Cronache mantovane [reloaded]
In vista del prossimo Festivaletteratura, che dal 9 al 13 settembre festeggerà la trentesima edizione, un racconto-collage delle mie passate cinque partecipazioni, tra il 2000 e il 2017
Scrivo questo post che è il 10 luglio. Nel farlo, mi rimangio subito l’impegno preso nell’ultimo – il 28 giugno – di non proporne altri per il resto dell’estate, soprattutto in mancanza di «qualcosa di davvero nuovo e positivo da dire». Perché così è: in buona sostanza, non ho nulla di nuovo da proporre.
Mi è però venuto da pensare questo: il 10 luglio significa che mancano due mesi esatti alla nuova edizione di Festivaletteratura – e che edizione quest’anno: la trentesima! – in programma a Mantova dal 9 al 13 settembre prossimi. Ciò fa sì che se io e qualunque altra persona appassionata di incontri letterari di prima categoria, per giunta in una cornice cittadina senza pari come quella delle piazze, dei cortili e dei palazzi di Mantova a inizio settembre, volessimo proiettarci verso una possibile partecipazione a tale manifestazione nei panni di semplici spettatori, questo sarebbe il momento ideale per cominciare a pianificare il tutto. Anzi, a livello di alloggi è probabilmente già tardi, con i migliori posti in alberghi e b&b di solito prenotati con largo anticipo, anche un anno per l’altro; ma se ci si allontana un po’ dal centro, qualcosa di passabile forse si riesce ancora a rimediare, mentre se si aspetta oltre difficilmente si troveranno soluzioni a buon prezzo e in un raggio di pochi chilometri da Piazza Sordello, cuore della città e punto di passaggio obbligato per raggiungere a piedi o in bici i principali luoghi del festival.
Dunque, volendo andare fra due mesi a Festivaletteratura, o ci si organizza subito, in questo preciso momento, o ogni giorno che passa sarà sempre più complicato trovare una sistemazione per la notte accettabile: oggi è molto improbabile che si ripetano le fortune dell’ultimo momento capitate a me la prima e l’ultima volta che vi sono stato, rispettivamente nel 2000 e nel 2017. Ma di questo racconto più sotto.
Il programma del festival non è ancora uscito, ma l’elenco delle autrici e degli autori che saranno presenti sì, e come sempre ci sarà di che abbuffarsi ed estasiarsi, in qualunque giorno si decida di fare tappa a Mantova tra il 9 e il 13 settembre. Inoltre, chi volesse partecipare al festival nei panni di volontario – le famose e imprescindibili “magliette blu”, ma non solo queste – fino al 13 luglio è ancora possibile presentare domanda. Per finire, è sempre possibile associarsi a Filofestival, guadagnando così la possibilità di prenotare gli eventi del festival con qualche giorno di anticipo rispetto a chi non è socio, usufruire di uno sconto del 10% sul prezzo dei biglietti e ricevere una copia gratuita del catalogo cartaceo del festival.
Ciò detto, passo a raccontare le mie passate partecipazioni a Festivaletteratura. Per meglio dire, rimetto assieme, in ordine invertito, le mie due “cronache mantovane” del 2017: 1) su invito di Umberto Rossi, un resoconto della mia partecipazione di quell’anno, pubblicato sul sito web della rivista PULP Libri; 2) una sorta di prequel a quanto sopra, pubblicato sul mio blog, dove parlavo delle precedenti partecipazioni, risalendo alle origini della mia passione per Festivaletteratura. Il tutto, nella speranza di far innamorare di questo fantastico festival letterario chi ancora non vi è mai stato.
E se la fortuna dovesse di nuovo assistere, non è detto che il prossimo settembre non possa esserci un’altra puntata di queste mie estemporanee “cronache mantovane”: vorrebbe dire che Mantova e Festivaletteratura riescono sempre a entusiasmarmi e a darmi anche la forza di compiere piccole e grandi acrobazie tra un impegno e l’altro.
2000
È su segnalazione della collega traduttrice sotto la cui guida sto traducendo il mio primo libro, un romanzo, che da un giorno all’altro decido di raggiungere Mantova, a Festivaletteratura già iniziato, e senza saperne ancora molto. Da casa a San Benedetto del Tronto in macchina, poi treno, il venerdì, presto. A Mantova per le 11, per il rotto della cuffia trovo una camera singola, solo per quella notte, in uno degli alberghi davanti alla stazione: va da sé che è un anno fortunato, quello. Mi innamoro subito, perdutamente, della città e del festival, della sua gente. Per un giorno e mezzo vivo come fuori di me. E pur limitato da un carattere schivo e introverso, e frastornato dalla mancanza di sonno (cambiando letto o in movimento, è raro che riesca a dormire) e da questo mondo così nuovo, così bello, faccio incontri su incontri, venendone via il sabato sera con estremo rammarico, ma anche una gioia come non provavo da anni. Degno di nota, in particolare, il momento in cui, al termine di un reading in Piazza Concordia, vado a complimentare un’ancora – in Italia – semisconosciuta Jhumpa Lahiri, avendone da poco letto, in inglese, la prima raccolta di racconti, Interpreter of Maladies, vincitore quell’anno del Pulitzer per la narrativa: incantato dalla sua bravura e – ci mancherebbe! – bellezza. Ottenuto un autografo sulla copertina del programma del festival, posso avviarmi verso la stazione con un carico di sensazioni positive, e affrontare con levità il lungo viaggio notturno di rientro alla base.
