Se sei nato, sei cresciuto e hai quasi sempre vissuto in campagna, figlio di contadini e anche tu mezzo contadino (intero no, impossibile, per come tutto è cambiato dalla tua nascita a oggi, specialmente se rientri tra i nati prima del Settanta); e se in particolare dai tuoi genitori hai ereditato un po’ di campagna, che per quello che puoi (cioè, pur non essendo la tua unica o la tua principale occupazione) ti sforzi di portare avanti (per passione o, se non altro, per senso di riconoscimento verso genitori che tanto impegno e tanta fatica hanno profuso, prima per acquisire questi pochi ettari di terreno – tuo padre emigrando in Belgio, cottimista in miniere di carbone – e poi per renderli produttivi, in modo da consentire a voi figli di studiare, farvi una cultura e avere una vita migliore): tra fine giugno e inizio luglio è il periodo dell’anno in cui torna d’attualità la mietitura del grano, dell’orzo e – da ultimo, sempre più spesso, per un discorso di rotazioni – del favino da granella, se in autunno-inverno hai seminato nei campi almeno una di queste colture.
Questi sono allora i giorni in cui entri in fibrillazione in vista del raccolto: consulti il meteo, prendi accordi con il terzista che deve venire a trebbiare e con il mulino o il grossista dove consegnerai la produzione che eccede i bisogni familiari, fai gli ultimi preparativi e poi semplicemente aspetti che il terzista sia pronto per venire da te con la mietitrebbia e il trattore con il rimorchio a seguito, sperando che il tempo regga e non intervengano imprevisti. E in tali momenti di attesa, qualche volta è possibile che la memoria corra a com’era anni addietro, quand’eri piccolo o quando ancora dovevi nascere, in base a quello che hai vissuto, che hai sentito raccontare o che hai letto.
Una lunga premessa per dire che in quest’ultimo venerdì di un torrido giugno 2026, uno dei più caldi di sempre, in attesa che arrivasse il terzista per mietermi dell’orzo e del favino ho rimesso assieme un po’ di cose pubblicate qua e là negli anni, un mix di ricordi diretti personali e di passi di libri dove, tra le altre cose, si parla proprio della mietitura e della trebbiatura nei tempi andati.
Manocchi e cavallette
Nell’attesa che arrivasse il terzista per mietere grano e orzo, si era messo a cercare pagine che rievocassero la mietitura e la trebbiatura di una volta. Senza trovare molto. Aveva allora ripescato nei ricordi di bambino.
Venuto al mondo nel ’66 (perfetto dunque per qualificarsi membro della generazione X dei nati all’incirca tra il ’65 e metà/fine anni Settanta), aveva fatto giusto in tempo per conoscere di persona gli ultimi scampoli dell’antico mondo contadino in salsa piceno-aprutina. Non in tutte le sue forme e durezze (alcune spigolosità del carattere che si portava dietro era tuttavia indiscutibile che venissero da lì); ma quelli che ne erano stati alcuni tratti tipici, sì.
Ricordava perciò le vacche bianche, le gloriose marchigiane che trainavano i carri, e in montagna le slitte, (le “traglie” in dialetto), oltre all’aratro (la “pertecara”), la falciatrice, il “rastrellone” e un po’ tutti gli attrezzi agricoli.
Ricordava i mucchi del fieno, le “mondecchie”, prima sui prati appena falciati, poi, trascinati dalle vacche o dai primi trattori per una corda fatta passare intorno alla base, portati nell’aia, e qui “lu fié”, forcinata su forcinata, sistemato e pressato definitivamente in mucchi più grandi, attorno a pali piantati nel terreno, le “stanghe”.
Ricordava il letame caricato a mano sui carri, col forcone (quella, in verità, era cosa che aveva fatto a lungo ogni estate, quasi fino ai vent’anni, e ogni tanto capitava ancora, con il letame per l’orto o gli ulivi).
