Un arrivo in montagna al Giro d’Italia
Sulla Maielletta, 14-15 maggio 2022, prima e durante la tappa Isernia-Blockhaus
Tre giorni fa, domenica, un po’ giù di corda (come ultimamente mi capita appena sto troppo fermo, dentro casa), di prima mattina scrivevo questa nota: «Possono esserci momenti felici, persino di una felicità estrema, estatica. Ma se andiamo a vedere bene, se andiamo a stringere, anno dopo anno è una realtà sempre più desolante e piena di magagne, sempre meno appagante. Questo, specialmente se si rimane troppo a lungo rinchiusi nel proprio piccolo, circoscritto, asfittico mondo. Quello che succede sempre più spesso e sempre a più gente, illusi di avere il mondo intero a portata di mano dallo schermo di un telefono o di un computer, con pochi clic, quindi sempre più restii a muovere il culo dal nostro divano o dalla nostra scrivania, restii ad arrischiarci nel mondo vero, fuori dalle nostre comfort zone, lontano dai nostri ristretti orizzonti abituali, là dove nulla è scontato, dove ogni passo può riservare una sorpresa, dove perciò siamo obbligati ad accendere tutti i nostri sensi, a dare fondo alle nostre energie fisiche e mentali, a osare, a esplorare, a infiammarci di passione, a vivere sul serio». Un quadro proprio desolante, sì, di cui si fa specchio pressoché fedele anche ciò che uno (non) scrive; cioè, nel mio caso è senza dubbio così, come dimostra il fatto che anche su Substack ormai ripropongo quasi soltanto vecchi materiali, quanto più sganciati dal presente. Un presente che chiaramente non anima, non entusiasma, non appassiona; o, nelle rare occasioni che lo fa (ci sono: rare ma ci sono), non infervora al punto da volerne scrivere approfonditamente; cioè, non scalfisce più di tanto un umore che ha – o per meglio dire è tornato ad avere – come sua nota dominante una forte malinconia, abbinata a un crescente scoramento. Eppure, ancora tre anni fa non era così; all’epoca c’era un po’ più di verve, a dispetto che venissi da un periodo davvero complicato, tra la malattia e la morte di papà, il Covid e altre vicissitudini. C’era un po’ più di speranza, di fiducia, di grinta, di volontà seria di ripartire, mettiamola così; e, va da sé, questo si rifletteva anche nella scrittura, per dilettantesca che fosse. Una riprova? Il lungo racconto della mia prima partecipazione, da spettatore, all’arrivo di una tappa di montagna del Giro d’Italia, nel maggio 2022, pubblicato in origine su Medium (sì, fatta anche questa esperienza online, sia pur di breve durata).
(17 maggio 2022)
Ci sono cose che avresti voluto fare da tempo ma che per pigrizia o scarsa convinzione hai sempre rimandato; o per le quali non si è mai presentata l’occasione adatta, di quelle che capitano di rado e che, se non sei totalmente rammollito e in disarmo, ti inducono a rompere gli indugi e approfittarne.
Da buon appassionato di ciclismo, seguito da sempre alla tv negli appuntamenti più importanti, e a fasi alterne praticato a livello molto amatoriale (con mattane a cui però sono legati alcuni dei miei ricordi sportivi più belli), a 56 anni suonati non ero mai stato all’arrivo di una tappa di montagna di un grande giro: avevo assistito a diversi passaggi e finali di corse, si trattasse della Tirreno-Adriatico o del Giro d’Italia, ma non mi ero mai unito al pubblico che freme per l’arrivo di una tappa impegnativa di montagna, benché da sempre ne avvertissi il fascino e il richiamo.
Una mancanza che era venuto il momento di colmare, anche per segnare una sorta di stacco e ripartenza, al termine di anni – complicati – in cui le stesse dirette televisive delle gare di ciclismo e le già sporadiche uscite in bici avevano ceduto il passo ad altri pensieri e impegni, con conseguente calo tanto dell’entusiasmo in generale quanto della forma fisica in particolare.