Ma il 2000, nei fatti, è solo un assaggio risicatissimo del festival. Impreparato, non ne conosco ancora i meccanismi chiave: i biglietti per gli eventi più ambiti da prenotare in anticipo, appena messi in vendita; se sprovvisti, le lunghe file da fare all’ingresso, nella speranza di accaparrarne uno di quelli disponibili sul posto; o il fortunato possesso di uno dei pass riservati agli addetti ai lavori. Così, per esempio, è solo grazie al prestito generoso di uno di questi che, il venerdì sera, dopo aver ascoltato Giulio Rapetti (Mogol) e Samuele Bersani dialogare di canzoni (era Piazza Leon Battista Alberti, come da programma, o Piazza Castello, come mi sembra di ricordare?), riesco ad assistere all’incontro con l’amato Claudio Magris, per la proiezione del documentario “Fra il Danubio e il mare”, nel Cortile della Cavallerizza, il luogo di Mantova a cui resterò sempre più affezionato. Viceversa, chissà, forse sarebbe stata tutta un’altra storia; forse non mi sarei così innamorato, e di Mantova e di altro.
Dopo questo assaggio fortuito e fortunato, il desiderio di tornare a Festivaletteratura – se possibile, non più da sprovveduto – è fortissimo. Subito, nel 2001, non si può: sono ancora alle prese con il romanzo dell’anno prima, dopo una sua messa in stand-by e la traduzione nel frattempo di due saggi e mezzo, più la montagna di roba che al tempo facevo per «Internazionale» e altri. (A proposito di «Internazionale»: nel 2000, a Mantova, mi sarei mai aspettato, all’evento con Marlo Morgan, sempre nel Cortile della Cavallerizza, il sabato pomeriggio, in attesa di andare a sentire Jhumpa Lahiri e poi riprendere il treno, di sedermi accanto a una ragazza che, nei minuti che precedono l’incontro, tira fuori un vecchio numero del settimanale, addirittura del marzo 1998, con almeno 5-6 pezzi a sigla finale nm?) Dunque, tutto rimandato all’anno seguente: all’epoca, prima il dovere, in maniera indefessa, e poi, ma molto poi, il piacere.
2002
Stavolta, i preparativi iniziano per tempo: già a luglio, trovata una camera (in un agriturismo poco fuori città) per giovedì, venerdì e sabato; iscrizione addirittura all’associazione Filofestival, per poter prenotare i biglietti qualche giorno prima dei non soci; e anche un mezzo appuntamento con una ragazza conosciuta su una mailing list di traduttori e interessata alla manifestazione. Al dunque, quest’ultima non si paleserà (mai più sentita, da allora), mentre con la lettrice di «Internazionale» incontrata due anni prima a Mantova ci si rivedrà per un saluto in Piazza Sordello; con un drappello di colleghe traduttrici, listaiole e non, più Luca Scarlini, ci sarà invece un gradevole pranzo dopo la comune partecipazione – chi da protagonista e chi nel pubblico – all’incontro “Autoritratto allo specchio: traduzione e traduttori oggi”, con Laura Cangemi, Yasmina Melaouah, Tim Parks e Scarlini, il sabato, al Palazzo della Ragione; e con un amico del corso “Tradurre la letteratura”, tre anni prima a Misano, assisterò all’anteprima nazionale dello spettacolo teatrale Bukowski, di Alessandro Haber. Per il resto, campo libero per seguire a piacimento, in solitaria, tutti gli eventi prenotati e quelli scelti sul posto. Se i ricordi – e i doppi pallini sul programma del festival – non ingannano, il 2002 è davvero un pieno di autori di prim’ordine, visti e sentiti: Tracy Chevalier, Wu Ming, Jonathan Lethem, Colson Whitehead, Richard Ford, Gabriele Romagnoli, David Lodge, Tommaso Pincio, Gabriele Pedullà, Emanuele Trevi, Stefano Benni, Mo Yan, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Tobias Wolff, Ian McEwan (più altri, probabilmente, di cui ho perso memoria). Questo anche reso possibile dal fatto che stavolta – caso eccezionale per me – arrivo in macchina, non in treno, così mi posso spostare con relativa facilità (quantomeno da e per l’agriturismo, e per tornare a casa, senza l’assillo di orari da rispettare).
Ma se devo dirla tutta, non mi resta impresso molto di davvero emozionante di questo tourbillon di appuntamenti del 2002; cioè, non penso di essermelo goduto sul serio quel festival, carico forse di troppe aspettative e anche un po’ troppo “affollato”, dunque senza la possibilità di veri momenti di distensione, pacificamente in giro per la città, alla sua scoperta, oppure pigramente sdraiato su un prato o seduto al tavolo di un caffè, senza impeto di “collezionismo” o presenzialismo letterario, solo per poter dire “Io c’ero. Ho visto questo e ho visto quello”, come in fondo sto facendo anch’io in questo momento.
