Predicare bene e razzolare male
Un pot-pourri di cose pensate e scritte negli anni ma puntualmente poco messe in pratica. Non sarà ora di passare più seriamente ai fatti e, nello specifico, cambiare il modo di stare in rete?
Ho scritto questa nota, stamattina:
Mi è successa una cosa bella in estate: dopo tanti anni che me ne negavo l’opportunità, ho colto al balzo la proposta di passare un po’ di tempo in giro per l’Europa. Nulla di eclatante, ma comunque una piacevole rottura della routine. Ma poi è successa anche un’altra cosa, non meno bella: a differenza di quanto avrei fatto in altri tempi, non ho scritto quasi per niente di questa esperienza. A parte condividere qualche foto e impressione attraverso gli stati di WhatsApp, sono rimasto muto; al rientro non sono corso a raccontare dove sono stato, che ho visto, cosa è capitato o come mi sono sentito. Ed è stato giusto così. Bisognerebbe farlo più spesso: andare in giro o in vacanza e non scriverne nulla – quantomeno non a caldo, non subito dopo. Vivere determinate esperienze per il puro gusto e piacere di viverle, non in vista di futuri racconti o di condivisioni immediate sulla rete. Proprio da quando c’è la rete, e più ancora da quando sono arrivati social e smartphone (questa accoppiata micidiale), siamo invece caduti, chi più chi meno, nella trappola di volere/dovere essere a tutti i costi scrittori o se non altro comunicatori. Con quali effetti, ognuno può giudicare da sé.
Quello degli effetti che hanno avuto su di noi internet in generale, ma soprattutto social e smartphone, è un discorso con cui mi arrovello da tempo, fino a farne quasi un’ossessione. Nel mio piccolo, ne ho anche scritto a più riprese. Tra il 2013 e il 2014, in particolare, sul blog di allora (poi confluito nel sito personale), in alcuni post in terza persona e al passato – per un periodo mi piaceva scrivere così – avevo messo assieme una serie di considerazioni che, rilette oggi, mi paiono conservare una loro validità. Peccato, negli anni successivi, essere riuscito solo in piccolissima parte a procedere nella direzione che già allora indicavo: quella di un bisogno di sottrarsi per quanto possibile al gran rumore di fondo della vita in rete, rieducarsi all’attenzione, alla concentrazione, alla lettura – ma anche alla scrittura – in forma lunga, ponendo dunque un forte freno alla dispersione e alla frammentazione.
Mi piace ripubblicare sotto proprio tre dei post sopra citati, in ordine inverso di scrittura. (Anche questo vorrà dire qualcosa? Ovvero, che spesso individuiamo per tempo ciò che non va, ma stentiamo moltissimo a passare dalla teoria ai fatti? Classico predicare bene e razzolare male?)
Tre punto zero?
(24 marzo 2014)
Di nuovo, quella mattina, aveva letto che era «tutto un problema di scelte. E di priorità». Dunque, meglio «fare meno, ma farlo meglio».
Concordava. Pensava da tempo che quasi in ogni campo bisognasse orientarsi verso un po’ meno cose, e alle volte anche un po’ meno persone, ma le une e le altre di qualità più elevata.
Nel campo delle cose scritte, in particolare, riteneva utile sacrificare e ridimensionare la lettura di testi concepiti espressamente per il web (e non sempre – anzi di rado – pregevoli), a beneficio di testi con ben altri controlli e imprimatur, quindi, almeno in teoria, di maggiore qualità.
E, no, non era sciocco “benaltrismo” quello; era semplice, doveroso, sano “filtrare”.
Confessava allora senza pudori che, da quasi un anno, le sue letture sul web erano in forte regressione (non meno di quelle di giornali e riviste su carta, divenuti oggetti di scarsa rilevanza, quando un tempo non troppo remoto lo erano di pura venerazione). All’opposto reggevano, e a periodi anzi si impennavano (in netta in controtendenza, dunque, rispetto alle statistiche nazionali), le letture libresche.
Che cosa stava succedendo? Che si trattasse dell’avvio di una fase 3.0 della sua vita in rete?
La prima internet (1995–2002) era stata una scoperta esaltante, fonte di un innamoramento e una passione travolgenti, con un crescendo di ebbrezza e rapimento estatico.
