Che barba, che noia!
Non sarebbe ora di finirla con questo continuo e sterile riandare al passato, stanco e disamorato di un eterno presente, e senza grandi idee per il futuro? Un ultimo post rétro, allora, poi si vedrà.
Sistemata anche per questo 2026 la mietitura (vedi post precedente. Per la cronaca: raccolto di orzo, in pianura, discreto; su quello di favino, in collina, meglio sorvolare – e non consola sapere che al riguardo, in zona, è stata un’annata pessima per tutti), è tempo di voltare pagina. È tempo cioè di pensare a qualcosa di nuovo, anziché, come negli ultimi post, riandare quasi soltanto al passato. Molto più facile a dirsi che a farsi, naturalmente; nondimeno, è qualcosa a cui tendere.
Faccio allora così: mi sbrigo a mettere assieme un ultimo post che riprende materiali tratti dal blog che tenevo sul mio sito (da anni, pressoché fermo e inutilizzato), poi, salvo novità sorprendenti e clamorose (ci credo poco!), niente più newsletter per il resto dell’estate. E nella speranza che nel frattempo si attenui questo caldo feroce e possibilmente ne succedano di belle, mi impegno a rifarmi vivo solo se e quando avrò qualcosa di davvero nuovo e positivo da dire. Basta con le vecchie barbe!
Parto dunque da un post pubblicato l’11 aprile 2013.
Un mondo di ex / la bocca piena di up /
la testa al prossimo post / mentre la realtà è sempre più down.
E se fosse “ex”, dopo l’ubriacatura di post-qualcosa, il prefisso giusto per rappresentare la nuova epoca che da qualche anno viviamo nel mondo occidentale? Più leggo e guardo in giro e più ho l’impressione di sì. Io stesso, ogni giorno che passa, mi sento di più un ex-qualcosa che un post-qualcos’altro.
Probabilmente aveva ragione Predrag Matvejević quando nel febbraio 2009 pubblicava sul «Corriere della Sera» un articolo intitolato Siamo tutti ex, sostenendo che oggi lo statuto di “ex” non riguarda più solo l’Est europeo ma anche l’Occidente. Il vero post-postmoderno, quindi, sarà un “ex-moderno”?
E che riflessi avrà questo essere o sentirsi “ex”? Come dice Matvejević, sulla base delle esperienze vissute nell’ex Europa dell’Est:
«Essere “ex” significa, da una parte, avere uno statuto mal determinato e, dall’altra, provare un sentimento di disagio. Tutto ciò concerne tanto gli individui che la collettività, tanto la loro identità quanto le modalità della loro esistenza: una specie di ex istanza, a un tempo retroattiva e attuale. Il fenomeno è nello stesso tempo politico (o geopolitico se si preferisce), sociale, spaziale, psicologico. Pone più di una questione morale e mette in causa una morale precedente. Non si nasce “ex”, lo si diventa.»
Proseguo con uno del 25 aprile 2014.
Contro un presente putrido facevamo ogni giorno di più a cazzotti,
cercando, per poco che fosse, di rinascere a una vaga idea di poesia.
Facevamo all’impronta, a tentoni, a pezzi e bocconi,
senza sapere dove fosse il bene e dove il male.
Facevamo, spesso per noia, non per autentica gioia,
non perché davvero credessimo.
Facevamo, così, per dirci che potevamo ancora contare
su una nostra luminosa pazzia, unico vero antidoto
alla fiacca apatia e la fessa nostalgia.
Abbiamo sviluppato l’idea di un presente eterno. Nulla di più sbagliato, nulla di più nefasto (quasi alla pari con la presunzione di una giovinezza eterna, direi). Come scrive Naomi Klein in un recente articolo:
«Un altro motivo che ci impedisce di comprendere la vera portata dei cambiamenti climatici in atto è che la nostra è una cultura dell’eterno presente, un presente deliberatamente avulso dal passato che ci ha creato, non meno che dal futuro che stiamo plasmando con le nostre azioni. Il cambiamento del clima significa che ciò che per generazioni abbiamo fatto nel passato si ripercuoterà inevitabilmente non solo sul presente ma, per generazioni, anche sul futuro. E per la maggior parte di noi queste dimensioni del tempo sono concetti che non afferriamo più, come fossero una lingua straniera.»
Passo quindi a un post del primo agosto 2014.
Hai ricordi? Ricordi di quand’eri bambino, quand’eri ragazzo, quand’eri altro da oggi?
Ho ricordi, ho ricordi.