Di bello, resta senz’altro la sensazione di vivere per qualche giorno come in un altro mondo: un mondo che apprezza sul serio la cultura, la lettura, la scrittura, l’arte, la bellezza, la gentilezza; un mondo di gente preparata, istruita, colta, o che semplicemente stima chi lo è e dispensa il frutto del proprio impegno intellettuale ed estetico. Il rischio, tuttavia, è di appagarsi dell’esperienza felice, a tratti beatifica, di quei momenti, e tornati alla quotidianità dare poco e niente seguito agli stimoli lì ricevuti. Nel mio caso, per esempio, di tutti i libri comprati alle edizioni di Festivaletteratura cui ho partecipato, e magari fatti autografare, è raro che ne abbia poi letto qualcuno, presto risucchiato nel vortice delle cose da fare o, più ancora, contento di possederli ma non così smanioso di riprenderli in mano e leggerli da cima a fondo, pago di quanto ne ho sentito dire dagli stessi autori e, semmai, più preso dal desiderio di scoprire per conto mio qualcosa di completamente nuovo. Insomma, dopo il ricco bis del 2002, di tornare a Mantova nel 2003 non sento il bisogno, tanto più alle prese con la traduzione delle settecento e passa pagine di un libro sui genocidi, premio Pulitzer quell’anno, da consegnare da lì a poco.
2004
Esausto di traduzioni, si riaccende la smania per «l’appuntamento culturale più atteso di fine estate» (secondo l’Agenzia Giornalistica Online), «da anni appuntamento fisso per chi ama la lettura e per chi è semplicemente curioso di incontrare e ascoltare scrittori, musicisti, attori, per le vie e le piazze della città. Insomma, una manifestazione all’insegna del divertimento culturale, cinque giorni di incontri con autori, reading, spettacoli, concerti» (per la «Gazzetta del Mezzogiorno»). E niente, trovata quasi all’ultimo una camera in un albergo poco fuori città, nel settembre 2004, il venerdì del festival, ma senza precipitarmi all’alba, riprendo la serie di treni da SBT a Mantova, dove poi mi sposterò in autobus e, la notte, taxi.
È tutto molto più rilassato e anche improvvisato, stavolta: pochi eventi, solo quelli che mi attraggono in modo speciale o per i quali riesco, senza fatica, a trovare i biglietti sul posto; per il resto, incontri gratuiti e maggiore propensione a godermi questa accogliente e rasserenante città. Nell’occasione, ho con me anche la prima macchinetta fotografica digitale (nel 2002, credo di avere fortemente invidiato chi ne era già munito, specie tra le giovanissime e ammiratissime “magliette blu”); quindi, è pure più facile ricordare che cosa ho fatto, chi e che cosa ho visto, chi e che cosa ho ascoltato. Per la cronaca: Ingeborg Arvola, Valeria Parrella, Owen Sheers e Gernot Wolfram, ovvero i protagonisti di Scritture Giovani 2004, in dialogo con Gabriele Romagnoli; Arnon Grunberg con Bruno Gambarotta; Giampaolo Pansa; di straforo, Elio e le Storie Tese, verso la fine del concerto in Piazza Castello, quando sono stati aperti i cancelli e si è esibito anche Claudio Bisio; Tullio De Mauro con Francesco Erbani; Joachim Fest con Marina Valensise; Joseph Stigliz con Vittorio Emanuele Parsi; Giovanni Lindo Ferretti, Ambrogio Sparagna e Vox Clara nel concerto “Litania”; Azar Nafisi con Monica Farnetti; giornalisti, scrittori e attori vari presso lo spazio di Radio 3 Fahrenheit e alla lettura collettiva del “Baldus” alla Loggia del Grano; e gente, gente normale, a spasso o a riposo per piazze e giardini, di giorno e di notte. Un’edizione, quella del 2004, che mi godo serenamente, senza strafare, pur macinando sempre chilometri; e con la chicca di ascoltare infine dal vivo Lindo Ferretti, per poi salutarlo. Per quell’anno, per quell’estate, sotto più aspetti di decompressione, di scarico, di ricerca di quiete, con poche energie (le poche, anche dissipate nell’apertura di questo e quel blog, in fuga dalle mailing list dei traduttori), quel che ci voleva.