La seconda (2003–2012), già senza più il candore e l’ingenuità e lo slancio entusiastico degli inizi, nei fatti fu più un baccanale e una gozzoviglia senza fine che un’esperienza autenticamente espressiva e vitale.
La terza (2013-?) era per ora la malinconia lucida e lo sguardo a tratti perso a tratti apatico a tratti irato a tratti fulgido del doposbornia, con la ridestata consapevolezza della vanità e vacuità o falsità di quasi tutto il gran cianciare quotidiano. Insieme al fervido desiderio non di rimettere indietro le lancette dell’orologio, evitando, per quanto possibile, che il presente e di conseguenza il futuro continuassero a dileguarsi come fumo al vento.
Era vero, come scriveva Granieri, che «la nostalgia non è una strategia». Era altresì incontestabile ammettere che «cambiare continuamente è faticoso».
Ma se il presente dava sempre più spesso la sensazione di andare a rotoli, e se al tempo stesso sentivano di non avere più troppe energie per cambiare di nuovo, senza posa, che fare?
Se un ritorno al cento per cento al passato non era mai una soluzione praticabile, e se tuttavia il presente così com’era era altamente discutibile, che piega far prendere al futuro affinché non fosse parimenti deprecabile?
Recuperare e salvare il meglio o il meno peggio del passato, per provare a coniugarlo con il meglio o il meno peggio del presente, buttando a mare quasi tutto il resto?
Nel gran rumore di fondo
(4 febbraio 2013)
Diceva sempre che bisognava evitare con cura ogni facile nostalgia del passato – perché, diceva, di davvero idilliaco nel passato il più delle volte cosa c’era stato? – per accettare all’opposto con coraggio, intelligenza e fantasia le sfide nuove del presente e più ancora del futuro. Perché aprirsi a nuove influenze e nuovi orizzonti era sempre un balsamo, prima ancora che una necessità per sottrarsi alla spirale insidiosa del già visto, già sentito, già letto, già pensato, già detto, già scritto.
Ma poi era sempre al passato che tornava nei momenti in cui il presente veniva a noia – perché c’era un eccesso di presente, diceva, se non una vera dittatura del presente; un presente, per giunta, spesso insulso e disperante – e di futuro non si vedeva traccia.
Di continuo diceva pure di dover distogliere lo sguardo dalla tentazione di internet – perché deconcentrava e distraeva a non finire, diceva, e perché di fatto riteneva di avere già preso e anche dato a sufficienza.
Così, ogni due per tre ribadiva l’utilità e il bisogno di mettere mano ad altre attività piacevoli come leggere (specialmente ad alta voce), correre (due e se possibile tre uscite a settimana, per un totale di almeno venti chilometri), nuotare (non meno di cinquanta vasche una volta a settimana), pedalare (anche una sola uscita settimanale, ma sui trenta-quaranta chilometri), andare al cinema e magari a teatro (suppergiù una volta a settimana), e soprattutto interagire di più dal vivo con le persone amate e care.
Invece non passava giorno senza che si avvoltolasse nella rete, ora su qualche sito di news ora su qualche blog ora su un social media, lungamente intento a leggere, cercare, linkare, postare, appuntare, commentare – senza capire, peraltro, cosa ne venisse ancora di davvero positivo.
E di tutte le altre attività piacevoli in cantiere spesso nemmeno l’ombra.
Poi, a ripetizione diceva anche che non si poteva – no, non si poteva – giocherellare, trastullarsi, svagarsi e perdere tempo più del lecito. Perché bastava un nonnulla e si restava indietro nelle cose che più contavano – e, allora più che mai, indietro non si poteva restare.
Però puntualmente restava indietro e così doveva rincorrere, in affanno.
E tutto questo – e molto altro ancora, su cui era meglio sorvolare – come si spiegava? Insomma, perché diceva tanto – bene o male non importava – ma poi faceva poco in linea con quello che diceva? Perché oggi era tanto difficile – e non era una valida attenuante pensare che probabilmente fosse sempre stato così – far seguire alle parole i fatti?
