Tradurre la letteratura
Ricordi di un vecchio corso sulla traduzione letteraria, di incontri ed episodi da lì scaturiti, con divagazioni su un raro ulivo centenario e un ancora più raro olio monovarietale
[Premessa: ero partito per scrivere una Nota, poi la Nota mi si è via via allungata e ho allora pensato di trasformarla in un post, aggiungendo, per renderlo più completo, anche del vecchio materiale. Tutto nasce dal ricordo, ieri, 11 novembre, giorno di San Martino (a cui sull’altro mio spazio Substack avevo dedicato un post apposito – reso pubblico soltanto per poche ore, per poi rimetterlo in bozza – citando alcune pagine da Lunario di Alfredo Cattabiani), di una piccola reunion tra ex compagni di un corso sulla traduzione letteraria, venticinque anni fa, proprio per San Martino. Poi, come spesso accade, un ricordo tira l’altro e non si finisce più.]
Come tutte le volte che c’è un venticinquennale importante di mezzo, quest’anno San Martino mi suscita ricordi particolarmente struggenti. Perché lo scoccare di un quarto di secolo da un evento significativo della propria vita non è mai, almeno per me, una cosa da niente: sono tanti i pensieri che di botto affollano la mente, tanti i ricordi e, spesso, tanti anche i rimpianti e/o i sensi di colpa per qualcosa che sarebbe potuto andare in modo diverso o che, purtroppo, è andato irrimediabilmente perso e non avrebbe senso oggi cercare di rimettere in piedi. Tipo: amicizie e incontri irripetibili, frutto di un momento unico della propria esistenza. Nel mio caso, il San Martino di 25 anni fa vide giungere a casa, per uno spensierato fine settimana in campagna, provenienti da Torino, Reggio Emilia, Macerata, Salerno e Pescara, quattro compagne e un compagno del corso “Tradurre la letteratura”, seguito il venerdì pomeriggio e il sabato mattina dell’anno precedente, da metà novembre a tutto aprile, presso l’Istituto San Pellegrino di Misano Adriatico (nei fatti, il punto di svolta della mia carriera di traduttore, fino ad allora limitata ad alcune riviste e al settimanale «Internazionale», più qualche lavoro di natura tecnica, mentre i libri rimanevano un miraggio). I partecipanti, o per meglio dire le partecipanti, avrebbero dovuto essere anche di più, ma per un problema e l’altro alla fine ci ritrovammo in sei a celebrare la piccola reunion con una scorpacciata di olive ripiene ascolane (quelle autentiche, con l’oliva tenera ascolana, snocciolata a mano, a spirale), caldarroste, salsicce ecc. nella tavernetta di casa, accanto al camino e al mio studio di allora, per poi spostarci a sera inoltrata, in sei in una sola macchina, una Uno, nell’amata Civitella del Tronto, allegramente in festa sempre per San Martino. E la mattina dopo, per niente stanchi, eccoci pure scarpinare sulla terra umida, fino in collina, per una sessione di I Ching e un paio di foto al cospetto di un ulivo centenario. (Lo stesso ulivo la cui immagine stilizzata da tre anni e mezzo decora la lapide di mio padre, insieme a quella del suo natio Vettore, e che solo quest’anno ho scoperto essere uno dei pochi esemplari rimasti in zona di una varietà rara detta “Serrechetta”. E sempre quest’anno ho ricavato per la prima volta dalle sue olive, per puro sfizio, un rarissimo monovarietale, appena sette chili di un olio che un panel certificato di esperti ha giudicato degno di un 7,5, su un punteggio massimo di 10, giungendo altresì a questa descrizione del profilo sensoriale: «Fruttato medio, di tipo erbaceo, con sentori di mandorla, carciofo e pomodoro. Note di amaro e piccante di media intensità. Colore verde, fluidità media». E qualcuno, nel panel, ci avrebbe sentito anche sfumature di erbe aromatiche e cicoria.) E dopo un lauto pranzo a base di timballo, pollo arrosto ecc., eccoci di nuovo tutti in stazione, a San Benedetto del Tronto, per riprendere da lì ognuno la propria destinazione e occupazione/aspirazione. Solo per rivederci ancora una volta l’anno dopo a Torino, per il Salone del Libro, sontuosamente ospitati per la notte in un appartamento in pieno centro; e sempre quell’anno, purtroppo, a novembre a Bologna, per ricordare una tragica amica – dello stesso corso – che non c’era più. E poi, come era inevitabile, solo rapporti via email o cellulare, sempre più sporadici, e alla lunga quasi più niente, se non tra persone con una confidenza più stretta o una prossimità fisica maggiore. Ma che ci vuoi fare? Giovanni Lindo Ferretti cantava che «così vanno le cose, così devono andare», ed è innegabile che sia così.