Segue un periodo in cui il desiderio e lo stesso pensiero di Mantova si attenuano, appagato dalle esperienze delle tre partecipazioni precedenti; sono probabilmente alla ricerca di altro, in via di ridefinizione (e quando non lo sono?), molto appartato (a parte il lato pubblico dei blog), poco in vena di appuntamenti letterari e più ancora professionali, molto più intento a leggere e scribacchiare in privato che a sentir leggere e sentir parlare di scrittura dal vivo. C’è però un commento che non riesco a trattenere, nel settembre 2006, ascoltando una discussione su Radio 3 Fahrenheit sul grande successo dei festival letterari e di filosofia, a fronte di dati sulla lettura statici o in calo. Ed è questo: «Leggere è faticoso, richiede concentrazione e possibilmente silenzio; soprattutto, è un gesto prettamente individuale e solitario. Guardare e ascoltare, invece, possono benissimo essere riti collettivi; anzi, più si è e più ci si lascia coinvolgere dall’evento. E, in questo modo, fatica e disagi – anche in termini di spesa – non si avvertono, perché sublimati in un felice spirito di appartenenza e di momentanea condivisione di un seppur vago orizzonte comune. Cosa che il lettore solitario raramente prova, se non in termini quanto mai astratti».
2007
Si torna a parlare di Mantova e di festival quando – galeotti furono i blog e le email! – conosco de visu, una sera d’inizio estate, quella che sarebbe diventata la mia compagna. E una volta toccato il tasto Festivaletteratura, è chiaro che da lì a poco passo a organizzare una nuova trasferta nella città di Virgilio. Si va sul sicuro, optando per lo stesso agriturismo del 2002, per comodità di nuovo in macchina, e con i biglietti per i vari eventi concordati insieme (pur facendo prevalere i miei interessi di traduttore e lettore, lo ammetto) e prenotati per tempo. Partenza il venerdì mattina e, per una volta, rientro a festival concluso, dunque la domenica sul tardi (l’arrivo, a Pescara, sarà alle prime ore del lunedì, provatissimi dai molti appuntamenti mantovani e da un viaggio in autostrada oltremodo lento e faticoso, soffrendo io la guida di notte e, più ancora, i Tir in versione Duel).
In mezzo, due premi Nobel, Orhan Pamuk e Wole Soyinka; il compianto Christopher Hitchens (tradotto più volte per «Internazionale», ci tenevo a salutarlo e farmi autografare un libro); e Milena Agus, Antije Krog, Neil Gaiman, Jonathan Coe, Frank McCourt, John Banville, Mohsin Hamid (per un autografo, mi ero portato apposta il romanzo d’esordio Nero Pakistan, di cui avevo tradotto una bella recensione per «la Rivista dei Libri»), Nathan Englander, Vikram Chandra e la musicista Diamanda Galás.
A insaporire il tutto, assecondando la passione della neo compagna per le prelibatezze gastronomiche, accanto a quelle letterarie, pasti appetitosi in alcuni dei migliori ristoranti mantovani; tanto da incrociare alla Buca della Gabbia lo stesso Soyinka (e pur fra mille titubanze, chiedergli un autografo, sulle pagine di ttl a lui dedicate).
E dopo una cosa così ben riuscita, che puoi volere di più? Per anni, dunque, non mi sono più curato di coltivare questa passione, affettiva prima ancora che intellettuale, contentandomi – ma che errore contentarsi! – degli altri svaghi di cui nel frattempo si venivano arricchendo le mie estati, meno assillate da impegni traduttivi e anche più lievi nei lavori in campagna. Nel 2017 però…
2017
Sono dieci anni che manco da Mantova, dieci anni che non torno a Festivaletteratura. Più ci penso più mi sembra un’enormità. Quasi non capisco come abbia potuto privarmi per tanto tempo di un appuntamento che nella prima metà degli anni Zero mi sembrava irrinunciabile: in sostanza, il clou della mia estate, che per il resto mi vedeva pressoché inchiodato a casa, alle prese ora con qualche traduzione improrogabile, ora con lavori di campagna non meno impellenti. Fatto sta che nel giro di pochi anni ho inanellato quattro presenze, in un crescendo di interesse: 2000, 2002, 2004, 2007. E anche quando non potevo andare, il pensiero era fisso lì, agli appuntamenti letterari in programma a Mantova a inizio settembre.
Poi – dopo un’ultima partecipazione suppergiù in grande stile, con un pieno di incontri e altre delizie – non so cosa sia successo di preciso da non sentire più il bisogno spasmodico di prendere e partire, anche all’ultimo momento, senza particolari preparativi, per riannodare un legame sotto ogni aspetto più che soddisfacente. È vero, sono intervenuti cospicui cambiamenti nella mia vita, su più livelli, dall’affettivo al lavorativo al familiare, ma da soli questi non spiegherebbero un’assenza così prolungata. Diciamo che, dopo l’abbuffata del 2007, forse avevo raggiunto un certo livello di sazietà.
Dieci anni di lontananza sono però tanti e, vuoi o non vuoi, alla fine qualcosa ti si comincia a rismuovere dentro. E basta poco perché, in un momento magari di insoddisfazione per questioni private, di colpo si riaccenda con forza il desiderio di far parte, anche solo per un giorno o due, dei frequentatori di quell’isola felice che è Festivaletteratura. Per farla breve, questo fine agosto, di ritorno da due giorni appaganti in un’altra manifestazione letteraria estiva, il John Fante Festival di Torricella Peligna, inebriato da una ritrovata gioia del movimento e della fatica anche fisica (merito di una solitaria ascesa in bici dai 900 metri di Torricella ai quasi 1300 di Palena Stazione, prima di una più socievole e agevole passeggiata fantiana), in poco tempo, senza particolari tentennamenti, decido che è ora di tornare finalmente a Mantova.