L’occasione da non perdere? L’arrivo della nona tappa del Giro d’Italia 2022, la Isernia-Blockhaus, in cima alla Maielletta, sul massiccio della Maiella.
Ora, la Maiella non è esattamente la mia montagna del cuore: per origini e vissuto sono molto più legato ai Monti Sibillini, Vettore su tutti, e ai Monti della Laga, in particolare la Montagna dei Fiori. Ma come frequentazioni, nell’ultima quindicina di anni è questa zona dell’Abruzzo che ho girato di più. Mi piaceva allora che la prima esperienza a un arrivo in montagna di una corsa ciclistica fosse qui: sia per il valore assoluto della tappa, alla luce anche degli storici precedenti (a partire dal battesimo del 1967, con l’inizio della leggenda del “cannibale” Eddy Merckx); sia perché su Maielletta e Blockhaus ero già stato un paio di volte, anche in inverno, e questo poteva venirmi utile nel momento in cui davvero mi fossi deciso a partire.
Problema: per quasi tutto, ma in particolar modo per i giri in solitaria, decido sempre all’ultimo momento, non più di uno o due giorni prima, spesso poche ore prima di mettermi sul serio in moto. Posso già avere un’idea in testa da settimane, ma in genere non riesco a programmarmi con largo anticipo, ho sempre il timore di impedimenti in extremis; preferisco allora fare le cose cotte e mangiate, quando ce ne sono le condizioni. Questo significa che spesso devo arrangiarmi e accettare anche le complicazioni cui vado incontro per non essermi organizzato per tempo.
Anche per l’arrivo della Isernia-Blockhaus mi sono così ridotto alle ultime ore utili. Sapevo però di un blocco della circolazione dalle 22 del giorno prima, quindi non più tardi della mattinata del 14 maggio dovevo decidere se andare o no, per poter raggiungere la zona del traguardo in automobile. Fossi stato in buona forma fisica, avrei anche potuto tentare l’ascesa in bici, dopo averla caricata in macchina fino al parcheggio più vicino, o al limite a piedi, il giorno della gara; ma così non era. Quindi, in auto il giorno prima o niente.
Problema supplementare: dove dormire. In albergo o altra struttura ricettiva locale di sicuro no, con i tutti posti disponibili senz’altro prenotati da tempo, perciò inutile anche mettermi a telefonare. Restava l’opzione tenda o direttamente in macchina, e per una notte si poteva anche fare.
Va bene, 14 mattina: non ci sono impedimenti, si può andare, si tenta la sorte.
Passo dal barbiere, a rendermi più presentabile, dopo due anni che tra restrizioni da Covid-19 e altri grattacapi vado avanti a tagliarmi i capelli da solo, con la macchinetta. Poi supermercato: panini, mortadella, prosciutto cotto, mele, Pavesini, bottigliette d’acqua. Quindi casa, dove riempio i panini e carico gli zaini: uno piccolo per l’attrezzatura fotografica (che mi voglio perdere l’occasione di provare a fare qualche bella foto?) e un secondo, più capiente e tecnico, per l’abbigliamento da escursione in montagna, sacco a pelo, tappetino, un libro, roba da mangiare e quant’altro. Il tutto dentro la Panda a metano, insieme a scarponi e – serviranno o meno – tenda Decathlon di quelle che si aprono in due secondi (il problema è richiuderle), sedia da campeggio e ombrellone. Insomma, non mi presento da totale sprovveduto.
Comunico a mamma che starò via due giorni, avviso la compagna in quel di Pescara che per l’una passerò a salutarla (visti gli impegni scolastici e la ritrosia a sfacchinate in montagna non provo per niente a coinvolgerla nell’avventura) e parto. Dopo un’oretta la programmata sosta pescarese, quindi fondovalle Alento, direzione Passo Lanciano, e per le tre del pomeriggio sono alla Maielletta, strada da Pretoro ancora aperta e traffico quasi inesistente.