Ricordava, soprattutto, dopo la metà di giugno, quando si cominciava a mietere il grano con il mietilega (in qualche caso, su terreni in forte pendenza o dove il grano era finito a terra per le forti piogge, anche a mano, e allora si utilizzavano dei cavalletti di ferro per sistemare le spighe, legandole in “manocchi”), quindi si disponevano i fasci a croce l’uno sull’altro, con le spighe al centro, in modo da avere delle “cavallette”, dopodiché, passata una o due settimane, il grano ben secco, i manocchi venivano caricati sui carri e portati nell’aia, dove si faceva la “serra”, infine, dopo qualche altro giorno, arrivava, di solito verso sera, il trattore con trebbia e pressa al seguito, si piazzavano entrambe, la seconda agganciata dietro la prima, il trattore si allontanava dalla trebbia di quei dieci metri coperti dalla grossa cinghia piatta che ruotava intorno alle pulegge dell’uno e dell’altra, e allora tutto era pronto perché la mattina dopo – meglio, quando era ancora notte (cioè le quattro, le tre, se non le due) e dunque più fresco – cominciasse la trebbiatura, terminata la quale, dopo aver mangiato per ore polvere e sudore, finalmente ci si sedeva alla tavola imbandita con il proverbiale “magnà de lu mmacchenà”, un pranzo ricco e abbandonante come in poche altre occasioni dell’anno, una vera festa, dove non potevano mancare le tagliatelle o i maccheroni al sugo di papera, il pollo arrosto, le olive all’ascolana e altro ancora, con le donne che facevano a gara a chi sapesse cucinare meglio, perché tra vicini ci si aiutava, quindi, a meno che il giro fosse già finito, entro poche ore ci sarebbero state un’altra trebbiatura e un’altra tavola apparecchiata per molti, e nessuna famiglia, nemmeno la più povera, voleva sfigurare quel giorno.
Oggi, invece, avveniva tutto di gran volata e con poca fatica, e a parte sagre e rievocazioni non restava quasi più nulla di quei giorni, di quella vita, di quel clima.
Era naturalmente una fortuna che fosse così. E lui di certo non auspicava un ritorno al passato. Ma sul fatto che oggi fosse tutto meglio di allora, o che qualunque novità andasse abbracciata a cuor leggero, qualche dubbio lo nutriva. Viceversa, non si sarebbe abbandonato a quei ricordi, nell’attesa che arrivasse il terzista per mietere e raccogliere grano e orzo.
(Già pubblicato, in forma leggermente diversa, su fogliedivite.wordpress.com, il 19 giugno 2007.)
I falciatori
Una cappa di solitudine snervava la campagna. Sulle alture qualcosa pigliava forma, danzava. Le mosche ronzavano intorno le ciliegie. I papaveri oscillavano nel grano. Ma i soliti vecchi, qualcuno il cappello a larghe tese e la pipa accesa, poggiati di nuovo gli attrezzi alle incudini, cominciavano a martellare. I ferri talvolta sprizzavano faville e lo strimpello echeggiava da aia in aia, da cascinale a cascinale. Chi faceva la pennichella, in cucina o sotto la pergola, s’alzava. Il sole splendeva obliquo. L’ombra riabbrancava il folto della macchia. I falciatori, sparsi nei poderi come tanti colori, tornavano all’opera. Avrebbero smesso quando il tramonto innalzava pulviscolo e caligine.
Vincenzo Pardini, “I falciatori”, racconto pubblicato nella raccolta Rasoio di guerra, Giunti, Firenze 1995, pp. 129-130.
La mietitura nelle Marche di fine Ottocento
Il caldo è spesso intenso, e col caldo si fa il raccolto, perché il grano viene tagliato alla fine di giugno. Durante la mietitura ben pochi rimangono a casa e ogni altro lavoro è abbandonato. Ho spesso incontrato qualche vergaro (il capo di una famiglia contadina), montato su di un cavallo o su di un mulo, alla testa di un’allegra comitiva che ha radunato per aiutarlo a tagliare il suo grano; camminano gaiamente quasi a passo di danza, cantando e suonando il tamburello, la falce in mano, le sottane delle ragazze annodate corte, il nastro nuovo che scende ondeggiante dai loro cappelli di paglia a larga tesa. […]
I contadini cantano quando lavorano, e il loro canto li rallegra, ma su di me che l’ascoltavo faceva l’effetto contrario. Le canzoni sono in chiave minore, e terminano su di una nota prolungata, urlata più forte che possono e mantenuta più a lungo possibile. L’effetto di questo “Mi” gridato per un quarto d’ora o giù di lì, sul tono più alto di una voce aspra e incrinata, somiglia più all’urlo di un animale selvaggio che a un suono umano. Certo costituisce un gran supplemento di fatica, e che consolazione ci trovino è un mistero.
Margaret Collier, La nostra casa sull’Adriatico. Diario di una scrittrice inglese in Italia (1873-1885), a cura di Joyce Lussu, traduzione di Gladys Salvadori, Il Lavoro Editoriale, 3a. edizione, Ancona 1997, pp. 47 e 50.