Bisogna partire dal presupposto che non è affatto facile trovare una sistemazione in città nei giorni del festival: i posti migliori, o più economici, nella zona centrale, sono in genere prenotati con largo anticipo, spesso di anno in anno. Attivarsi ad appena una settimana dall’inizio, dunque, è come tentare la fortuna. E in questa occasione la fortuna fondamentalmente mi assiste: il festival inizia mercoledì 6 settembre, ma è solo la sera di venerdì 1 che comincio a cercare una camera per due notti. So già che il venerdì e il sabato troverò quasi tutto occupato; per il mercoledì e il giovedì, invece, dovrei avere ancora qualche speranza. L’idea è di arrivare e ripartire in treno, quindi è essenziale trovare un posto che sia al massimo a qualche chilometro dal centro, viceversa spostarsi sarà molto complicato; se poi avessi a disposizione una bici, per muovermi in lungo e largo per la città, sarebbe di grande aiuto. Fortuna vuole che un posto del genere sia ancora disponibile, per le notti di mercoledì e giovedì, in un bed and breakfast poco distante dal Ponte dei Mulini, tra il Lago Superiore e il Lago di Mezzo; e anche la bici non mancherà. Malgrado il prezzo non dei più bassi, non mi lascio sfuggire l’occasione.
Assicurata una buona sistemazione per la notte, cerco insistentemente di convincere la compagna a unirsi di nuovo a me, come nel 2007, nell’imminente trasferta mantovana. Ma nulla da fare: con tutto che è un’avida lettrice e scrive per mestiere nonché passione, i festival la stancano, la provano; troppi sbattimenti, troppe corse, troppe attese, anche troppa cultura tutta assieme; molto meglio farsi due giorni alle terme, dice. E va bene, vorrà dire che farò come agli inizi: andrò a Mantova da solo, macinando tutti i chilometri e seguendo tutti gli incontri che vorrò.
Al dunque, si tratta solo di rimettersi in moto. Deciso per il treno, l’unico problema è che a San Benedetto del Tronto di notte non ferma più niente; e io è di notte che devo tornare, ché il sabato mattina mi aspetta poi la vendemmia, a casa, se il tempo consente. Allora, meglio lasciare la macchina a Pescara e partire da lì.
È mercoledì mattina, e alle 7 si comincia a risalire l’Adriatico. Un unico cambio, a Modena, e poco passata l’una riecco finalmente Mantova. La signora del b&b è così gentile che viene addirittura a prendermi in stazione; e la camera che ho prenotato è in realtà un gran bell’appartamento signorile, tutto per me. Quanto alla bici, ho l’imbarazzo della scelta: prendo la meglio messa di cinque, ché sono sicuro la metterò a dura prova, su e giù fino al centro città (non meno di tre chilometri ogni volta, ma che spasso per me che amo i lunghi percorsi collinari e montani tra Marche e Abruzzo, quando qui è solo pianura) e i vari luoghi del festival.
Prima tappa, la biglietteria (nell’occasione sotto la Loggia del Grano, mentre in passato la ricordo di fronte a Piazza delle Erbe) per ritirare i biglietti prenotati: solo sette, per i due giorni e mezzo della mia permanenza. Mi sono deliberatamente contenuto: ho già dato con le abbuffate di eventi, dove non fai in tempo a lasciarne uno che già sta per iniziarne un altro, anche a un chilometro di distanza; e se proprio devo riempire dei buchi, preferisco rilassarmi con alcuni degli “Accenti” gratuiti di mezz’ora sotto la tenda di Piazza Sordello, senza bisogno di ulteriori code. Code che semmai sopporterò per due eventi i cui biglietti in fase di prenotazione erano esauriti: Michela Murgia con Chimamanda Ngozi Adichie, clou della prima (mezza) giornata; e la stessa Murgia con Donatella Di Pietrantonio, il secondo giorno.
Sono le 16.15, intanto, e tra un po’ comincia il primo evento a pagamento che ho scelto: al Palazzo del Seminario Vescovile, l’americanista Alessandro Portelli dialoga con Andrea Ronzato, per parlare della sua rilettura di La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe. Parcheggio e chiudo la bici dove trovo un posto libero («Vai tranquillo», ha detto la padrona del b&b, «non la ruba nessuno. E se proprio dovesse succedere, amen!») e mi trovo un posto a sedere nelle prime file. Ho con me una macchinetta fotografica semiprofessionale e vorrei provare a scattare qualche foto ben fatta.