Ricordi di corse su campi di stoppie. Ricordi di cadute sui sassi in bicicletta. Ricordi di arrampicate sugli alberi. Ricordi di uva pestata con i piedi nudi. Ricordi di mosto cotto sulla polenta. Ricordi di pannocchie sulla brace, sotto la “callara” delle bottiglie di pomodoro. Ricordi di sacchi di castagne e di marroni sulle spalle di mamma e di papà. Ricordi di mucchi del fieno e della paglia. Ricordi di mucchi di letame. Ricordi di mucchi di cavoli. Ricordi di carri e di aratri tirati dalle vacche. Ricordi di mèssi e di messe. Ricordi di palloni su campi della chiesa e su campi di grano. Ricordi di palloni sequestrati e di palloni tagliati. Ricordi di partite e di sudate prima della scuola. Ricordi di figurine. Ricordi di compagni e di compagne. Ricordi di maestre e di prof. Ricordi di corriere strapiene. Ricordi di far tardi la mattina. Ricordi di autostop. Ricordi di andare a piedi. Ricordi di andare in motorino a tredici anni. Ricordi di auto guidate di giorno e di notte già a quindici. Ricordi di biliardini e di biliardi. Ricordi di bocce e di “ruzzeche”. Ricordi di stoppe e di bestie. Ricordi di poker e di scala quaranta. Ricordi di fumo di sigarette e fumo di stufe e di camini. Ricordi di partite dell’Ascoli allo stadio. Ricordi di serie A e di serie B. Ricordi di Piane di Morro contro Maltignano. Ricordi di Sotto contro Sopra. Ricordi di Scapoli contro Ammogliati. Ricordi di A contro B e C contro D. Ricordi di stronzate. Ricordi di scioperi e di gite in montagna. Ricordi di estati in montagna. Ricordi di feste di paese. Ricordi di romani e di romane. Ricordi di feste di Carnevale. Ricordi di ragazzine che facevano il filo. Ricordi di “No, non mi piace ballare”. Ricordi di timidezze e di ritrosie. Ricordi di estati senza il mare. Ricordi di stare sempre in disparte. Ricordi di solitudini. Ricordi di letture. Ricordi di musiche. Ricordi di “Che ci faccio qui?”. Ricordi di voglia di andare via.
Ho ricordi. Non so dire se ho anche nostalgie.
E chiudo con uno del 14 novembre 2014.
Ti accanisci oggi contro i tuoi diciott’anni,
demolisci trent’anni dopo gabbie di conigli,
solo materiali di risulta, non una tavola sana,
chiodi su chiodi, ingegno e pochissima spesa.
Vaglielo a dire ai ragazzi di oggi, figli o nipoti,
come passavate allora i pomeriggi e le estati,
voi ultimi figli degli ultimi contadini.
Vaglielo a dire le sudate pazzesche
dietro al fieno o a mietere il grano,
imballando e riportando la paglia,
le mangiate di polvere su trattori spogli e assordanti,
il letame caricato ancora a mano sui carri,
e le estenuanti botti d’acqua per innaffiare i cavoli,
pianta per pianta, sotto il sole torrido d’agosto,
smaniando per scappare via col motorino
e rincorrere un pallone su campi che erano tutta una buca.
Vaglielo a dire, quanto eravate stupidi e ignoranti
– ma anche quanto eravate belli e ridenti, e quanto fortunati –
ancora a contatto di una terra solo sudore e fatica,
voi ultimi figli degli ultimi contadini.
(4 giugno 2014)
PS Non avrà avuto e fatto molto di eccezionale la generazione di voi nati a cavallo tra sessanta e settanta – voi allo stesso tempo in ritardo di qualche anno sul mondo che era un tempo e in anticipo su quello che era in serbo, dunque molto spesso spiazzati, spaesati, lacerati, in un paralizzante limbo – ma è forse l’ultima in Italia ad avere goduto di un’infanzia in piena libertà, l’ultima cresciuta stando più fuori che in casa, più in mezzo al verde, alla polvere o all’asfalto che davanti alla tv o – e chi sapeva ancora che cosa fossero? – videogiochi e computer. E scusate se è poco!
E per chiudere davvero, una nota postata su Substack giusto ieri, 27 giugno 2026.
Ti rompe constatare e anche dire, sempre più spesso, che il meglio appartiene al passato. Ti rompe cioè sentirti un disco rotto che, di base, alla lunga non fa che ripetere che un tempo era diverso e che, anche se si aveva di meno e si faticava di più e non c’era la libertà di fare qualunque cosa che c’è oggi, c’era più contentezza (ehm, molto discutibile), c’era più unione, più partecipazione, più voglia di fare, più intelligenza, più speranza ecc. Ecco, ma se ti rompe tanto sentirti così, che cosa pensi di fare per smentire innanzitutto te stesso e dimostrare che, se lo vuoi, se ti ci metti, soprattutto se non stai troppo a traccheggiare, sei ancora capace di piccole e grandi meraviglie? È dura, è vero, specialmente con questo caldo atroce che prosciuga ogni forza, esteriore e interiore; ma non sarà sempre così, non dubitare. Quante volte in passato è stato lo stesso; e vabbè che eri più giovane e reggevi meglio un po’ tutto, ma in fondo non sei ancora un matusa e hai già dimostrato di averne di energie sane a cui attingere, anche nei momenti più difficili: mica le avrai esaurite proprio adesso, tutto d’un botto? Su, su, stupisci ancora una volta te stesso per primo: fai passare questo caldo, gira al minimo, non sprecare energie inutilmente, non ti stressare, fai piano ma fai, convintamente, ciò che ti preme, puntando un po’ anche a divertirti; e coltiva le tue passioni, non le accantonare; esaltati pure, se ci sono le condizioni, non ti frenare; soprattutto, non ti far frenare e fregare dai troppi pensieri negativi, tuoi o altrui, ma esprimi al meglio quello che sei e che sai fare. Elevati, sempre; studia, migliorati, dai ascolto al consiglio dell’anziana maestra Agata e alla tua spinta interiore a non accontentarti; non stare fermo, non seguire la massa stolta, avanza; non guardare troppo indietro, guarda semmai di lato; lascia perdere i tanti ricordi e anche il tanto presente che non merita. Ce n’è di nuovo e di bello ancora da fare, da vedere, da vivere e, volendo, anche da scrivere e raccontare.
State bene, buona estate 2026.