Mi aspettavo più movimento, più preparativi, invece davanti all’albergo-ristorante Mamma Rosa tutto molto tranquillo, nessun segno tangibile di un importante arrivo di tappa del Giro d’Italia, l’indomani. Poco più avanti, prendendo a destra la strada per Roccamorice da dove arriveranno i corridori per l’ultima impegnativa ascesa di giornata, ecco però i primi camper sui comodi prati a bordo strada, in un tratto semi pianeggiante: non come prevedevo, ma c’è già una discreta folla di appassionati di ciclismo, anche venuti da lontano, anche diversi stranieri, famiglie perlopiù, ma pure gruppi locali di giovani, tutti saliti per tempo per trovare un posto idoneo dove sistemarsi con camper, auto, tende e fornacelle varie per gli immancabili arrosticini, molti già nello stomaco, anche con abbondanti libagioni.
A bordo strada non si scorgono divieti di sosta, non ci sono transenne né si vedono carabinieri, poliziotti o guardie locali. Mi sistemo allora con la Panda in fondo alla fila di camper e auto, mi metto in pratico abbigliamento da montagna e mi faccio un giro, rimandando a più tardi l’eventuale apertura della tenda per la notte.
Meglio di così non poteva andare, penso.
Passa invece poco tempo ed ecco prima una poi una seconda auto dei Carabinieri, poi altre, e presto pure poliziotti. C’è un problema, serio: un’ordinanza – anzi due, una del prefetto di Chieti e una di quello di Pescara, perché la zona dell’arrivo ricade nel territorio di Pretoro e di Roccamorice – stabilisce per il giorno della tappa e quello precedente il divieto di sosta e fermata dei veicoli non autorizzati, con sanzione accessoria della rimozione forzata, sull’intera sede stradale e anche lungo i bordi stradali. In aggiunta, trattandosi di parco nazionale, è fatto normalmente divieto di parcheggiare sui prati; per i trasgressori, quindi, rischio di sanzioni anche da parte dell’Ente Parco, ovvero dei Carabinieri Forestali.
Ma camper e altri veicoli ormai sono lì, sull’erba; se intralciano le operazioni di messa in sicurezza per il passaggio del Giro, tipo transennamenti ecc., possono sempre indietreggiare di alcuni metri, lo spazio c’è. E a questo punto mandarli via, in assenza peraltro di idonee sistemazioni alternative nei paraggi, sarebbe come inviare un messaggio agli appassionati di ciclismo, specie quelli disposti a farsi centinaia di chilometri per non mancare agli appuntamenti che contano: “Non vi vogliamo qui, statevene a casa o andate altrove, ché noi non siamo capaci di organizzare le cose per bene come fanno altri, più pratici, più esperti”.
Cominciano discussioni e giri di telefonate per capire il da farsi, con la maggior parte dei proprietari dei veicoli che non vuole andarsene e allo stesso tempo non vuole incorrere in sanzioni, mentre le forze dell’ordine comprendono la situazione ma le ordinanze sono chiare, lì non si può stare.
Le cose vanno per le lunghe.
Decido di farmi una camminata lungo i tornanti dei tre chilometri fino al Rifugio Pomilio, più in alto. Parto che iniziano ad arrivare le prime macchine della struttura organizzativa del Giro, tra cui i ragazzi che segnano sull’asfalto dove saranno di preciso il traguardo e le varie postazioni del circo mobile.