Anche questo delle foto a festival e uscite varie è un vizio da lasciar perdere, mi dico spesso; in fondo, che me ne viene? Perdo solo tempo a farle e, più ancora, una volta seduto al computer, selezionarle e convertirle, ridimensionate, da raw in jpeg, per poi postarle in qualche album di Facebook che magari nessuno si caga. Se ne pubblichi una soltanto o poche alla volta, e quasi a caldo, forse richiami l’attenzione; se invece ne metti tante, tutte assieme, come in genere faccio io, per sbrigatività, e non nell’immediato, l’accoglienza è assai più tiepida. Vabbe’, ce l’ho questa ormai vecchia Nikon D90 e per quello che posso la sfrutto; se non altro, non mi lascio andare a postare le foto appena scattate con uno smartphone, come succede ai più tecnologici e hip, anche qui a Mantova, puntualmente iPhone o iPad muniti, specialmente quanti devono alimentare e curare i profili Twitter e Facebook del festival e delle varie case editrici che hanno qui loro autori.
Foto a parte, provo pure a prendere qualche appunto: so già che dopo un paio di incontri ci rinuncerò, ma finché reggo tiro fuori penna e quadernetto a righe. Portelli esordisce dicendo come gli faccia piacere tornare ogni volta a Mantova, a questo «festival della gentilezza e della cortesia […] che ti riconcilia con la vita». Come dargli torto? Quanto a La capanna dello zio Tom, spiega in particolare come sia un libro difficile da leggere oggi, tanto è cambiata la concezione di letteratura dalla metà dell’Ottocento a noi. Beecher Stowe lo scrisse con un tono volutamente patetico – oggi, insopportabilissimo – per fare appello ai sentimenti e mobilitare i lettori. Si tratta di un romanzo cristiano che prende sul serio alcune delle cose più incredibili del cristianesimo. Presenta un finale ambivalente tra due possibili uscite – la fuga o la morte – e non è data alcuna possibilità di libertà. E comunque, nonostante una poetica, una retorica e anche un’idea di letteratura diverse da quelle invalse oggi, che di conseguenza ne fanno una lettura difficile (quando invece all’uscita, nel 1852, fu un bestseller istantaneo – all’epoca, in America, andavano forti due tipi di libri: i testi sentimentali della “maledetta banda di scribacchine”, secondo la sprezzante definizione di Nathaniel Hawthorne, e le autobiografie degli schiavi liberati – fino a diventare il secondo libro più letto dopo la Bibbia), grattando grattando vi si trova molto, a partire da una critica molto cogente della società statunitense dell’epoca.
Ma sono già le 17.30 e nel vicino Palazzo Castiglioni, con ingresso libero, c’è – dall’Abruzzo con i massimi onori, lanciatissima verso la conquista del Campiello con il romanzo L’Arminuta – Donatella Di Pietrantonio che (intervistata da Federico Taddia per la serie di incontri “Il libro che ho riletto”) parla del suo rapporto con La trilogia di K. di Agota Kristof. Un’ultima foto all’aula semiaffollata del Seminario Vescovile e via, a un secondo evento. Che è all’aperto, nel bel cortile interno di un palazzo, con prato. Per sedersi ci sono dei cubi di grossi contenitori per le uova sovrapposti, ma già tutti occupati, come pure le sedie del punto relax di Alce Nero, sul fondo; molti spettatori sono tranquillamente seduti o sdraiati sull’erba, più i tanti in piedi che si accalcano vicino all’ingresso. Mi faccio largo e vado a trovarmi anch’io un posto sull’erba. Che piacevolezza! È questo il vero clima di Mantova: massima informalità, ma senza sbraco; ospiti, organizzatori e spettatori rilassati e disponibili, compiti; non tenuti al rispetto di un codice di abbigliamento; ognuno, a suo modo, è elegantemente se stesso. Mi guardo intorno e scatto foto, da mezzo alla folla, a cercare di fissare questa impressione, ma senza esagerare: sono qui per ascoltare e cogliere spunti, non me lo dimentico, non per curiosare e basta, né per scorrere compulsivamente il programma e segnare il prossimo appuntamento da non perdere.
Di Pietrantonio racconta che il suo primo approccio alla Trilogia di K., durante la gravidanza, non avvenne probabilmente nel momento più indicato. La seconda lettura, invece, le ha permesso di cogliere un’analogia tra quanto vissuto dalla Kristof nello scegliere il francese come sua lingua letteraria, anziché il natio ungherese, e il proprio attraversamento linguistico dal dialetto all’italiano; ciò l’ha anche aiutata a passare alla sua scrittura attuale, tornando all’essenziale, alla sua vera lingua interiore, senza più dover dimostrare di padroneggiare l’italiano letterario. La Kristof le ha altresì insegnato che si può parlare di tutto, liberandola di alcune paure che prima aveva nello scrivere. C’è poi stata anche una terza lettura, del solo Grande quaderno, nell’originale francese, per riprovare nella lettura la stessa difficoltà della Kristof nella scrittura, sempre con il dizionario accanto; una Kristof che provava disagio con il francese, malgrado scrivendo lo padroneggiasse alla perfezione. Stesso percorso seguito con le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, con una terza lettura di nuovo in francese.