Eppure, qualche volta le cose potrebbero anche andare un po’ diversamente da come vanno; spesso, anzi, basta o basterebbe un niente per fare assumere loro tutto un altro andamento.
Per esempio, il giorno d’inizio del corso “Tradurre la letteratura” sopra citato, il 12 novembre 1999, un venerdì, nel viaggio di andata in treno da San Benedetto del Tronto a Misano presi in mano la copia di «Le Monde» che prima di partire avevo trovato in un’edicola di Porto d’Ascoli che all’epoca riceveva la stampa straniera (mentre oggi, per tirare avanti, è costretta a vendere ninnoli per i turisti). Il quotidiano francese, uscito il giorno prima, nell’occasione aveva il supplemento libri. Cominciai così a sfogliare e leggere quest’ultimo, e alla seconda pagina l’occhio cadde su un articolo nella parte bassa, intitolato “Le blues du chevalier inexistant” e, guarda caso, dedicato proprio alla figura del traduttore letterario. (Tutto nasceva dal fatto che in quei giorni si svolgevano ad Arles le annuali “Assises de la traduction littéraire”, l’equivalente delle “Giornate della traduzione letteraria” che, a partire dal 2003 e – a quel che ne so – fino al 2022, si sono tenute anche in Italia, a cura di Ilide Carmignani e Stefano Arduini, una collaborazione iniziata sempre in seno al corso “Tradurre la letteratura”.) Fatto sta, di ritorno a casa dalle lezioni introduttive del corso, non potei fare a meno di mettermi a tradurre quel pezzo. Nacque così la traduzione che poco più di un mese fa, per San Girolamo, ho riproposto anche per le lettrici e i lettori di questo blog.
Ma la storia non finisce qui. Sempre su quel supplemento libri di «Le Monde» dell’11 novembre 1999 c’era una recensione di Poétique du traduire, un corposo saggio del traduttologo francese Henri Meschonnic, da poco uscito da Editions Verdier. All’epoca totalmente preso dai discorsi sulla traduzione, nel giro di pochi giorni lo ordinai online e al suo arrivo mi misi subito a leggerne le prime pagine. Mi piacquero così tanto che, pur non essendo io affatto un francesista (da un paio di anni, sì, avevo cominciato a tradurre anche articoli dal francese, con discreti risultati, ma rimanevo un bravo autodidatta e niente più), mi venne in mente che magari potevo proporre la traduzione di un paio di capitoli di quel saggio al semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria «Testo a Fronte», approfittando del fatto che tra i docenti del corso di Misano ci fosse anche Franco Buffoni, fondatore e condirettore di questa rivista insieme ad Allen Mandelbaum ed Emilio Mattioli. Intraprendente com’ero allora, mi feci dare dalla curatrice del corso l’email di Buffoni e gli scrissi. Giunse presto una sua risposta e fu positiva, potevo lavorare alla traduzione di quei due capitoli del saggio di Meschonnic che ritenevo utili per «Testo a Fronte» e mandarla a Mattioli, che l’avrebbe valutata ai fini di una possibile pubblicazione. Strafelice, passai diverse giornate delle feste di Natale del 1999 a leggere la prima parte di Poétique du traduire di Meschonnic, poi, ad anno nuovo, attaccai la traduzione del capitolo iniziale, intitolato Poetica del tradurre - Cominciando dai principi, e mi ci trovai subito bene. Per il secondo capitolo che intendevo proporre a «Testo a Fronte», più ostico, alla ripresa delle lezioni del corso di Misano pensai invece di chiedere la collaborazione di un compagno che aveva una migliore frequentazione con il francese. Nacque così la traduzione a quattro mani, con Massimo Sopranzetti, del capitolo intitolato Il traduttore e l’odio della poetica. Riviste e limate per bene entrambe le traduzioni, tra febbraio e marzo le spedii quindi a Mattioli e attesi pazientemente una sua risposta. Che non ricordo quando arrivò, ma l’importante fu che le due traduzioni erano state accettate per la pubblicazione su «Testo a Fronte». E pur sapendo che non ci sarebbe stato un compenso, vuoi mettere l’impagabile soddisfazione di figurare con un tuo lavoro, anzi, con una tua precisa proposta, su una rivista così prestigiosa?
Morale della favola, nel dicembre di venticinque anni fa – ritorna in questo modo il discorso iniziale sui venticinquennali importanti che scatenano una marea di ricordi e pensieri – nelle prime trenta pagine del numero 23 del semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria «Testo a Fronte» usciva la prima – e, credo, tuttora unica – traduzione italiana di due capitoli di Poétique du traduire di Henri Meschonnic: Poetica del tradurre - Cominciando dai principi, a mio nome; Il traduttore e l’odio della poetica, a nome mio e di Massimo Sopranzetti. Bello, no, per essere due compagni che soli pochi mesi prima nei fine settimana frequentavano a Misano Adriatico il corso “Tradurre la letteratura” del 1999-2000?