Salgo all’inizio con un po’ d’affanno, ma piano piano ritrovo il passo dell’amante delle salite e per far prima lascio l’asfalto, tagliando per prati fioriti di crochi e ultime chiazze di neve. Raggiungo il Pomilio (prendo mentalmente nota che, volendo, c’è ampio spazio per parcheggiare) e proseguo oltre, cioè oltre la giungla crescente di antenne, fino ad avere una vista migliore delle cime più alte del massiccio della Maiella, a sud e sudovest, nonché delle valli, colline e pianure sottostanti, giù giù fino all’Adriatico, ripromettendomi di tornarci di nuovo al sorgere del sole, questa volta fino alla Madonnina.
Ridiscendo veloce alla Maielletta, tagliando per prati, verso le sette di sera.
In zona camper e auto c’è trambusto: bisogna andarsene, si rischiano sanzioni, carabinieri e poliziotti hanno già preso le foto dei vari veicoli. C’è chi continua a protestare, anche accesamente (l’alcol, tra i più giovani, inizia a fare effetto), e chi invece minimizza, dicendo che è una pura formalità e una soluzione pacifica alla fine si troverà, non ci saranno multe né altro.
Ma sai che c’è? Nel dubbio, a me di rischiare non va; come hanno già fatto un paio di camper stranieri, comunico a chi di dovere che porto via la Panda, se questo mi mette al riparo da ogni guaio. Troverò una soluzione alternativa; al peggio riscenderò a valle e lascerò perdere la corsa, amen.
Mi ricordo che davanti al Pomilio c’era spazio: nel caso parcheggerò lì e alla meno peggio dormirò in auto. Per sicurezza telefono. C’è posto per cena, non per dormire, ma posso lasciare la macchina lì per la notte e anche domani, quando il traffico sarà completamente interdetto fino a fine corsa.
Sollevato, risalgo su, in auto. E in attesa della cena, dalla Maiella mi godo il bel tramonto sopra il massiccio del Gran Sasso, volgendo così lo sguardo da una “bella addormentata” d’Abruzzo all’altra, dalla “montagna madre” al “gigante che dorme”.
Cena, quindi. Alla faccia dei panini che mi aspettavano se fossi rimasto sul prato in basso, vado su un’ottima e abbondante zuppa “abbotta pezzente”, più salsicce di carne e fegato e patate al coppo, tutto accompagnato da mezzo litro di Montepulciano, e per chiudere un bicchierino di ratafia. Meglio di così si schiatta!
Adesso i dolori, però, con la notte da passare in macchina. Ci sarebbe la tenda, non ci vorrebbe niente a trovare uno spazio dove aprirla e mettermi dentro con tappetino e sacco a pelo, ma, conoscendomi, dormirei comunque poco e male. Mi risparmio allora la fatica di doverla richiudere al mattino e, un ultimo sguardo alle vallate fino al mare, tutte (troppo) illuminate, mi rassegno a chiudere gli occhi rannicchiato sul sedile posteriore della Panda, provato che semidisteso sul sedile del passeggero, con lo schienale abbassato, non è cosa.
Giacca da montagna ripiegata sotto la testa e sacco a pelo aperto a mo’ di copertina, rigirandomi ora da una parte ora dall’altra, ma non infreddolito, arrivo in qualche modo alle quattro e mezzo, quando sull’Adriatico si scorgono i primi chiarori.
Rompo gli indugi, esco dall’auto, mi raddrizzo, rimetto gli scarponi, prendo lo zaino con la macchinette fotografiche e, lampada in testa, comincio a risalire oltre la giungla di antenne, verso la Madonnina, attento ai passi sui tratti ancora coperti di neve, quasi ghiacciata a quest’ora, volgendomi di continuo verso il mare per non perdere il preciso sorgere del sole, intorno alle cinque e quaranta.
In basso, verso l’Adriatico, è velato, e nemmeno a nordovest, direzione Gran Sasso, si ha un panorama nitido. Ma la palla infuocata del sole che sorge all’orizzonte sopra questo velo di umidità è uno spettacolo, e le cime della Maiella così illuminate, a sud e sudovest, sono un incanto.
