I nostri trent’anni epocali?
Accanto all’età anagrafica ciascuno di noi avrebbe, oltre che un’età biologica, un’“età epocale”. Un concetto incontrato in un articolo di giornale del 1990 e che andrebbe ripreso e approfondito
Il mese preciso non lo ricordo, ma qualcosa mi dice che fosse agosto. In ogni caso, doveva essere il 1990 quando, tra i tanti quotidiani che leggevo all’epoca (il più delle volte variando di giorno in giorno, per spaziare quanto più possibile), capitai su un articolo che mi colpì molto, tanto da ritagliarlo, e che da allora, prima sui blog e poi sui social, ho riproposto con una certa frequenza. Introduceva un concetto per me nuovo e interessante, che mi sentivo e mi sento tuttora di condividire, anche se in giro non ne ho più letto quasi niente: il concetto di “età epocale”, quell’età che in pratica accomunerebbe tutti quanti noi, a prescindere dalla nostra età anagrafica, sulla base dell’epoca in cui viviamo. L’autore di quell’articolo, uscito su «Il Tempo», era il biologo e saggista Giuseppe Sermonti (1925-2018), fratello del dantista Vittorio Sermonti, il quale suggeriva che a inizio degli anni Novanta avessimo tutti un’età epocale di settant’anni, prendendo la Rivoluzione russa come punto di partenza dell’epoca che in quel momento stavamo ancora vivendo. Da quel dì è però passato un sacco di tempo e soprattutto è cambiato un po’ tutto, motivo per cui credo che si possa davvero parlare di un’altra epoca rispetto a quella descritta da Giuseppe Sermonti. Un’epoca che a mio avviso si può far partire proprio da quei primi anni Novanta, in particolare per l’avvento simultaneo e rivoluzionario della Rete (era il 30 aprile 1993 quando Tim Berners-Lee rilasciò in dominio pubblico il codice sorgente del world wide web) e dei telefoni cellulari, che tante ripercussioni hanno avuto sul nostro modo di vivere, di fare, di pensare, di essere. Il motivo per cui spesso mi domando se oggi non abbiamo un po’ tutti trent’anni, come età epocale, e che cosa voglia dire questo. Tenuto poi conto che i trentenni di oggi in linea generale non sono certo i trentenni sistemati, maturi e pensosi del secolo scorso, ma più dei perenni tardoadolescenti, mi chiedo pure se questo non spieghi molte cose, specie a livello dei nostri comportamenti, in rete e non.
Comunque sia, sotto riporto il succitato articolo di Giuseppe Sermonti sull’età epocale.
Addio gioventù, oggi abbiamo tutti settant’anni
Di generazione in generazione riflessioni sull’età del mondo
| Giuseppe Sermonti, «Il Tempo», ~agosto 1990 |
Il parto avvenne, cesareo, nella Santa Russia e di parto la madre morì. Il mondo neonato fu preso in cura da un’ostetrica italiana, all’inizio degli anni Venti. A vent’anni è andato in guerra, a trenta era reduce e ora s’avvia a diventare vecchio, per spegnersi col millennio.
Ognuno di noi ha un’età anagrafica, ma sopra quella ha un’età epocale, che è l’età del mondo (dell’Europa). Solo in pochi privilegiati, della classe dei primi anni Venti, le due età coincidono. A parte i vecchi veri, gli altri hanno un’età epocale più grande della loro età anagrafica. Un nato alla metà del secolo ha oggi quarant’anni anagrafici ma ne ha settanta epocali. Tutti abbiamo settant’anni in quanto partecipi dell’età del mondo. Tenterò di avvalorare la mia tesi.
L’epoca tra le due guerre fu un periodo infantile, entusiasta, incosciente, un’epoca di «giovinezza primavera di bellezza». Alcuni la trovarono stupida, immatura, bambinesca, altri eroica. Ci piacevano le bandiere, le fanfare, le sfilate, le prove ginniche, la famiglia.
Negli anni Quaranta, quando tutti avevano vent’anni o poco più, si partì per la guerra (anche uomini sulla quarantina o sulla cinquantina anagrafica vi parteciparono, accanto ai ragazzi, con l’incoscienza appassionata dei ventenni: erano più giovani della loro anagrafe).
La guerra finì, com’è finita, ma il mondo fece l’errore di non morire in guerra. Ne sarebbe nato un altro, invece continuò a sopravvivere lo stesso ostinatamente e cominciò a invecchiare. Mancò il ricambio, la nuova ispirazione. La vita si allungò, la natalità si ridusse, qualcosa si era fermato.
Anni Cinquanta, la gente aveva trent’anni, un’età più pensosa, più razionale, l’età del lavoro. Ci si dette a costruire, a ricostruire, con ottimismo. Era l’epoca di Sordi, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Gassman, Albertazzi. Poi venne il miracolo economico, epoca da quarantenni. Il mondo era avviato, realizzato, ricco, un tantino di pancetta, qualche capello bianco o mancante.
Alla fine degli anni Sessanta, quando il mondo si avviava alla cinquantina, avvenne una inopinata rivolta giovanile, il 68. Quei giovani avevano all’anagrafe vent’anni, ma le loro aspirazioni, il loro linguaggio, erano da cinquantenni. Quei ragazzi supermaturi volevano il potere, volevano insegnare, occupare le cattedre dei baroni, ambizioni da cinquantenni. Volevano tutto subito come chi, a cinquant’anni, si deve sbrigare. Si parlò di gap generazionale, ma la contraddizione, l’incomprensione, era all’interno dei giovani stessi, che a vent’anni si trovavano ad averne cinquanta, a parlare il sindacalese, a darsi i voti, a riformare la società. La frangia terrorista volle fare la guerra, agì da ventenne e fu scompaginata. Restarono i «cinquantenni» e omologarono se stessi alla loro età epocale.
La rivoluzione della pantera, benché anagraficamente più giovane, fu decisamente più senile, come era il mondo. Niente privato, niente rischi, posizione sicura, statale, per tutti. Occupazione e telefax: qui è casa nostra, comunichiamo da casa. Quei ragazzi aspiravano alla pensione.
L’ugualitarismo generazionale vuol dire in sostanza: abbiamo tutti la stessa età. Non c’è più gerarchia, siamo tutti vecchi. Diete e cellulite per tutti, tutti seduti alla televisione, la nonna, la pupa, la gatta, a vedere lo stesso filmato. E d’estate tutti alle Sejchelles, il nonno, il pupo, il gatto, tutti con l’amante.
«A settant’anni facevo all’amore…». L’ultima è questa passione per il computer, per il robot personale, per la sedia a rotelle del pensiero. Addio gioventù spensierata! Tutti hanno nella memoria un lungo passato, tutto è ricordo, nulla è più realtà, siamo tutti collegati a un terminale, tutti a sedere, tutti coetanei di un mondo settantenne.
Anni Novanta. È l’epoca di Sordi, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Gassman, Albertazzi.