Era mica che un eccesso di parole – o soprattutto di immagini, di suoni, di rumori: il gran rumore di fondo che allora, senza un attimo di tregua, pervadeva le loro vite – avesse dato alla testa?
Era mica che persi quotidianamente in mille rivoli, mille derive, mille microattività, mille preoccupazioni o mille facezie, facevano sempre più fatica a raccapezzarsi in un mondo allo stesso tempo arcimoderno e arcivetusto, perciò, bene o male che fosse, si limitavano a prendere la vita come veniva, giorno per giorno, senza mai restare troppo a lungo saldi in un’idea o un proposito, senza mai avere un orizzonte chiaro, ma seguendo quanto più l’ispirazione, le sollecitazioni o le necessità del momento, in una protratta e patetica improvvisazione, da eterni dilettanti senza arte né parte, presi in un vortice di debilitante mediocrità?
La forma lunga, lo stato solido
(3 febbraio 2014)
Leggere in forma lunga, negli ultimi tempi ne era sempre più convinto, era (ri)educare il cervello alla concentrazione, alla calma, alla riflessività.
Per contro il telecomando, la console, lo smartphone, il tablet e il laptop collegati in rete a tempo indeterminato davano l’impressione di eccitare al massimo il bisogno di saltare di qua e di là, senza tregua, facendo più cose contemporaneamente, frammentariamente, spesso molto irriflessivamente.
E se era innegabile, come sosteneva qualche tecnofanatico, che in un solo giorno sul web si potesse spigolare più di quanto un tempo si aveva a disposizione su carta in un anno, chi era così ingenuo da credere che questo costituisse sul serio un processo di conoscenza e non un mero ingurgitare parole, immagini, suoni?
Insomma, se erano tanto aumentati il nervosismo, la schizofrenia e i gesti inconsulti delle persone, come appariva sempre più evidente guardandosi in giro, sicuro che questi fenomeni non andassero in parte addebitati anche all’utilizzo compulsivo delle nuove tecnologie e all’abbandono, la decadenza o il mancato sviluppo di forme precedenti di condotta e acculturamento?
Bisognava ammetterlo: il loro cervello, bombardato da stimoli continui e da un flusso ininterrotto di informazioni spesso caotiche e frammentarie, non rispondeva più come poteva rispondere quello di gente educata quasi soltanto sui libri e i giornali di una volta, oltre che sull’esempio di genitori, parenti, amici, preti, maestri, dottori.
Se in parlamento e altrove succedevano con frequenza crescente scene a dir poco infantili e deprecabili, non ci si doveva dunque stupire troppo. C’era semmai da chiedersi se anche in loro e nelle persone immediatamente intorno a loro non riscontrassero un qualche peggioramento.
C’era da chiedersi, prima che la situazione degenerasse del tutto, prima che il loro cervello non rispondesse più con un giusto equilibrio, con una giusta ponderatezza, se anche per loro non fosse il caso di ritararsi un po’, tornando magari a dare valore ad abitudini comportamentali e culturali troppo frettolosamente abbandonate o mai ben sviluppate.
La lettura in forma lunga, per esempio. La lettura assorta, scollegati dalla rete, il telefonino lontano, silenziato, la tv e anche la radio, anche lo stereo, anche l’ipod spenti.
La lettura in forma lunga, d’accordo. Ma perché no la scrittura? Perché no l’ascolto? Perché no la visione? Perché no il pensiero? Perché no la programmazione? Perché no l’agire? Perché no l’amare? Perché no la comprensione?
Era la forma lunga, credeva, che in generale andasse riscoperta, rivalorizzata, riattualizzata, rieducata, ripraticata. Era il proiettarsi al di là delle contingenze, delle esigenze, degli sfizi, delle soddisfazioni e anche delle insoddisfazioni del momento. Era l’uscire dalla gabbia dell’immediato, del fuggevole, dell’evanescente, del caduco, del rapidamente transeunte.
Era il lasciarsi alle spalle la stagione del tutto liquido, se non del gassoso, e sforzarsi di recuperare alcune delle caratteristiche dello stato solido, qualche pregio di quelle generazioni di genitori e nonni dalle quali, per eccessiva presunzione di sé o per altro, tanto avevano voluto marcare il distacco.