I mietitori stagionali nel Piceno del primo Novecento e la trebbiatura nei ricordi di un “contadino rivestito”
Cominciava la mietitura. Si iniziava dalle zone del mare e si proseguiva verso l’interno fino ad agosto, quando il grano maturava anche nelle zone di montagna. Nel Parco dei Sibillini esiste ancora un sentiero dei mietitori che parte da Arquata del Tronto e arriva fin sotto le pendici del Vettore. Era quello percorso da squadre di contadini che si spostavano nelle varie zone per mietere il grano e guadagnare qualche soldo. Erano di solito uomini con un terreno troppo piccolo per campare e una famiglia troppo numerosa per lavorarci. Così diventavano operai stagionali, che stavano fuori casa per quasi tre mesi e tornavano a settembre con un piccolo gruzzolo. Ne ho conosciuto uno, un vecchio che ancora vive e abita vicino casa. Mi raccontava che dormivano nei fondaci o nelle stalle, sui pagliericci che i proprietari di grosse aziende agricole preparavano per l’occasione. Si alzavano alle prime luci dell’alba e cominciavano a mietere il grano. Verso le 6 arrivava lo “sdiù”, una leggera colazione con qualche biscotto. Certe parole dialettali sembrano strane e incomprensibili, ma veramente fantastiche se si pensa che sdigiunare vuol dire rompere il digiuno, proprio come l’inglese break fast… Incredibile, no? Verso le 8 arrivava invece la vera colazione. Era la padrona di casa a portarla, stendeva una tovaglia sulle stoppie e si mangiava. Era quasi un pranzo con baccalà e patate in umido, oppure pomodori e peperoni, o pomodori e una fetta di pancetta. Il sole era già alto e il caldo si faceva sentire. Si smetteva alle 11. Tutti a riposare sotto l’ombra di un albero o di un capanno per recuperare le forze e ricominciare alle 3 del pomeriggio, fino al calare del sole. Stanchi morti mangiavano qualcosa e tutti a dormire. Ma c’era sempre qualcuno che al mio amico vecchio chiedeva di suonare qualcosa con la sua fisarmonica a due bassi. Qualche volta rifiutava, ma quando cominciava a suonare, tutti uscivano sull’aia e cominciavano a cantare e, se c’era qualche ragazza, a ballare e andavano avanti per ore, senza più sentire la stanchezza, e continuavano talvolta fin a tardi, a mezzanotte forse, dimentichi che dovevano alzarsi dopo poche ore per ricominciare un’altra giornata di duro lavoro. […]
Il giorno della trebbiatura era il più eccitante, specialmente per noi bambini. Di solito all’imbrunire si sentiva il trattore che arrivava trainando la grande trebbia, che ci sembrava enorme come un transatlantico. Qualche volte c’era un altro trattore, più piccolo, che rimorchiava la scala meccanica per sollevare la paglia e un’altra per la pula. Cominciavano subito a piazzare la trebbiatrice, a scegliere la direzione giusta per accostarsi alla serra del grano e per il sollevatore della paglia, ma, soprattutto, per allinearla con il trattore a cui era collegata con un’enorme cinghia di trasmissione, che doveva essere perfettamente in posizione per non saltare dal volano durante il funzionamento. Erano operazioni fatte dai meccanici della ditta con grande cura e tutti i vicini erano lì intorno a osservare e dare una mano, se necessario. La sera noi bambini dovevamo andare a letto presto, ma le donne rimanevano in piedi fino a tardi a preparare il cibo per il giorno dopo e, in particolare, il grando pranzo finale. Per noi l’ordine era perentorio: dormire e non alzarsi prima del solito. Ma l’eccitazione era grande, e il timore di non svegliarsi in tempo ci impediva di prendere il sonno. Poi si crollava, ma con l’orecchio teso. Ad un certo momento sembrava di sentire delle voci, delle persone in movimento, e quasi d’incanto il primo bum. Era il rumore del trattore che si metteva in moto. Poi silenzio, ancora voci, comandi, si cercava di riconoscere la voce di qualcuno, poi bum… bum, bum, bum, bum… era partito, e subito il sibilo della macchina trebbiatrice e delle altre collegate che si mettevano in movimento.
Fernando Galiè, Un contadino rivestito, Lìbrati, Ascoli Piceno 2008, pp. 19-20 e 25-26.1
Nota a margine: nella premessa al libro Un contadino rivestito, Fernando Galiè, ex professore di inglese che a lungo ha insegnato al Liceo Scientifico “A. Orsini” di Ascoli, fa alcune osservazioni a mio parere condivisibillisime:
È vero che la mia vita quotidiana è fatta di mille piccoli gesti e attività comuni a centinaia di migliaia di individui che fanno una vita normale, ma credo che sia più utile apprendere dalla vita di chi ti vive accanto di quanto si possa ricavare dalla biografia di un personaggio famoso del mondo dello spettacolo. Credo, inoltre, che una delle colpe della mia generazione sia il non aver raccontato ai nostri figli come era la nostra vita, privandoli quindi di un importante termine di confronto. C’è poi il fatto che, a una persona di una certa età come me, il mondo moderno sembra non lasciare traccia. Tutto sembra centrato sul presente, direi sull’istante, senza riferimenti al passato o al futuro. Anche i sentimenti più cari come l’amore si comunicano a voce o, peggio, con un sms, che svanisce un secondo dopo averlo ricevuto.