Oddio, sono quasi le 18 e in Tenda Sordello, a due passi, sta per iniziare il primo degli “Accenti”. È di scena il multiforme e mirabolante Luca Scarlini con la sua “Piccola guida alla Buenos Aires in libri” (la capitale argentina è “la città in libri” di quest’anno, oggetto così di una serie di eventi, più lo spazio dedicato alla Tenda dei Libri, sempre in Piazza Sordello, accanto alla libreria, con tanto di bibliotecari pronti a fornire indicazioni), e sarebbe un peccato perdersi entrambi. Quanto alla Di Pietrantonio, se faccio la fila per tempo posso vederla di nuovo domani, all’incontro con la Murgia, chiedendole semmai lì una dedica su L’Arminuta, per quella scrivana/scrittrice-in-boccio sua corregionale che – saggia lei! – agli incessanti cambi di scena dei festival preferisce le più paciose ed emollienti terme. Bene, vado, io che quest’anno non volevo correre per niente e, invece, dopo appena due ore in centro sono già al terzo evento.
Gli sgabelli di Tenda Sordello sono quasi tutti occupati (lo saranno praticamente a tutti gli “Accenti”): a occhio e croce sono in gran parte persone del posto, segno evidente che la città non fa mancare il suo sostegno. Sotto i giorni del festival i mantovani affluiscono numerosi agli appuntamenti in programma, gratuiti e non, riconoscendone pienamente il valore culturale; capiscono cioè che non è solo questione di far soldi con chi arriva da fuori. La stessa padrona del b&b ha detto di avere intenzione di seguirne più d’uno.
Ok, si comincia con Scarlini (dopo la presentazione del collega traduttore – ma anche scrittore – Giovanni Zucca, che mi riprometto poi di andare a salutare, conoscendolo un po’ dalle liste). Un paio di foto, e mano a penna e taccuino. Ma comincia a essere faticoso tenere dietro a tutto, specie con il ritmo incalzante di un sempre ultrapreparato e nondimeno brioso e coinvolgente Scarlini. La letteratura come bussola per capire una città enorme come Buenos Aires, in un paese con zone molto poco densamente popolate. Non è un caso che B.A. produca molta letteratura fantastica. Mitologia di B.A., che a ondate richiama gente da tutto il mondo, determinando un rapido cambiamento di interi quartieri. Nel 1910 vige nelle strade una babele di lingue. B.A. mecca per i migranti, che contribuiscono tutti alla sua letteratura e cultura. Il tango: non si sa chi l’abbia inventato, ma il mezzo che interpreta meglio il clima del tempo. Grande poetica del desiderio nella letteratura di B.A.
Devo ammetterlo: sono appena all’inizio e sono già mezzo cotto. Ma non mollo: il tempo di una visita alla Tenda dei Libri e per le 19 sono di nuovo agli “Accenti”, per sentire Alessandro Carrera (scrittore, poeta, saggista, traduttore e massimo esperto italiano dell’opera di Bob Dylan, a suo tempo cantautore, ora docente di italiano all’Università di Houston – è appena rientrato da lì, esordisce, ancora in pieno jet-lag e stress da uragano, con la sua casa uscita illesa dalla furia di Harvey, già il terzo uragano che si becca da quando è negli USA) in una mezz’ora dedicata a “Il pensiero della periferia”. Niente tentativi di prendere appunti, stavolta. Cerco giusto di memorizzare il discorso che la nostra idea di periferia, come parte agli estremi limiti di una città, in genere svantaggiata rispetto al centro, non è lontanamente trasportabile in America, dove dagli anni Cinquanta uscendo dalle città abbiamo quei quartieri infiniti di villette tutte uguali (le cosiddette “casette a orologio”, dove tutto deve funzionare alla perfezione) nei quali all’epoca furono incentivati a riversarsi i ceti medio-alti bianchi, abbandonando per molti anni i centri cittadini alle minoranze e al degrado, nonché alla trasgressione, portando quindi a un’inversione dell’immagine che abbiamo noi del centro come zona dove si sta bene e della periferia come zona dove si sta male. Ecco allora queste immense aree extraurbane che col passare del tempo hanno anche cambiato nome: prima il termine latino “suburbia”, a indicare l’anello esterno delle città; poi “exurbia”, a denotare i quartieri fatti solo di casette allineate che nascono fuori, lontano dalle città, hanno solo i servizi essenziali e per il resto bisogna prendere l’auto. Ed è così che è fatta anche Houston ecc. ecc. (N.B. In realtà un po’ ho barato, scrivendo adesso queste cose: per essere più preciso, prima sono andato a rivedere il video su YouTube.)
Oh, è ormai sera, e devo necessariamente fare un salto al b&b per memorizzare la strada prima che sia buio, cercare in un iper delle lucine supplementari per la bici, e poi mangiare due panini, ché la giornata è stata impegnativa e non è ancora finita. Tutto di gran corsa, quindi, e per le 21 di nuovo in sella: come da programma, devo vedere se riesco a rimediare un biglietto per l’incontro con Chimamanda Ngozi Adichie.
