Tentativi a perdere
Un post su Facebook del dicembre 2022. Con citazioni da “Se hai bisogno, chiama” di Raymond Carver, pubblicato postumo nel 1999 da «Granta».
Oggi, il ripescaggio tocca a un post su Facebook del dicembre 2022, poco dopo esservi rientrato a distanza di più di tre anni. Ci sarei rimasto fino a metà marzo 2025, scrivendo molto, ma quasi sempre in chiave molto passatista o comunque poco tenera verso il presente. Poi, cogliendo al balzo la lettura di Careless People: A story of where I used to work. Power. Greed. Madness, il libro testimonianza di Sarah Wynn-Williams sui suoi anni come responsabile delle politiche pubbliche globali di Facebook (memoir uscito a inizio mese, senza che prima se ne avesse notizia, e che subito produsse il tentativo di Meta di bloccarne a ogni costo la circolazione, visti i contenuti fortemente critici. Questo non impedì però che diventasse il bestseller del momento), me ne sono tirato fuori, una volta per tutte.
È un fatto: puoi sempre tornare dove sei già stato, magari proprio dove sei nato e cresciuto, e per qualche tempo potrai anche trovarti di nuovo a tuo agio, ma ficcati in testa che non sarà mai com’era in origine, com’era prima di andartene. Arriverà sempre il momento in cui inevitabilmente ti domanderai: “Che ci faccio di nuovo qui? Era proprio necessario tornare? Se ero andato via, un motivo ci sarà stato, no?”.
Capita così che tutti coloro che se ne vanno da un posto, sia esso reale o virtuale, non importa quale, e non importa per quanto tempo né per quale motivo (studio, lavoro, viaggi, affari di cuore ecc.), tornandovi scopriranno, presto o tardi, di non appartenere più a quel posto con tutto sé stessi, se mai ne erano veramente stati parte integrante. Se ne sentiranno allo stesso tempo attratti e respinti, come, del resto, per qualunque altro posto che nel frattempo gli sarà capitato di abitare o frequentare, e come per qualunque altro luogo che in futuro andranno a visitare, nella loro inesauribile insoddisfazione e irrequietezza.
Un po’ quello che succede quando due persone che sono state a lungo insieme, per poi lasciarsi o comunque allontanarsi, a un certo punto sentono il bisogno di riprovarci: lì per lì potrà anche funzionare, ma è raro che torni a essere com’era una volta; è anzi facile che prima o poi riaffiorino divergenze insanabili e il rapporto vada, di nuovo, più o meno a rotoli. A quel punto, meglio lasciarsi una volta per tutte, se possibile in buona armonia.
C’è, al riguardo, un racconto di Raymond Carver, pubblicato postumo da «Granta» nel dicembre del 1999: “Call If You Need Me” (in italiano “Se hai bisogno, chiama”, contenuto nell’omonima raccolta, uscita originariamente da minimum fax, nel 2000, per la traduzione di Riccardo Duranti).1


Il narratore e la moglie, Nancy, che si conoscono dal liceo, da qualche tempo sono in crisi: in primavera hanno avuto entrambi un’altra relazione, ma quando arriva l’estate decidono di passare alcune settimane insieme, da soli, senza il figlio Richard appena diplomato, che andrà dalla mamma di lei, dove per l’estate lavorerà forse in una fattoria. Mentre lei è a casa a finire di preparare le valigie, il padre accompagna dunque Richard alla stazione degli autobus, e nell’attesa il figlio gli domanda se lui e sua madre abbiano intenzione di divorziare. “No, se possiamo evitarlo”, risponde il padre. Per questo hanno affittato una casa per passare l’estate da soli, altrove, evitando così di vedersi con altre persone. Partito il figlio, la coppia raggiunge la nuova destinazione. Trascorrono i primi giorni andando un po’ in giro, nel tentativo di ambientarsi e soprattutto rifamiliarizzare tra di loro, ma presto capiscono che non potrà funzionare.
Ma quella sera, dopo che avevamo cenato e lavato i piatti e io avevo preparato il fuoco nel camminetto, Nancy scosse la testa e disse che non avrebbe funzionato.
“Perché dici così?”, le chiesi. “Cos’è che vuoi dire?”