A chiudere questo post a dir poco nostalgico, sotto riporto però la mia traduzione di un passo di Poétique du traduire di Meschonnic che non figura nei due capitoli sopra citati, ma è tratto, guarda caso, da quello intitolato Tradurre la letteratura.
Mentre la letteratura è invenzione permanente, dentro e contro le tradizioni, riconosciuta solo se tale, pena non essere niente, quella cosa epigonale del mercato dei libri, la traduzione è un campo di attività dove la tradizione non solo è più forte dell’invenzione, ma è considerata la condizione stessa dell’esercizio e della riuscita. In letteratura non ci sono ovvietà. Nella traduzione certe ovvietà fanno la legge. È l’autorità innegabile dell’ovvietà che la traduzione funzioni nella lingua d’arrivo, senza alcun ricorso alla lingua di partenza. Nella lingua d’arrivo, cioè con i soli mezzi della lingua d’arrivo, non quelli della lingua di partenza, né le interferenze di una mostruosa via di mezzo, perché questa infrangerebbe il codice della lingua d’arrivo. Ma cos’altro faceva la Vulgata di san Girolamo? La correttezza è l’obiettivo ossessivo del traghettatore. Il linguaggio d’arrivo, di conseguenza, è un linguaggio acquisito, conosciuto, passivo, già trasformato. È la sua contraddizione più forte con l’opera letteraria, che è tale solo se è, e resta, un linguaggio attivo, trasformatore. Trasformatore delle opere precedenti, dei modi di rapportarsi con il mondo e dei soggetti tra di sé e con sé.
Il primo e ultimo tradimento che la traduzione può commettere nei confronti della letteratura è togliergli ciò che ne fa letteratura – la sua scrittura – con l’atto stesso che la trasmette. L’adagio “traduttore traditore” indica da secoli che la traduzione è il luogo di un conflitto definito da due paradigmi irriducibili l’uno con l’altro. La traduzione è nel solco che oppone l’autore originale al traduttore come l’invenzione alla riproduzione, l’autentico all’edulcorato, la lingua di partenza alla lingua d’arrivo come due mondi non sovrapponibili, l’indissociabile e misteriosa associazione della forma e del senso nell’originale alla pietosa dissociazione delle due, per conservare solo il senso, nella traduzione. Questa situazione, lungi dall’essere vista come un effetto delle concezioni del linguaggio, è stata ed è ancora considerata un fatto di natura. Che il buon senso è tenuto a riconoscere e accettare. Così, davanti alla scelta tra mostrare la traduzione per quello che è, una traduzione, e nascondere questa vergogna, il traduttore è stato addestrato a cancellare tutto ciò che mostra che è una traduzione. Il traduttore cerca la naturalezza.
La naturalezza della lingua d’arrivo, ciò che normalmente deve raggiungere il buon traduttore, presuppone un atteggiamento pragmatico verso la comunicazione, che sembra il buon senso in persona. Il paradosso è che così si realizza e perpetua, senza saperlo, il mito di Babele. Perché la naturalezza cerca di sopprimere la differenza delle lingue, ne fa qualcosa da nascondere, e questa differenza occultata ribadisce la diversità delle lingue come il male mitico del linguaggio. Ogni lingua d’arrivo è, perciò, al tempo stesso l’ordine naturale e la trascendenza delle particolarità. Quello che ingenuamente mostrava per il francese, ai tempi del suo regno europeo, la grammatica di Port-Royal, e ai nostri giorni la grammatica generativa per l’inglese, struttura profonda di tutte le lingue, e accompagnamento teorico della sua egemonia culturale.
Henri Meschonnic, Traduire la littérature, in Poétique du traduire, Editions Verdier, 1999, pp. 86-88.
E potrei continuare ancora a lungo, con altri accenni a quell’annata movimentata del 1999-2000, per ampi aspetti felice (ma per qualcuno anche parecchio triste). Potrei per esempio parlare della mia prima volta a Festivaletteratura, a Mantova, nel settembre del 2000, e del grande innamoramento che ne scaturì. Ma ne ho già scritto altrove, dunque mi fermo qui.
PS Sempre a proposito di venticinquennali (per me) importanti, dell’autunno 2000 è anche una traduzione che ho da poco riproposto su Scritture: il profilo dei Radiohead che Gerald Marzorati scrisse il «New York Times Magazine» in occasione dell’uscita di Kid A, il quarto album in studio, molto sperimentale, dopo il successo strepitoso di Ok Computer, tre anni prima, pietra miliare della musica rock anni Novanta. Traduzione pubblicata dal settimanale «Internazionale», n. 357, 20 ottobre 2000. Chi vuole può andare a leggersela lì.





Grazie, caro Nazzareno, per avere condiviso questo prezioso viaggio nei ricordi. E grazie per il brano di Meschonnic, preziosissimo.