativamente vicino a noi o direttamente a noi.
Siamo molto fiaccati, mentalmente prima ancora che fisicamente. Il corpo, anzi, quello sta abbastanza bene: non in formissima, magari, ma senz’altro meglio che in altri tempi, molto più trascurato di adesso.
È la mente che è esausta, a volte oltremodo appesantita, altre inebetita, investita ogni giorno da tanto, probabilmente da troppo. Salta, corre, di qua e di là, a volte fino a sfiancarsi, a non poterne più.
Succede allora che, così come non passi come se nulla fosse da una traduzione all’altra, da una lingua all’altra, da un tipo di scrittura all’altro, anche passare da un ambito pratico all’altro richiede sempre più tempo e dispendio di energie. Perché se le membra sono leste a riadattarsi ai compiti che già conoscono, il cervello è molto più lento a cambiare modalità operativa nonché interpretativa.
È come se il corpo avesse un’intelligenza o comunque una memoria, un’elasticità, una reattività superiori rispetto alla mente. Il corpo è, quasi sempre, subito pronto all’azione; la mente va ogni volta messa nelle condizioni giuste per funzionare al meglio.
Il corpo freme, sa di suo, procede d’istinto; la mente indugia, vorrebbe dettare le regole ma può solo trovare ragioni a quanto il corpo ha già deciso di fare o non fare, spontaneamente.
In tutto questo, ecco presto attenuata quando non azzerata la voglia di stare seduto a un computer e dire, scrivere, anche solo segnalare, lungamente, dettagliatamente, arzigogolatamente.