Passo oltre un’ora a salire, sostare, ammirare, respirare a pieni polmoni e fotografare. Arrivo al palo con il cuore in ferro e la sagoma della bicicletta che segnala il Blockhaus, poi raggiungo la Madonnina. Oltre non oso, è ancora tutta neve e non mi arrischio. Indugio un altro po’, quindi ridiscendo. Poco prima delle sette, vicino alle antenne, il primo escursionista che viene su: se non c’è troppo ghiaccio magari andrà oltre la Madonnina, beato lui.
Di nuovo al Pomilio, mi detergo dalla sudata di prima mattina, cambio la maglietta di sotto e riempio lo zaino grande dell’occorrente per la lunga giornata che mi attende: panini, mele, acqua, macchinette fotografiche e vestiario di emergenza. Con calma faccio colazione e mi attardo un altro po’, camminando pigramente lungo i primi tornanti a scendere, per capire se comincia a esserci del movimento.
Incrocio il primo ciclista, sulla sessantina, che sale al Pomilio. Sta già ridiscendendo quando ci ripensa. Mi guarda, si rigira e viene verso di me, telefonino in mano, con io che già immagino la richiesta: “Mi faresti un video di me che affronto quest’ultimo tornante, con la neve ancora intorno?” “Ma certo!” Torna giù, rigira e risale, mentre io lo riprendo. Sto per restituirgli il telefonino quando mi viene il dubbio che forse mi sono messo dalla parte sbagliata della strada, nel video c’è allora la mia ombra. Ripetiamo così la scena e ci salutiamo. Cammino un altro po’ e noto che al tornante successivo, vista mare, il ciclista è di nuovo fermo. Torna verso di me: “No, questo tornante è favoloso: si vede pure il mare con i raggi del sole. Se mi riprendi qui, mentre risalgo, faccio schiattare d’invidia i miei amici”. Nessun problema, nuova ripresa, quella definitiva. A questo punto chiacchieriamo un po’. È medico, negli altri anni ha seguito la corsa in divisa, questa volta può godersela da spettatore, bici al seguito. Gli confesso la mia invidia, io che non faccio un’uscita seria da un paio di anni e chissà se ritroverò mai le forze per rampe così. Lui, per contro, è triatleta. Be’, conoscerà senz’altro gli ascolani della Flipper Triathlon, che primeggiano in questa specialità e che quando facevo podismo amatoriale, una decina di anni fa, anch’io frequentavo. Li conosce, è vero, è pure in contatto con alcuni di loro. Qualche altro scambio e ci salutiamo di nuovo, sperando di rivederci in zona gara.
Sono quasi le nove, anche per me è ora di ridiscendere ed entrare nell’atmosfera del pre-corsa. Risalgo così le poche centinaia di metri fino al Pomilio, carico in spalla lo zaino e taglio di nuovo per prati fioriti di crochi e ultime chiazze di neve, direzione arrivo, cercando di evitare rovinose distorsioni alle caviglie, sempre possibili in momenti di euforica sbadataggine.
Nella notte sono giunti i Tir e alle nove traguardo e principali postazioni sono già in ordine. Adesso tocca alle transenne, e comincia a esserci un discreto movimento di gente, addetti ai lavori e nuovi spettatori, chi in bici e chi a piedi.
Sorpresa: camper e auto del giorno prima sono rimasti in maggioranza al loro posto, non sono andati via, malgrado le iniziali minacce di sanzioni, quelle che mi hanno convinto ad allontanarmi con la Panda. Si sarà trovata una soluzione all’ultimo momento, le autorità avranno capito che era il caso di soprassedere, che mandare via tutti poteva essere un danno d’immagine e un problema di sicurezza; o la gente, meno timorosa di me, se ne sarà infischiata. Non indago, mi limito a raggiungere il posto del giorno prima, un buon punto di osservazione, mollo lo zaino, prendo la macchinetta fotografica con l’obiettivo adeguato e faccio qualche giro su e giù.