Lascio la bici proprio di fronte a Piazza Castello, e subito noto che la fila per gli spettatori senza biglietto è oltremodo lunga, girando di parecchio l’angolo verso via S. Giorgio: speriamo bene! Si avanza lentamente, tempo allora per qualche telefonata. Poi un primo avviso: i Vigili del Fuoco hanno detto che non possono entrare più spettatori, per motivi di sicurezza. Un po’ disorientati, ma restiamo quasi tutti in coda; tra gli altri, c’è una ragazza che dice di essere venuta da Alessandria apposta per Adichie, e proprio non vorrebbe perderla. Di colpo la fila torna ad avanzare: fanno entrare nello spazio dei biglietti a gruppetti di dieci. Ho perso qualche posizione quando hanno riaperto gli ingressi, ma forse ce la posso fare lo stesso. Altro stop. Altra concessione. Ecco, ci sono quasi: solo una decina di persone ancora davanti a me. Riescono tutte a passare, io sono il primo del gruppetto successivo. Ultimo avviso: no, niente da fare, non ci sono più posti. Ancora qualche paziente minuto di attesa, sperando in un gesto magnanimo, in extremis; ma, no, tutto chiuso: le magliette blu portano via anche la cassa. Amen!
Passo un po’ in rassegna le bancarelle dei libri usati sotto il porticato del Palazzo del Capitano: ce ne solo di belli, anche prime edizioni, ma costano troppo per me. Per una volta passo con il vecchio; semmai, compro qualche altro libro nuovo da far autografare, dopo L’Arminuta. Sono quasi le 22, intanto, e in Tenda Sordello è il momento del “Tango letterario”.
È curioso: la compagna da qualche anno stravede per il tango, puntualmente a lezione due volte a settimana per la teoria e la pratica, quando riprendono i corsi, più, tutto l’anno, almeno una milonga a settimana, se di suo gradimento, e di fatto contesta la mia totale mancanza di interesse per la cosa; eppure, sebbene le abbia parlato a più riprese di questo evento tanguero mantovano, non si è lasciata lontanamente distogliere dalle sue terme. E io, invece, adesso qui a seguire, fotografare e riprendere in video i due maestri ballerini Antonio Lalli e Claudia Siletti che prima tengono una stringata lezione teorica sul tango; poi invitano in pista gli spettatori volenterosi, guidandoli in alcune prove pratiche, partendo dalla camminata fino ad arrivare al ballo vero e proprio (con applausi finali per tutti), non importa come sono vestiti, che scarpe portano o se addirittura hanno lo zainetto sulle spalle, e meno ancora se non riescono a formare delle coppie uomo-donna; infine si esibiscono loro due alla grande, fra l’ammirazione e gli apprezzamenti generali.
E va bene, anche questa è fatta: per stasera, per fortuna, nessun altro evento. Faccio un giro fino a Piazza delle Erbe, ché è troppo bello camminare per Mantova di notte con tutta la bella gente, rilassata e appagata, al cospetto di una bella luna piena. Scatto altre foto. Poi di nuovo in bici, sulla pista ciclopedonale ben illuminata, e solo un breve tratto di strada normale, una rotonda, il binario della ferrovia, e sono arrivato.
Nel signorile appartamento, però, vuoi che non sfrutti il wi-fi e il portatile che mi sono portato appresso nel nuovo zaino tuttofare, Made in Colorado? Scarico le foto del giorno, le converto e ridimensiono, ne faccio una rapida selezione e – malato di internet che non sono altro – le carico in un album su Facebook, con una sintesi estrema di come è stata la prima (mezza) giornata mantovana. Faccio una doccia, spengo il computer e provo a dormire, nella bella camera silenziosa che mi ritrovo.
Ma chi vuoi che dorma, se l’insonnia quando sono in movimento è uno dei miei segni distintivi? Fa niente, l’importante è che sono di nuovo a Mantova, dopo dieci anni, e fra poche ore si torna in pista: Guzel’ Jachina con Chicca Gagliardo, Salvatore Ceccarelli con Silvia Bencinelli, Donatella Di Pietrantonio con Michela Murgia, Arno Camenisch e Claudio Morandini con Marco Malvaldi; e ancora, l’ultimo giorno, Lars Mytting con Davide Longo, Massimiano Bucchi, George Saunders con Marco Malvaldi, David Weinberger e Ignacio Ramonet.
E scusate se è poco.
P.S. Lo so, alle 21.15 del venerdì c’era anche Artemis Cooper, di cui con la tanguera andata alle terme ho tradotto la biografia Elizabeth Jane Howard. Un’innocenza pericolosa. Ma che potevo fare? A quell’ora ero già sull’ultimo treno utile per casa. Mentre il giovedì alle 18.30, quando Cooper parlava con Federico Taddia di Middlemarch di George Eliot, per “Il libro che ho riletto”, ero bloccato dalla pioggia a Palazzo San Sebastiano. Anche a Mantova, con ogni evidenza, non si può avere tutto. Alle volte bisogna proprio contentarsi di quanto di bello e di buono capita a tiro, e non scalpitare se salta qualcosa, se per un imprevisto, per un niente magari, perdiamo un’occasione a cui tenevamo: sarà per un’altra volta, se abbiamo la fermezza di continuare a crederci e provarci.


