Divagando per “decenni”
Ciascuno di noi ha probabilmente degli anni più a cuore di altri, magari a cadenza decennale. I miei sono quelli con il 6 finale: non a caso sono del ’66
Beniamino Placido, in un pezzo sugli anni Ottanta intitolato “Il decennio dei rifiuti”, scritto per «la Repubblica» sul finire del 1989, premesso che «il decennio è un’unità di misura fittizia. Perché dovrebbe caratterizzarsi in modo particolare?», diceva che «a ragionare per decenni si commette un peccato: di metodo, ma ci si azzecca».
Io condivido il pensiero di Placido, e sono convinto che lo stesso ragionamento si possa per esempio applicare anche alle generazioni: costituiscono delle suddivisioni del tutto arbitrarie, ma in qualche modo colgono nel segno.
Tornando però al discorso dei decenni, andrebbe capito dove porre l’inizio e la fine per ognuno di essi, perché non sempre farli coincidere perfettamente con gli anni dell’era cristiana il cui numero finale va da zero a 9 coglie il periodo decennale che più si connota con una sua precisa identità rispetto a quello che lo precede e a quello che lo seguirà.
Per la serie “a ciascuno i suoi decenni”, faccio allora così: visto che sono nato nel 1966, prendo come punto di inizio di un mio personale “decennio” gli anni con il 6 finale e, brevemente, mi concentro in particolare sul giugno di ognuno degli ultimi cinque anni suddetti, questo compreso, che a loro modo segnano uno stacco abbastanza netto nelle stagioni della mia vita.
Dunque, iniziamo.
Giugno 1986. Questi erano gli ultimi giorni prima del primo esame all’università: Geometria, a Fisica, Bologna. Prima di allora, mai studiato tanto in vita mia: a medie e superiori in genere apparecchiavo il tavolo con libri e quaderni solo poco prima di cena, il pomeriggio ero quasi sempre fuori, in campagna o a correre dietro a un pallone su campetti sgarrupati di paese. Non andavo male, alle medie anzi brillavo (un po’ meno al liceo, dove spesso mi annoiavo da morire), ma studiavo quel poco che bastava. All’università, specie all’inizio, sgobbavo invece da matti. Da fuorisede campagnolo e spaesato, del resto, che altro potevo fare? 30, comunque, il voto di quel primo esame, come pure dei due successivi, Analisi 1 e Fisica 1, uno a luglio e l’altro a settembre. L’anno dopo persino una lode, per Analisi 2, poi un progressivo appannamento, fino a una stanca totale.
Giugno 1996. Questi erano i giorni in cui frequentavo un corso FSE per “operatore multimediale di rete” (in sostanza, rudimenti di html per creare pagine web), la prima volta, da anni, che tornavo a seguire delle lezioni dopo l’abbandono dell’università a due esami dalla fine. Al contempo cominciavo a fare le prime traduzioni per «Internazionale», dopo che nel 1992 avevo già avuto il battesimo da traduttore autodidatta con il trimestrale «Lettera internazionale», con un saggio sull’eredità di Marx uscito in un numero della rivista che presentava un dossier dal titolo profetico “Tradurre, che passione!”. Prima traduzione pubblicata (a luglio) da «Internazionale»: “Il giorno che cominciò il tempo”, articolo sul big bang dell’astrofisico e divulgatore scientifico Paul Davies. Della serie: unire sempre i puntini.
Giugno 2006. Questi erano i giorni in cui, oltre a tradurre regolarmente per «Internazionale», annaspavo dietro La camicia di ghiaccio di William T. Vollmann, per Alet, il primo romanzo ottenuto dopo tanti saggi (a parte l’anomalo La vigilia dell’eternità di S.M. Olaf, per Fazi, che nel 2000 – ma pubblicato solo a fine 2001, dopo lunga e faticosa gestazione – mi aveva permesso di accedere a una casa editrice, sulla scia del corso “Tradurre la letteratura” di Misano Adriatico frequentato poco prima). Fu una traduzione tribolata, dato anche l’autore, ma avercene ancora oggi così. Come avercene ancora di anni in cui l’Italia vince i mondiali di calcio, mentre adesso, per la terza volta di fila, nemmeno partecipa.
Giugno 2016. Questi erano i giorni in cui, in tandem con la “copydimare” Franca Di Muzio, traducevo – per Fazi – L’uomo che scrisse il romanzo perfetto, la biografia di John Williams, l’autore di Stoner, scritta da Charles J. Shields. Ed era la prima volta, dopo anni di fiacca, che ritrovavo davvero gusto a tradurre. Che bello! (Peccato per la sequenza di terremoti che da lì a poco avrebbe sconquassato l’Italia centrale: quella ce la saremmo risparmiata volentieri.)
Giugno 2026. Questi sono i giorni in cui porto avanti la traduzione del quarto saggio di fila su Israele e Palestina. Dell’argomento ne avrei fin sopra i pochi capelli rimasti, ma è un bel testo, anche di un autore importante, ed è soprattutto la prima volta, da tempo, che lavoro per una casa editrice nuova, e senza che io l’abbia cercata. Con l’aria che tira in editoria, miracolo!
In conclusione, gli anni con il 6 finale sembrano portare quasi sempre qualche buona novità. E se a giugno bisogna sgobbare, anche se sarebbe fortissimo il richiamo della montagna o del mare, pazienza: meglio così che stare senza far niente o morire di noia appresso a ciò che non piace, che non stimola, che non aggiunge proprio nulla di nuovo e vivificante.