Ai due-trecento metri dal traguardo stanno appena iniziando a transennare. Curiosità: per strada, sull’asfalto rifatto di fresco, accanto a scritte giocose a mano di bambini e dei loro genitori, nella notte sono comparse, a calce, strane diciture e strani simboli, poco in linea con la gara. Nelle ore a seguire sarà divertente vedere prima addetti comunali cercare di camuffarli con pennellate di calce, su istruzione di agenti di polizia e forse dirigenti Digos, poi, più tardi, operai specializzati cancellare tutto con un rullo intinto di catrame liquido ad asciugatura rapida.
Il transennamento va avanti e nel mentre arrivano sempre più ciclisti, su bici di ogni tipo: classiche da strada, di ultima generazione e non, mountain bike e, naturalmente, a pedalata assistita. Ci sono atleti perfetti, capaci di sprintare in agilità sulle ultime decine di metri prima del rassicurante “Mo’ spiana” disegnato nella notta sulla strada, e semplici pedalatori della domenica, più o meno appesantiti e in affanno, zainetto in spalla. C’è chi – donna – arriva con palloncini rosa in testa, e chi – padre – si porta dietro su un seggiolino la figlioletta di pochi anni, oltre all’inevitabile zaino.
Una umanità varia, bella a vedersi, oggetto di apprezzamenti, incoraggiamenti e – vedi il sottoscritto – non poca invidia: a prima vista, tutte persone vitali, dinamiche, capaci di osare, ciascuna secondo i propri mezzi e le proprie possibilità, ma visibilmente animate da passione ed energia. Un esempio da imitare.
La cronaca della giornata potrebbe già chiudersi qui, sebbene manchino ore all’arrivo e la gente inizi appena ad affollarsi nella zona del traguardo.
Chi in cerca di gadget tra gli stand davanti a Mamma Rosa, chi di un buon posto per assistere agli ultimi sforzi dei corridori, sul prato dirimpetto al palco della premiazione e le postazioni dei cronisti. Chi intento a cuocere, mangiare – e anche offrire – arrosticini à gogo, bevendo e cantando goliardicamente; chi pronto a mettere la pasta in pentola sui fornelli o le bistecche sulle fornacelle. Chi ridiscende in quel momento dalla montagna, per fiondarsi su lasagne e simili; chi dopo i chilometri in bici o a piedi si accomoda sulle panche e i tavoli dei punti ristoro presenti; chi si fa bastare i panini che si è portato da casa.
Comincia a esserci una certa sonnolenza, un discreto abbiocco, specie per chi la notte ha dormito poco e male e in mattinata non si è risparmiato. Un’oretta di assoluto relax, dunque, prima di riattivarsi per il gran finale.
Nel frattempo, in alto si addensano sempre più nuvole; quando c’è il sole, fa caldo e quasi si suda, ma appena scompare fa fresco, bisogna ricoprirsi per bene. Chissà se per le quattro arriverà qualche goccia di pioggia, come da previsioni.
Verso le due faccio un ultimo giro in zona traguardo e tra gli stand, anch’io a caccia di gadget da indossare o regalare, quindi torno alla postazione che ho battezzato come punto strategico per scattare delle foto ai primi corridori: tra i settecento e i seicento metri, con una buona visuale sia sotto sia sopra.
Un’altra ora di noia, con il telefonino quasi scarico, guardando più altro i ciclisti che si affannano a scavalcare le transenne per riguadagnare l’asfalto e ridiscendere a valle, prima di essere bloccati per lasciare via libera ai corridori in avvicinamento, segnalati sulle rampe da Pretoro a Passo Lanciano, in attesa di fiondarsi verso Lettomanoppello e Scafa, per poi attaccare i combattuti venticinque chilometri finali dell’ardua ascesa dal versante di San Valentino in Abruzzo Citeriore e Roccamorice.