“Voglio dire che non funzionerà. Guardiamo in faccia la realtà”. Scosse di nuovo la testa. “E non mi va neanche di andare a pescare domani mattina e non voglio nemmeno un cane. No, niente cani. Mi sa che che ho voglia di andare su a trovare mia madre e Richard. Da sola. Voglio star sola. E mi manca Richard”, disse, scoppiando a piangere. “Richard, mio figlio, il mio bambino”, aggiunse, “che ormai è grande e se ne andrà presto. Mi manca tanto”.
“E Del? Ti manca tanto anche Del Shraeder?”, dissi. “Il tuo amichetto. Ti manca, eh?”.
“Stasera mi mancano tutti ”, disse. “Mi manchi perfino tu. È un pezzo ormai che mi manchi. Mi sei mancato tanto che ormai è come se ti fossi perso, non so come spiegarlo. Ti ho perso. Non sei più mio”.
“Nancy”, dissi io.
“No, no”, disse. Scrollò ancora una volta la testa. Sedeva sul divano davanti al fuoco e continuava a scuotere la testa. “Voglio prendere un aereo per andare a trovare mia madre e Richard, domani stesso. Quando me ne sarò andata potrai chiamare la tua amichetta”.
“Neanche per sogno”, dissi. “Non ho alcuna intenzione di farlo”.
“La chiamerai”, disse lei.
“E tu chiamerai Del”, dissi io. Ma nel dirlo mi sentii un pezzo di merda.
“Puoi fare quello che ti pare”, disse lei, asciugandosi gli occhi con la manica. “Dico sul serio. Non voglio sembrarti isterica. Ma domani stesso vado su nello stato di Washington. E adesso me ne vado subito a letto. Sono esausta. Mi dispiace. Mi dispiace per tutti e due, Dan. Non ce la facciamo. Quel pescatore, oggi. Ci ha augurato buona fortuna”. Scosse la testa. “Anch’io ce l’auguro. Ne avremo bisogno, di fortuna”.2
Dopo questo scambio, c’è però un episodio che sul momento contribuisce a instaurare di nuovo una buona intesa tra i due: nella notte dei cavalli sono usciti da un recinto e ora si aggirano intorno alla loro casa delle vacanze, nella nebbia. Dopo il recupero dei cavalli da parte del proprietario, con l’aiuto degli agenti giunti sul posto, la coppia trascorre alcune ore di ritrovata sintonia, andando a letto all’alba e facendo di nuovo l’amore. Ma questo non evita che il pomeriggio seguente i due si separino, con lei decisa a prendere due aerei per raggiungere madre e figlio. Al momento dei saluti, però, Nancy scoppia di nuovo a piangere, ripensando all’ultima notte insieme, ai cavalli e a tutto quello che si sono detti.
“Scrivimi, eh?”, le dissi. “Non credevo che sarebbe successo questo”, dissi. “Dopo tutti questi anni. Non l’avrei mai pensato, neanche di sfuggita. Che sarebbe capitato proprio a noi”.
“Ti scriverò”, disse lei. “Lettere lunghissime. Le più lunghe che avrai mai visto da quando ti scrivevo ai tempi del liceo”.
“Le aspetterò”, dissi.
Poi mi guardò di nuovo e mi accarezzò la guancia. Quindi si voltò e si avviò sulla pista verso l’aereo.
Va’ pure, cara, e che Dio ti accompagni.3
Poi, lei sale sull’aereo, mentre lui, tornato a casa, la prima cosa che fa è prendere il telefono e chiamare la donna con cui si vedeva prima dell’estate.
Lessi questo racconto appena uscì su «Granta», cui ero da poco abbonato, e nel mio entusiasmo di traduttore ancora in erba, o se vogliamo nella mia presunzione, volli tradurlo, per giocarmelo come prova all’interno del corso “Tradurre la letteratura” di Misano Adriatico che seguivo in quel periodo. E non escludo che fu proprio grazie a questa prova volontaria che alla fine di detto corso scattò una collaborazione che mi permise di cominciare a tradurre dei libri, fino a quel momento sogno irrealizzato.
Raymond Carver, “Se hai bisogno, chiama”, in Se hai bisogno chiama. Racconti inediti, trad. di Riccardo Duranti, minimum fax, Roma 2000, pp. 96-97.
Ivi, pp. 100-101.