Verso le quattro e un quarto, finalmente un po’ più di movimento, con l’arrivo della tappa di e-bike Orsogna-Blockhaus. Movimento? Senza nulla togliere al loro impegno, questi corridori mi sembrano salire con grande aplomb, a gruppetti, senza particolari spasimi. Mi aspettavo di più. Ma non è per loro che sono qui, dunque pazienza: altri tre quarti d’ora e dovrebbe arrivare la corsa vera.
Faccio le ultime regolazioni con la macchinetta fotografica, in base alla luce, sperando di azzeccarle; leggo messaggi della pescarese, eccezionalmente davanti alla tv, tra un gelato e un tango, che mi informa sugli sviluppi della corsa, e un po’ orecchio le conversazioni altrui, sugli stessi sviluppi.
Il gruppo di testa pare vada scremandosi sempre di più, c’è qualche cedimento inatteso (Yates) o indesiderato per i tifosi locali (gli enfants du pays Cataldo e Ciccone), Nibali si difende bene, al pari di Pozzovivo e del più “vecchio” Valverde, e la stessa maglia rosa Lopez non dà ancora particolari segni di cedimento rispetto ai più quotati Carapaz, Bardet, Almeida e Landa, che tentano alcuni scatti, nessuno risolutivo. Di altri nomi non conservo memoria.
Cresce la concitazione, di pari passo con l’avvicinarsi dell’elicottero delle riprese tv. È la sua comparsa, venti minuti dopo le prime staffette, e cinque-sei dall’auto di “inizio gara”, a segnalare l’imminente arrivo del gruppetto di testa. A lungo rimane all’altezza degli ottocento al traguardo, a bassa quota, e non puoi non scattargli delle foto, prima di tornare a mettere a fuoco la semicurva, a non più di centocinquanta metri, dove da un momento all’altro ti aspetti che dietro le moto spuntino anche le biciclette.
Eccole, finalmente. Capisco che sono cinque o sei corridori, ma, l’occhio al mirino e le mani su obiettivo e corpo macchina, non bado a chi siano: sento dei nomi, ma penso più che altro a ottenere un’inquadratura pulita, al riparo dalle sagome di chi, davanti, si sporge dalle transenne. Qualche buon scatto mi sembra di coglierlo, ma capirò più tardi se c’ho preso o no. In effetti, solo ore dopo, a Pescara, mi accorgerò di aver visto passare per primo davanti a me, tra i settecento e i seicento metri, e con discreti primi piani, il vincitore dello sprint, il per me sconosciuto Hindley, in compagnia dei già citati Carapaz, Bardet, Almeida, Pozzovivo e Landa. Bene anche diverse foto di Nibali, Valverde e altri a seguire, compresa la maglia rosa Lopez.
Al passaggio delle prime ammiraglie decido che può bastare così, ripongo la reflex, rimetto lo zaino in spalla e vado verso il traguardo. Faccio nuove foto al volo con la compatta, in attesa di scavalcare le transenne e passare dall’altro lato della strada in un momento di calma, senza aspettare il fine corsa, come molti altri, anche con bici. Operazione riuscita, passo davanti al traguardo, premiazioni di vincitore e maglia rosa avvenute da un pezzo.
Ultimi scatti con il telefonino e via di buon passo per i tre chilometri di salita fino al Rifugio Pomilio, lo zaino alleggerito di panini e acqua ma sempre un bel peso: arrivare in cima sarà un buon allenamento in stile rucking – l’ideale per tornare quanto prima in una forma migliore e anche risalire in sella.
Perché se mai ci sarà la partecipazione, da spettatore, a un altro arrivo di una tappa di montagna di un giro ciclistico importante, questo l’obiettivo: arrivarci in bici. Magari in macchina, fin dove possibile, ma poi via, pedalare!
PS Sotto, a mo’ di cronostoria fotografica, una selezione parziale degli scatti effettuati il 15 maggio 2022 con una vecchia Nikon D90.


